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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Vagine, clitoridi e peli pubici: l'arte si fa politica (sì: è ancora necessario)

Motherland, ingresso alla mostra
Motherland, ingresso alla mostra 

L'ultima mostra che mette al centro vagine e peli pubici è "Motherland": ma è appunto solo l'ultima. Lo sguardo artistico e femminista sui corpi delle donne è un'operazione politica di contrasto alla oggettificazione dei corpi delle donne. Non siamo perfette, non occorre esserlo.

di Eugenia Nicolosi

La vagina e i peli pubici messi al centro di un progetto artistico non sono certo una novità. Le rappresentazioni bidimensionali e tridimensionali della vagina, ovvero dipinti e statuette, esistono da decine di millenni, anzi, sono alcune delle prime opere d'arte preistorica. La grotta di Chufín (in Cantabria, Spagna) e la sua arte rupestre preistorica ne sono un documento per via della raffigurazione di una vulva. E no: non è pornografia, anzi. È ancora necessario mostrare i corpi delle donne.

Il trailer di "The Substance", il body horror femminista con Demi Moore e Margaret Qualley

"motherland" e i peli pubici in gigantografie

Oggi ne parliamo perché a Parigi è stata allestita Motherland, "più di un progetto fotografico" si legge nel testo di presentazione ufficiale. Ma "una celebrazione dello sguardo femminile, un'esplorazione dell'identità e una testimonianza del potere dell'amicizia tra giovani artiste". In netto contrasto con lo sguardo maschile spesso oggettificante, le artiste Guen Fiore, Nastya Klychkova, Yumiko Hikage e Lynski ritraggono i loro soggetti (a vagina scoperta) con una profondità e un'autenticità che sfidano le rappresentazioni tradizionali delle donne nell'arte e nei media. 

Al centro di Motherland c'è l'esplorazione dei peli pubici come simbolo di identità e autoaccettazione. I peli pubici, spesso oggetto di disagio sociale e tabù, vengono qui rivendicati come luogo di espressione personale e di empowerment

Le questioni che si aprono sono due, anzi tre: la prima è che l'arte può essere fine a se stessa oppure no, (l'art pour l'art) resta il fatto che non è obbligatoria e non è obbligatorio avere un'opinione. La seconda: la politica si fa anche attraverso l'arte, se l'artista decide di farlo. E oggi come oggi rappresentare vagine e peli pubici ha una valenza diversa da quella che poteva avere dieci anni fa, cento anni fa. La terza: se non abbiamo mai smesso di produrre arte che mette al centro la sessualità femminile, i peli pubici, il corpo delle donne o in sostanza le vagine, non è perché sono finiti i concetti e rimuginiamo sugli stessi temi. È perchè la società si evolve e con essa i problemi connessi al corpo delle donne. Invece di risolversi i problemi sociali legati al corpo delle donne cambiano, si rinnovano, a volte aumentano. Ecco perché le artiste - e gli artisti - che vogliono fare politica femminista fanno partire i loro processi creativi dalla vagina.

arte e vagine: una lunghissima storia d'amore e odio

Nell'estate del 2023 a Los Angeles non è mancata nemmeno una vite pelosa e fallica di oltre cinquanta metri dipinta da Judith Bernstein. A New York - organizzata dal MoMa - c'è stata una performance di uomini e donne che si sono spogliati fino alla biancheria intima e si sono strofinati del pesce crudo sui corpo. A Londra, falli rosa a due teste sbocciavano dai cactus nelle sculture di Renate Bertlmann alla fiera del magazine Frieze

L'americana Annie Sprinkle ha trasformato i suoi genitali in arte performativa con il suo "Public Cervix Announcement", presentato per la prima volta negli anni Ottanta e poi ripreso in uno spettacolo itinerante "Post-Porn Modernist" durante il quale si sdraiava su una sedia reclinabile su un palco e si inseriva uno speculum nella vagina, invitando il pubblico a guardare la sua cervice.

Anish Kapoor Dirty Corner nei giardini di Versailles
Anish Kapoor "Dirty Corner" nei giardini di Versailles  (getty)

Nel 2015, Anish Kapoor (artista vincitore del Turner Prize), ha creato "Dirty Corner": un enorme imbuto d'acciaio che ha allestito nei giardini di Versailles e che secondo lui è una raffigurazione della vagina dell'ultima regina di Francia. Il progetto di street art Clitorosity, di Laura Kingsley, presenta disegni a gesso del clitoride in luoghi pubblici: uno "sforzo per celebrare il clitoride". Nel 2018, l'artista Laura Dodsworth ha creato un libro (e un documentario) che presentava le storie di 100 donne con le corrispondenti fotografie di vulve. Il libro, intitolato Womanhood, mostrava storie di donne trans, donne che avevano subito mutilazioni genitali femminili, donne che avevano partorito e donne che erano state aggredite sessualmente. 

Nel 2020 è uscito A Woman's Right to Pleasure, la celebrazione dell'arte erotica femminile in un catalogo (e con un podcast di accompagnamento) con una serie di piccanti opere di di scrittrici, artiste, attiviste e performer: tra queste anche le opere di Dani Lessnau che ha usato la sua vagina come macchina fotografica. Ma esiste direttamente il Vagina Museum, un museo interamente dedicato alla vagina, alla vulva e all'anatomia ginecologica lanciato nel 2017 al Camden Market di Londra e spostato, nel 2023, nella sua nuova sede a Bethnal Green, sempre a Londra.

i social censurano gustave courbet, il porno scorre sui cellulari

Le rappresentazioni del sesso e degli organi riproduttivi sono più o meno accettate in tutta la storia e in tutte le culture, dalle stampe Shunga giapponesi del Settecento al ritratto della vagina di Gustave Courbet del 1866, "L'origine del mondo", o anche "Les Demoiselles d'Avignon" di Picasso del 1907. Ok: l'opera di Courbet è ancora considerata scioccante, infatti i social la oscurano. Ma questa era arte sul sesso fatta da uomini eterosessuali: serviva a legittimare la pornografia, la sua creazione e il suo consumo. Oggi alcune opere d'arte sui temi sessuali (e sui diritti sessuali) sono realizzate da donne. Come nelle produzioni dei colleghi maschi, anche il soggetto delle artiste resta il corpo femminile, ma la differenza è che queste non vogliono definire la bellezza o alimentarne il consumo: vogliono parlare di verità dei corpi. Peli e sangue mestruale compresi. Naturalmente le opere delle artiste femministe sono un riflesso del momento politico e una risposta alle discussioni pubbliche sul consenso, uguaglianza di genere sul posto di lavoro, femminicidi, oggettificazione. E non ha senso criticare, tacciare di mancanza di creatività o argomenti o peggio, di tragressione pornografica perché la pornografia scorre sui telefoni. 

Oltretutto viviamo in una società che si scandalizza per la pornografia ma che contemporaneamente insegna alle giovani come dovrebbero essere le loro vagine: depilate, rasate, schiarite e lucidate alla perfezione. I messaggi che impongono diktat sul corpo, sul corpo femminile e sul corpo femminile nudo sono pervasivi, diffusissimi e onestamente senza censure. E il risultato è che le ragazze crescono credendo che la bellezza equivalga al dolore, che essere sexy sia non solo un'imposizione, ma anche che tale status si raggiunga inseguendo un ideale (magro, senza peli, senza imperfezioni) ben preciso e sempre più lontano dalla realtà. Dunque allestire mostre fotografiche che prevedono percorsi tra gigantografie di vagine imperfette e soprattutto reali non è una trasgressione superficiale. È politica.