Avevo degli amici, poi loro hanno avuto dei figli (e ora viviamo in mondi diversi)
In un mondo suona sempre e solo "Baby shark" e si parla solo di figli e asili, nell'altro si tengono ancora addosso le scarpe e si discute di viaggi, serie tv e lavoro.
L'amicizia tra genitori e non genitori è possibile? Sì ma non necessaria
Il mondo dei bambini è una dimensione parallela che ha orari, colori, esigenze, gusti, musiche e toni di voce che nel mondo degli adulti non esistono. Nel mondo dei bambini e delle bambine ci finiscono i neo genitori e ci restano, potenzialmente, per anni e anni. Salvo poi lamentarsi di essere isolati da amici e amiche senza figli. E loro? Amici e amiche senza figli si sentono irrimediabilmente tagliati fuori. Insomma, la solitudine è bilaterale.
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il mondo parallelo in cui risuona solo "Baby shark"
All'inizio è quasi impercettibile ma man mano che passano i giorni, poi i mesi, le distanze diventano sempre più evidenti. Succede quando si hanno dei figli. Chi li ha si sente isolato o isolata, chi non li ha si sente tagliata, o tagliato, fuori. I primi sono esausti, si sentono fuori fase e iniziano a notare quanto il mondo attorno non sia "a misura di bambino/a". I secondi, se proprio vogliono passare del tempo con gli amici che hanno avuto dei bambini, devono adeguarsi a orari, a linguaggi e allo stile di vita "a misura di bambino/a". Che comprende un continuo interrompersi delle conversazioni in presenza o telefoniche: l'amico diventato papà, o l'amica diventata mamma, non farà altro che dire "scusa un attimo", per rispondere a domande o esisgenze dei bambino.
Per chi non ha figli, vedere un amico o un'amica entrare nella genitorialità può sembrare solo un cambiamento logistico quando scoprirà presto che in realtà è molto di più. Gli inviti a cena diventano sempre meno frequenti, le conversazioni si spostano su orari di pappa, nanna e asili e le priorità si riallineano su frequenze impossibili, mentre le case si riempiono di giocattoli e pannolini, le parolacce sono improvvisamente proibite come le scarpe e ogni oggetto o spazio diventano potenzialmente pericolosi.
Non si tratta di egoismo da parte di chi ha figli: il tempo è davvero limitato, le energie prosciugate, la sicurezza prioritaria. Ma per chi resta sul lato opposto di questa barriera invisibile, il senso di esclusione può essere profondo. Non si condividono più momenti spensierati, viaggi improvvisati o le lunghe chiacchierate fino a notte fonda. Dall’altro lato, i genitori spesso si trovano intrappolati in una routine logorante e monotona. L’arrivo di un figlio trasforma ogni minuto libero in una risorsa preziosa e quasi inesistente. E le amicizie che non riescono a inserirsi in questo nuovo ritmo vengono messe in pausa, non per mancanza di affetto, ma per necessità.
Infatti i genitori sperimentano una solitudine altrettanto intensa. La società celebra la genitorialità ma non si fa carico della logistica né del sostegno al carico emotivo, fisico e mentale che comporta. Amici e amiche senza figli possono sembrare lontani, distratti e incapaci di capire quanto sia totalizzante la nuova realtà, mentre le amicizie tra genitori rischiano di trasformarsi in scambi di favori e idee su pannolini e scuole, più che in autentici momenti di connessione.
chi si deve adeguare? e perché proprio chi non ha figli?
La domanda su chi debba adeguarsi nei rapporti di amicizia tra chi ha figli e chi non ne ha è centrale, ed è facile notare che spesso si presume che siano le persone senza figli a doversi adattare. Ma è davvero così? E, se sì, è giusto? La genitorialità è totalizzante: avere un figlio comporta delle responsabilità che non possono essere ignorate.
Orari rigidi, priorità costanti e ritmi dettati dai bisogni del bambino rendono difficile per i genitori "adattarsi" e coltivare i rapporti con gli amici come facevano prima, soprattutto con quelli senza figli. Questo porta chi non ha figli a sentirsi spesso obbligato a venire incontro alle esigenze dell’amico genitore.
La società celebra e spinge verso la genitorialità (senza farsene alcun carico) ma questo crea implicitamente l’aspettativa che chi non ha figli debba rispettare, aiutare e comprendere le difficoltà di chi li ha spesso senza che avvenga il contrario. Ma è giusto che l’adattamento sia unidirezionale?
No, non dovrebbe esserlo. Un’amicizia è una relazione reciproca e il cambiamento dovrebbe essere un processo bilaterale. Se l’adattamento ricade sempre e solo su una parte, il rapporto rischia di diventare sbilanciato e insostenibile nel tempo.
Per chi ha figli, nonostante le ovvie difficoltà, dovrebbe continuare a essere importante fare uno sforzo per mantenere vive le amicizie. Trovare momenti in cui l’attenzione non sia esclusivamente sui bambini (ad esempio, programmando un incontro senza di loro) è un segnale di rispetto e considerazione per l’amico o l'amica. Per chi non ha figli è altrettanto fondamentale riconoscere le limitazioni pratiche di chi è genitore e accettare che certe dinamiche cambieranno, pur mantenendo aperto lo spazio per una connessione autentica.
Un ponte tra i due mondi è possibile (ma non necessario)
In un’amicizia, il tema non dovrebbe essere “chi si deve adeguare?”, ma “come possiamo adattarci entrambi?”. Nessuna delle due parti dovrebbe sentirsi sopraffatta dal peso del cambiamento: si tratta di ridefinire l’amicizia trovando nuovi modi di stare insieme e nuovi argomenti di conversazione che non siano solo legati alla genitorialità o alla vita senza figli. La distanza emotiva che può crearsi non dipende dalla cattiva volontà di nessuno ma è frutto di un naturale cambiamento nelle priorità e negli interessi (di una sola parte, ma ok).
In un mondo ideale, dove per esempio esiste il famoso villaggio che cresce i bambini di tutti, la genitorialità è condivisa, non una barriera ma un'opportunità per arricchire l'amicizia e consolidare i rapporti. Significa che chi è genitore dovrebbe mollare l'egoismo e la presunzione, fare uno sforzo attivo e chiedere, per esempio, aiuto attivo.
Un rapporto equilibrato di qualsiasi natura richiede sempre impegno reciproco e se entrambe le parti lavorano a un ponte, anziché lasciare che si crei un abisso, l’amicizia non solo sopravviverà, ma potrà evolversi in qualcosa di ancora più profondo e significativo.
Ma la verità è che le amicizie non devono per forza sopravvivere o sopravvivere inalterate a ogni cambiamento. Possono evolversi, trasformarsi, trovare nuove forme e anche finire. Il passaggio alla genitorialità è una prova tecnica che mette alla luce quali rapporti sono abbastanza flessibili da adattarsi ai reciproci cambiamenti e necessità e quali necessitano di una pausa e quali, purtroppo, non reggono. Non è questione di colpa ma di umanità e, perché no, tempismo.