Dormiresti in un parco di notte? Ecco perché serve l'urbanistica di genere
L'urbanistica di genere vuole costruire nuovi modelli di città che siano più sicuri e funzionali per le donne (e le altre soggettività discriminate)
L'urbanistica di genere non è una teoria astratta: esperienze europee - oltre che mondiali - sono già oggi utili a capire come dei nuovi modelli di città siano possibili. Perché ci serve? Perché storicamente le città sono state pianificate e progettate per gli uomini e da uomini. Tendono a riflettere i tradizionali ruoli di genere e la divisione del lavoro basata sul genere. In generale, le città funzionano meglio per gli uomini eterosessuali, normodotati e cisgender rispetto a donne, ragazze, persone lgbt+ e persone con disabilità.
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le città create da maschi e per i maschi
Dormiresti in un parco di notte? No. Nessuna lo farebbe. Anche se sappiamo che le città dovrebbero essere il livello di governo più vicino ai bisogni quotidiani dei cittadini e cittadine sappiamo che non tutti i cittadini e non tutte le cittadine si sentono al sicuro nelle città. In particolare esistono delle oggettive problematiche rispetto alla vita nelle città che si combinano con la disuguaglianza di genere, che limitano, disturbano e persino mettono in pericolo le donne, le ragazze e le minoranze (intese non numericamente, ma come peso sociale).
Pensiamo all'accessibilità: una città pienamente accessibile consente a chiunque (anziani, passeggini, persone con disabilità) di fruire di tutti i servizi e di tutti gli spazi pubblici senza il bisogno di aiuto di terze persone né strumenti tipo il montascale. Pensiamo alla mobilità: spostarsi in città dovrebbe essere semplice e sicuro per chiunque, i luoghi di lavoro non dovrebbero essere concentrati nei centri e separati dalle abitazioni perché - soprattutto le madri, anche se vorremmo parlare di "genitori" - sono costrette a incastrare orari dei mezzi e spostamenti per continuare ad avere un reddito proprio. Inoltre mancano sia la sicurezza che la certezza di non subire violenze o molestie, ma anche la certezza di non incorrere in pericoli reali e percepiti nella sfera pubblica e privata.
Di nuovo: dormiresti da sola in un parco, di notte? No: pensiamo alla scarsa illuminazione stradale che potrebbe far sentire le donne insicure e agli stereotipi negativi riprodotti dalla pubblicità sessista, le statue pubbliche che celebrano il machismo fino alla mobilità che privilegia i veicoli a motore rispetto ai pedoni. Non è difficile vedere come le donne disabili, i genitori e gli anziani possano leggere la vita in città come una sfida.
Identificare questi problemi è il primo passo necessario per risolverli. E le ricerche e gli studi che vengono fatti per creare delle nuove città rientrano nell'ambito della "urbanistica di genere".
urbanistica di genere: non è una ulteriore discriminazione
La conformazione delle città, che lo vediamo oppure no, riflette le disuguaglianze sociali. La pianificazione urbana risponde ai ruoli e alle esigenze degli uomini e alla visione che gli uomini etero e normodotati hanno delle esigenze delle donne, degli anziani, delle persone con disabilità. Sin dagli anni Sessanta esistono urbanisti e urbaniste che tentano di abbracciare un approccio all'urbanistica che sia "di genere" che non significa invertire le priorità, non significa creare delle città a misura di donna e che sacrifichi gli uomini. Anzi, la pianificazione urbana che non considera il genere è chiamata “gender blind”. L'urbanistica di genere serve a "valutare e definire le politiche cittadine con una particolare attenzione alla relazione tra genere e spazi pubblici. Gli studi e i progetti che abbracciano questa prospettiva rifiutano l’idea che il design urbano debba rispondere all’ideale del man as norm (“il maschile come norma”), che considera l’uomo bianco, abile, cis-gender, giovane e in carriera non come una delle tante identità che abitano la città, ma come lo standard universale, e quindi neutro, in base al quale si progettano gli spazi, le infrastrutture e i servizi urbani", si legge sul sito dell'Università di Padova.
Sappiamo dai dati di Istat - tra gli altri - che le donne corrono rischi maggiori per la loro sicurezza quando escono di casa da sole, specialmente durante le ore notturne, e fanno quindi più attenzione a evitare percorsi scarsamente illuminati e poco frequentati.
I pericoli legati al rientro a casa la sera, soprattutto per le donne che vivono lontane dal centro città o dai luoghi del lavoro e dell’intrattenimento, rischiano di impedire loro di cogliere appieno tutte le opportunità che la città può offrire. Ancora l'Università di Padova spiega che sono "diverse le misure che è possibile attuare per aumentare il livello di sicurezza delle donne sul territorio cittadino, come la definizione di percorsi pedonali che non conducano in vicoli ciechi e il miglioramento dell’illuminazione stradale nei quartieri residenziali e poco affollati".
Alcuni esempi arrivano dalla capitale della Svezia, Stoccolma: nel quartiere di Husby è stata incrementata la quantità di lampioni ed esercizi commerciali in zone strategiche per rendere più sicuri gli spostamenti delle abitanti. Come riflette Francesca Zajczyk, sociologa urbana dell’Università degli studi di Milano-Bicocca, “quello della sicurezza è sempre stato l’aspetto principale su cui si è concentrata l’urbanistica di genere, ma non è comunque l’unico. L’attenzione alla relazione tra genere e città si è evoluta insieme alle esigenze sociali. Oggi la vita delle donne è fortunatamente più complessa rispetto al passato: la maggior parte delle donne lavora fuori casa ma la pochezza dei servizi alla cittadinanza rende complicatissimo conciliare gli impegni lavorativi con quelli familiari (che ricadono ancora prevalentemente su di loro). La necessità di trovare l’incastro perfetto tra gli orari di lavoro e quelli delle scuole o degli asili, per fare un solo esempio, complica la vita delle donne lavoratrici che sono anche madri diversamente da quella degli uomini lavoratori che sono anche padri”.
accendere la luce, favorire l'apertura di bar e negozi
Naturalmente per valutare l’impatto di eventuali politiche urbane da una prospettiva di genere è fondamentale confrontarsi con le donne e le persone discrininate della ciittà in questione. Le città, in quanto organizzazioni pubbliche, hanno un ruolo estremamente importante da svolgere nel creare le condizioni per l’uguaglianza di genere.. O la disuguaglianza di genere. Che è di fatto stata creata anche dalla combinazione di specifiche condizioni: norme sociali, strutture politiche e naturalmente l'uso e il consumo dello spazio pubblico. Negli ultimi anni sembra essere cresciuta la consapevolezza della necessità di tenere conto degli aspetti di genere nella progettazione di alcuni servizi pubblici. La stessa, basica, paura della violenza è un limite per la mobilità urbana delle donne (o delle persone lgbtqia+) ma non per gli uomini etero. Ma non solo: parliamo degli alloggi a prezzi accessibili, anche se la crisi abitativa colpisce tutti, colpisce maggiormente le donne. Diremmo che è "un'altra storia" ma in realtà è sempre la stessa: occorre che le donne occupino più spazi ma non soltanto fisicamente - è la prospettiva che deve favorire l'uguaglianza tra tutte le persone.