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Aggiornato il: 2 minuti di lettura

L'importanza di dare un nome alle cose (fastidiose): chi sono i "Karen kids" e perché spopolano sui social

L'importanza di dare un nome alle cose (fastidiose): chi sono i Karen kids e perché spopolano sui social
(getty)
Non solo un meme, i Karen Kids si trascinano dietro anche una domanda: dove sono i genitori e perché hanno deciso che il rispetto non è importante?
di Eugenia Nicolosi

Siamo davanti a una di quelle volte in cui Internet, o i social, o qualche utente particolarmente brillante, ha trovato il nome perfetto per descrivere un fenomeno: "Karen kid", cioè un bambino Karen (o bambina Karen).

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Il termine nasce dal meme americano della “Karen”: la donna di mezza età, biondo ossigenato e tono da customer service, che pretende di "parlare con il manager" al minimo disguido, creato oltretutto da lei. Ecco, ora quella stessa arroganza – aggiornata in versione mini – ha un nuovo corpo e una nuova voce: quella dei bambini e delle bambine che trattano genitori, insegnanti e commessi come sottoposti, dipendenti del loro personale centro reclami.

Il (o la) Karen kid non piange, protesta. Non supplica, esige. Non fa i capricci, formula lamentele. Se la pizza non è tagliata come vuole si mette a gridare fino a che non arriva qualcuno a risolvere la cosa, è capace di rimproverare il suo stesso genitore anche se ha solo sei anni e risponde, risponde sempre, risponde a tutti.

Piccoli, agguerriti, irritanti e viziatissimi

Il fenomeno si sta facendo strada sui social, dove il tag “#KarenKid” accompagna video di bambini che urlano contro camerieri, autisti scolastici o poveri genitori in pigiama a cui sequestano le chiavi dell'auto. Sì: c'è una bambina che ha tolto le chiavi dell'auto alla madre senza motivo e non gliele resituisce. E gli utenti si dividono: c’è chi ride di gusto (di solito parenti di qualche bambino Karen) e chi scuote la testa. 

Ma il punto non è loro: il punto siamo noi, la comunità educante, genitori, gli adulti e le adulte, il pubblico che davanti a scene del genere - online, dal vivo - si fa complice e non interviene ma anzi, ride. I Karen kids ovviamente non nascono così: vengono lasciati liberi e libere di fare così finché quel capriccio costante non diventa un'attitudine. Sono figli e figlie di una generazione di genitori che non ha la forza di dire "no", e di conseguenza lascia che a educare sia l'estranea di turno, sfiancata dalle grida. I genitori terrorizzati dal conflitto, preoccupati di ferire l’autostima del piccolo sovrano, della piccola sovrana, non aiutano nessuno. Soprattutto non aiutano loro, bambine e bambini, che crescono in case dove ogni desiderio è esaudito in anticipo, altrimenti sai che macello. 

un privilegio esercitato da un bambino resta un privilegio esercitato (e non fa ridere)

E allora succede che, a forza di evitare il capriccio, il genitore ne costruisce uno permanente. Ogni “va bene, ma l’ultima volta” diventa un precedente. Ogni “tanto è solo un gioco” diventa una regola. Fino al momento in cui il bambino, la bambina non inizia a trattare la vita come un servizio clienti. 

Sui social i Karen kids fanno anche un po' ridere, ma dal vivo è meno divertente. Basta incrociarne uno in aereo, al supermercato, in pizzeria. Sono i bambini e bambine che interrompono la cena perché “non c’è campo per il tablet”, che gridano sempre, che esercitano potere con lo staff del posto in cui sono, con le maestre e i maestri. E il guaio è che gli adulti di riferimento, cioè la famiglia, di queste cose ne ridono e ne godono. Perché "fa ridere" uno scricciolo così che dà ordini al maitre esercitando il proprio privilegio di cliente, ma non ci pensano che più cresce, più chiede, meno farà ridere (spoiler: non fa ridere nemmeno quando sono piccoli).