il patriarcato non esiste 4 minuti di lettura

L'importanza di chiamarsi Tomaso (ma invece sei Bianca Pucciarelli)

L'artista Tomaso Binga in realtà non esiste: è Bianca Pucciarelli Menna. 
Però è l'occasione per parlare di come funziona il mondo dell'arte (spoiler: come tutti gli altri mondi)

"Non uscire di casa", l'artista Tomaso Binga ha portato al Museo Novecento di Firenze una performance del 1977 in cui al microfono ripete ossessivamente "Non uscire di casa" e poi continua con "Zitta tu non parlare, non parlare, non parlare". E ancora "Perché ti chiami Tomaso?" si chiede da sola: "Il mio nome è un segno, il mio segno è un gesto, il mio gesto è un pensiero. Io non sovverto soltanto, io vivo. E non vivo soltanto. Esco dalla gabbia". 

tomaso binga vs bianca pucciarelli menna

L'artista Tomaso Binga nasce a Salerno nel 1931 e già da tempo spiega di aver scelto uno pseudonimo maschile per parodiare i privilegi culturali riservati agli uomini. Lei infatti è Bianca Pucciarelli Menna. 

Vive a Roma, dove dal 1970 porta avanti la sua attività di organizzazione di eventi d'avanguardia con performance, collage, lavori di video e poesia sonora ma anche di pittura.

Alla scorsa Biennale di Venezia 2022, Tomaso Binga ha partecipato con delle opere che, come sin dal primo giorno della sua carriera, attraversano il tema della critica al sistema dell'arte partendo dalla questione di genere.
E in lei i generi si sono perfino fusi, di certo artisticamente: era il 1977 e alla Galleria Campo D di Roma, Bianca Menna Pucciarelli ha sposato il proprio alter ego Tomaso Binga in una cerimonia che ha sancito la metamorfosi definitiva della donna in artista. La sua scelta è stata una scelta ironica: avvalersi di uno pseudonimo maschile e utilizzare la propria arte per indebolire i costrutti patriarcali è un atto provocatorio che vuole sottolineare in modo permanente i privilegi di cui gode il sesso maschile.

Ma come farlo? Binga ha usato la scrittura a mano e il corpo femminile nudo per dare sfogo alla creatività nei i giochi di parole e per sovvertire le strutture sociali. Con l'inclusione del corpo nudo necessaria per determinare la presenza femminile. Anche se a firmare le opere è l'inesistente Tomaso Binga.

L'artista ha partecipato a moltissime mostre personali e collettive, tra cui la Biennale di Venezia, la Biennale di San Paolo, il Festival International d'Art Vivant di Lione, la Quadriennale di Roma e la Fondazione J. Klemm di Buenos Aires. Alcune delle mostre più recenti a cui ha preso parte sono A Silenced Victory alla Mimosa House di Londra (2019), Corpo a corpo alla Galleria Nazionale nel 2017, Giornata Mondiale per la Poesia, Accademia d'Ungheria e Casa delle Letterature, Roma (Italia) e Zitta Tu …non parlare, Sala Santa Rita, Roma (Italia) nel 2014, Per-formare una collezione,  Museo Madre, Napoli (Italia) e Anni '70/Arte a Roma  Palazzo delle Esposizioni, Roma (Italia) nel 2013.

la storia dell'arte ha cancellato le donne

L'arte come concetto contemporaneo è molto diverso dal concetto di arte che si aveva nel Rinascimento. La pratica artistica una volta si declinava in pittura e scultura ma oggi spazia dalla fotografia, alla tecnica mista, ai nuovi media, alla performance e all'arte digitale. Tra le convenzioni e le tradizioni sono noti gli artisti che costituiscono il "canone" della storia dell'arte. Li abbiamo studiati a scuola: sappiamo tutte e tutti chi erano Michelangelo, Picasso, Marcel Duchamp o anche Andyt Warhol, Da Vinci, Caravaggio, Botticelli, Tiziano. Tutti maschi. Oppure no? Forse no. I dipinti a tema biblico di Plautilla Nelli erano capolavori ma, secondo una regola antica quanto il patriarcato, fu cancellata da ogni libro di storia del Rinascimento, come non fosse mai esistita. Eppure Giorgio Vasari la definì "la prima donna pittrice di Firenze".

la necessità di chiamarsi tomaso (o marco o giulio)

