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Spazio pubblico, smartphone e iper sorveglianza: siamo al sicuro o solo controllate a vista?

Telecamere di sicurezza, smartphone e dispositivi di emergenza: siamo nella società iperconnessa e iper sorvegliata, ma almeno siamo al sicuro?

La CNN ha pubblicato un editoriale dal titolo Women are arming themselves with technology to protect against violence. Is it working?, che in italiano sarebbe "Le donne si stanno armando di tecnologia per proteggersi dalla violenza. Funziona?". La risposta è: in qualche misura sì. Non sempre. E inoltre c'è una contropartita: l'ipercontrollo sociale. Sì: siamo nel Grande Fratello. E nemmeno ci protegge come dovrebbe.

Quanto è importante che le donne si sentano libere di viaggiare (anche) da sole?

tecnologia a servizio della sicurezza delle donne

Ma iniziamo dal principio: app di geolocalizzazione e strumentazione varia come smartwatch con gps e ninnoli che effettuano chiamate di emergenza e si inseriscono nei calzini sono oggettivamente utili. Non solo sono un'arma di difesa per le potenziali vittime di aggressioni ma riescono a fornire dettagli come posizione e movimenti di potenziali aggressori. Sono quindi delle "prove" anche laddove mancano i testimoni oculari, per esempio nei casi di violenza domestica o negli stupri.

E oggi molte donne, pur senza abbandonare l'abitudine di tenere le chiavi strette in mano, si sono dotate anche di strumenti all'avanguardia per proteggersi e per assicurarsi un aiuto a stretto giro quando sono nello spazio pubblico: dalle videochiamate alle amiche alle chat di gruppo come quelle organizzate da "Scrivi quando arrivi". Perché lo spazio pubblico per le donne è pericoloso. E a volte geolocalizzarsi salva la vita, altre volte no.

La CNN ha parlato del legame tra tecnologia e sicurezza "di genere" proprio perché, nonostante abbia fatto tutto nel modo giusto, una studentessa di 22 anni è stata uccisa da un uomo a lei estraneo mentre faceva jogging. Riley, questo il suo nome, è stata uccisa in pieno giorno, dopo che aveva mandato un messaggio alla madre per farle sapere cosa stava facendo e nonostante avesse usato il cellulare per condividere la sua posizione con gli amici. E aveva anche attivato la funzione SOS del telefono per richiedere aiuto immediato. Ma evidentemente non è bastato. 

Non ci sono però solo gli aggeggi che ciascuna può decidere di usare: oltre alla tecnologia di sicurezza indivuduale, chiunque possegga uno smartphone lascia, che voglia o no, una propria traccia digitale che può essere preziosa sia per confermare la propria responsabilità in un reato, sia per validare il proprio alibi. Infatti, gli investigatori hanno utilizzato i dati di localizzazione sia del telefono di Riley che di quello del suo aggressore per tracciare i loro movimenti e riuscire a fermare il vero colpevole.

Ed eccola, la contropartita: non dobbiamo avere paura di affermare che viviamo in una società iper-controllata grazie ai dispositivi elettronici e alla tecnologia digitale. Gli strumenti come smartphone, smartwatch, videocamere di sorveglianza e dispositivi connessi a Internet, hanno reso possibile un monitoraggio costante e spesso invisibile delle nostre attività. Di ogni nostra attività.

Questo fenomeno ha chiaramente dei vantaggi come la sicurezza pubblica (ma vengono usati?), ma non può non sollevare la questione della privacy o del controllo.

la questione della privacy: milioni di telecamere

Ogni dispositivo connesso raccoglie dati personali, spesso senza che l'utente ne sia pienamente consapevole. Informazioni su posizione, abitudini, conversazioni e persino sulla salute personale vengono costantemente monitorate e archiviate. Ora, senza essere complottiste: ma Governi e grandi aziende possono utilizzare i dati raccolti per scopi di controllo o marketing, esattamente come avviene in alcuni regimi autoritari dove la tecnologia viene usata per reprimere il dissenso. E la democratizzazione degli strumenti tecnologici, come videocamere e microfoni avanzati, rende possibile un controllo invasivo anche da parte di privati, non solo istituzioni. Istituzioni che comunque non è che proprio non ci osservano. 

In Italia il numero di telecamere di videosorveglianza è in aumento perenne, sia in ambito pubblico che privato. Secondo il Rapporto Nazionale sull'attività della Polizia Locale nel 2022 sono state rilevate complessivamente 29.137 telecamere di videosorveglianza nei 145 Comandi analizzati. Alcune città italiane ne hanno un numero particolarmente alto: a Milano sono 2.272, a Roma 2.123. In termini di densità Milano dispone di circa 12 telecamere per chilometro quadrato. Ma oltre alle telecamere installate dalle autorità esiste una fitta rete di dispositivi privati. In Lombardia si stima siano circa 2 milioni le telecamere totali, con una media di una ogni 30 abitanti. Tecnicamente, non dovrebbe essere necessario proteggersi con smartwatch e videochiamate quando si cammina per strada. Tecnicamente.

non servono telecamere: serve cultura

Tornando in USA: premesso che la tecnologia offre certamente un altro grado di sicurezza e fa da deterrente o mezzo di soccorso rapido ma non risolve il problema della violenza di genere, le attiviste e le survivor sono convinte, giustamente, che la tecnologia può essere uno strumento di sicurezza potentissimo, stando alle interviste della CNN.

Ma non si può non essere consapevoli dei modi in cui questo ipercontrollo può trasformarsi da opportunità a limite. Quantomeno per iniziare a tutelarsi. Forse quello che servirebbe, ma parliamo di utopia, è una onesta conversazione su come Governi, autorità e privati usano i dati che raccologno. E quindi un equilibrio tra chi offre la tecnologia e chi ne usufruisce, cioè la popolazione. Perché è il modo in cui viene utilizzata a determinare se la diffusione capillare di strumenti tecnologici di sorveglianza sia un vantaggio collettivo o un rischio collettivo. In tal senso le leggi che tutelino la privacy, come il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) in Europa, vanno tutelate e sostenute. Ma soprattutto capite: molte persone non sanno come esercitare i diritti che il GDPR, sulla carta almeno, garantisce.