Veri alleati o falsi eroi che cercano applausi? Ne parliamo con Claudio Nader di Osservatorio Maschile
Gli uomini che vogliono dare una mano "non devono porsi come se dovessero salvare qualcuno o qualcuna", secondo Claudio Nader di Osservatorio Maschile, "ma concentrarsi sul loro percorso personale".
Oggi è facile e forse pure conveniente dichiararsi femminista, per un uomo. Facile perché si possono imparare a memoria gli slogan e gli aneddoti da ripetere e conveniente perché ci si mostra, eroicamente, come "alleati delle donne". La cosa più inquietante è che spesso questa operazione di personal branding funziona. Di falsi eroi e veri alleati ne parliamo con Claudio Nader, fondatore dello spazio Osservatorio Maschile.
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Ma prima una premessa: il femminismo, da lotta politica contro le disuguaglianze sistemiche, rischia di trasformarsi — o di essersi già trasformato — in un brand. Che oltre a poter essere potenzialmente una subdola strategia del capitalismo, come giustamente si chiede Jennifer Guerra nel suo saggio Il femminismo non è un brand (Einaudi), è di certo diventato una cifra comunicativa, uno "stile" comportamentale. Insomma un’estetica che anche i maschi possono agire. Ed eccolo che diventa una posa nei talk show, un tono nei podcast e sui palchi dei festival, perfino una condotta da tenere in vista dell'uscita del proprio libro o film (o di un appuntamento con una).
E se la moda ha fatto del femminismo uno slogan da t-shirt ("The Future is Female", "Smash the Patriarchy" e la più diffusa: "Girls just wanna have FUNdamental rights"), ora anche alcuni uomini ne hanno fatto un tratto di sé per distinguersi dalla massa tossica, ma il problema è che lo fanno senza mettere in discussione i propri privilegi.
La cronaca recente ha reso tutto questo visibile: attori, registi, scrittori e filosofi che nel tempo si sono dichiarati femministi o almeno alleati della causa, sono finiti sotto accusa da donne che raccontano di aver subito da loro, sì da loro, abusi, molestie, esercizi di potere vari ed eventuali. E allora ecco che questi bei faccini che hanno raccolto il plauso di un pubblico progressista proprio per la loro adesione — verbale, pubblica, strategica — al discorso femminista, cascano nella pratica, evidentemente. E allora cosa resta della responsabilità? No: non parliamo specificatamente del caso Justin Baldoni contro Blake Lively. Banalmente perché è talmente intricato che preferiamo attendere un esito ufficiale, sempre che arrivi.
giocare a fare i femministi sapendo che i dadi sono truccati
Parliamo però del fatto che un uomo può esprimersi contro il patriarcato mentre lo abita comodamente e anzi, lo alimenta pure. Può scrivere libri, fare TED talk, dichiararsi “contro la mascolinità tossica”, e poi usare quella stessa mascolinità per parlare sopra alle voci di donne (cis e trans), occupare spazi che non sono suoi, perfino per mettere a tacere una collega, minimizzare una denuncia, screditare una testimone perché "io sono femminista, parlo pure ai TED". La performance, insomma, facilmente sostituisce il processo. La narrazione personale prende il posto della trasformazione politica. Il femminismo perde così la sua carica eversiva e diventa un palco: chi parla più forte, chi dice le parole giuste, vince e, dove la normalità corrisponde al patriarcato, i dadi sono sempre truccati. Vincerà, quindi, sempre la voce maschile.
finti alleati che ripetono le cose che dicono le femministe
Ma il femminismo non è un set: è un campo di battaglia. Ecco perché non ci serve un uomo che si dica alleato. Ci serve un uomo che si comporti da alleato. Che si faccia da parte quando necessario. Che ascolti. Che si interroghi. Che si esponga non solo quando gli conviene, ma anche — soprattutto — quando gli costa qualcosa. Ovvero quando si tratta di portare il discorso femminista negli spazi in cui lui ha accesso e le donne no. Nelle chiacchiere da spogliatoio, nelle chat del calcetto, ai tavolini del bar. In mezzo ad altri maschi. Che non usi il femminismo per costruirsi un'immagine più pulita, ma per sporcarsi le mani lavorando alla trasformazione di spazi che femministi non sono. E per fare questo occorre riconoscere la propria posizione di privilegio, sfruttarla lì dove si può e metterla in discussione lì dove occorre.
Il problema non sono gli uomini nel femminismo. Il problema sono gli uomini sul femminismo. Quelli che ci salgono sopra, che ci costruiscono carriere o meno, quelli che ripetono le cose che dicono le donne quando parlano di oppressione, di fatto togliendo voce alle donne per dire le stesse cose. E le donne non possono essere ridotte a un pubblico a cui dimostrare quanto si è bravi alleati.
"osservatorio maschile", l'esperimento di Claudio Nader
Eppure, uno spiraglio c’è. Esistono uomini che non usano la parola “femminismo” come un mantello per entrare di soppiatto nelle grazie delle progressiste e dei progressisti ma come un attrezzo da lavoro. Spazi in cui l’alleanza non è performativa, ma riflessiva e concreta. Uno di questi è Osservatorio Maschile, un progetto che nasce con l’obiettivo di interrogare la maschilità contemporanea, decostruire i modelli patriarcali e promuovere nuove forme di relazione tra uomini e donne. È un laboratorio politico e culturale dove il protagonismo maschile viene decentrato, dove si lavora sul potere, sull’emotività, sul linguaggio, sulle relazioni.
"Un’abitudine tipica degli uomini che sono all’inizio del percorso, e che si dichiarano femministi, è quella di prendere le distanze dagli altri uomini. A volte vengono persino visti come degli eroi, un po’ come i mariti che vengono applauditi perché aiutano a casa. Ma la logica non dev’essere quella di sentirsi diversi o migliori: si tratta, piuttosto, di restare dentro al maschile ed evolversi per sé stessi. Non per ottenere applausi, né per 'salvare' qualcun altro — o qualcun’altra, come nelle peggiori trame patriarcali dei poemi cavallereschi". Come per le donne, anche per gli uomini nel femminismo si tratta di partire da sé: "Quale battaglia puoi fare tu, per te? Quale cambiamento vuoi tu?" — continua Nader. Essenziale, per il maschile, è "uscire dallo schema per cui si deve fare qualcosa per gli altri o per aderire alle aspettative sociali, anche a quelle femministe".
gli uomini devono uscire dall'idea di dover salvare qualcuno
Il punto è intraprendere un percorso autentico, proprio. "Le nostre necessità, come uomini, non sono uguali a quelle di altre identità. Allora, il principio cardine diventa: che tipo di contributo possiamo dare al femminismo che non può arrivare da altrove? E come farlo senza semplicemente ripetere le parole delle femministe? Al nostro tavolo facciamo anche questo. Banalmente — conclude — quando ci chiamano nelle aziende è anche per coinvolgere gli uomini nei gruppi di confronto e nei percorsi di formazione, per riuscire finalmente a parlare di maschile. Perché, si sa: la voce di un uomo è più efficace nel portare a bordo altri uomini. È un da uomo a uomo positivo".