È importante comprendere l’impatto sociale che i pregiudizi di genere hanno avuto sul mondo dell’arte, a parte l'impatto economico: l'arte che consideriamo più preziosa, in termini economici ma anche culturali, è quasi tutta a opera di uomini. È il motivo per cui i musei che nel mondo sono considerati quelli con le collezioni più grandi e complete sono quelli che includono opere di Turner, Matisse, Van Gogh e Picasso, Pollock, Rothko, Koons, Hirst e Hockney. Le donne non ci sono. E nessuno si pone il problema. E il fatto che l'equivalente femminile di questi artisti non venga fuori (o in mente a quasi nessuna che stia leggendo) dice molto, se non tutto. L'arte di Artemisia Gentileschi, Frida Kahlo o Élisabeth Vigée Le Brun è l'unica competenza di poche e di pochi, parlando di non addette e addetti ai lavori. 

È anche significativo che il record d'asta per un'opera di un'artista deceduta sia detenuto da Georgia O'Keefe, (per Jimson Weed/White Flower No1, venduta nel 2014 per 44,4 milioni di dollari) e che sia solo il 25% della cifra record di 179 milioni di dollari pagata per Les Femmes d'Alger di Picasso solo l'anno successivo.

Eppure, secondo Artfinder, un mercato online per 9mila artisti indipendenti (un po' come Etsy), le donne vendono costantemente di più. E certo: costiamo meno.

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"Gli uomini controllavano tutto, non solo l'arte"

Carmen Herrera era un'artista cubana, è deceduta nel 2022 ma non prima di lasciarci questa testimonianza: "Gli uomini controllavano tutto, non solo l'arte".  Nel corso della storia, le donne non si consideravano artiste e il motivo è che la società in cui le donne vivono, nel passato e nel presente, ha tacitamente comunicato loro che l'arte è solo un'abilità degli uomini. Alle donne è stato anche negato l'accesso alla formazione nel campo delle arti, il che è un motivo reale e, diciamo tecnico, per cui il canone della storia dell'arte le esclude.

come siamo diventate artiste anche noi?

La storia dell'arte è ricca di casi in cui gli artisti maschi hanno oggettivato le donne: da Andrew Wyeth che dipingeva solo donne di cui era "innamorato" a Yves Klein che usava i corpi delle donne come "pennelli viventi" per la sua serie Anthropometry. Alla fine degli anni Sessanta le artiste erano stufe, determinate a liberarsi dalle strutture oppressive del mondo dell'arte e dai rigidi ruoli di genere. Alcune hanno formato collettivi, allestito mostre in luoghi improbabili o hanno lavorato sulla propria esperienza vissuta senza scuse, paure o rimpianti.

Negli anni Sessanta, ispirate dal movimento per i diritti civili e dai movimenti contro la guerra negli Stati Uniti, dalle rivolte studentesche in Europa e dai fermenti intellettuali ed estetici di quello che venne chiamato poststrutturalismo e postmodernismo, le donne si svegliarono. Spinte sia dalla fredda affermazione di Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso (pubblicato nel 1949), secondo cui le donne non sono nate ma sono state create, sia dall'analisi di Betty Friedan del "problema che non ha nome" in La mistica femminile (1963), le donne iniziarono a creare gruppi di sensibilizzazione in cui parlandosi (finalmente) cominciarono a capire che quelle che erano state intese come "storie personali" erano le conseguenze logiche e diffussisime di strutture politiche e sociali assai più ampie. 

parliamoci tra donne

Per le femministe, l'arte fu l'arena per un'indagine sia politica che personale: l’arte era straordinariamente reattiva ma anche una pratica costruttiva. Dalla protesta contro la mancata inclusione delle artiste nelle gallerie e nei musei, alla resurrezione dei linguaggi degradati delle arti decorative e artigianali, la prima fase del fare arte da una prospettiva femminista è stata attivista, appassionata e particolarmente interessata a modificare la storia dell'arte

Il sessismo nell'arte esiste ancora, ma da quando le attiviste del Movimento Artistico Femminista hanno esposto e presentato al pubblico le disuguaglianze esistenti nel mondo dell'arte, le cose sono cambiate e presumibilmente continueranno a farlo. Se noi, come società, vogliamo una soluzione più veloce alle disuguaglianze che esistono in tutti i settori, dovremmo iniziare a cambiare il modo in cui educhiamo i bambini e le bambine: I libri di scuola dovrebbero includere più storie di donne che hanno avuto posizioni di rilievo in tutte le discipline e in tutti i campi, dalla scienza all'arte.

In questo modo i bambini e le bambine crescono sapendo che anche le donne possono avere potere e prestigio nell'ingegneria, nella medicina, nella politica e, soprattutto, nell'arte.