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Aggiornato il: 4 minuti di lettura

La sofferenza dell'erede: mentre i trentenni annaspano nel precariato, i figli d'arte piangono (ma diventano CEO)

La sofferenza dell'erede: mentre i trentenni annaspano nel precariato, i figli d'arte piangono (ma diventano CEO)
(getty)
Il problema non è che seguono le orme di genitori e nonni diventando CEO delle aziende di famiglia: il problema è che vengono celebrati come unicum quando sono lo standard.
E che si lagnano del cognome "pesante" che portano. 
di Eugenia Nicolosi

In Italia abbiamo inventato un tropo tutto nostro: l’erede che soffre. Tra varianti minime e identici colpi di scena, il suo copione si snoda sostanzialmente in «Sì, ok che ho il cognome… ma ho fatto il doppio della fatica». A queste perfette cover story manca però sempre la parte più interessante: il doppio della fatica rispetto a chi? E soprattutto: con quale gigantesco paracadute sotto?

Vita da OSS: tutto quello che c'è di prezioso in questo lavoro

L'ultima è stata Alice De André che a Le Iene ha fatto un monologo sul cognome pesante e, contestualmente, promuove lo spettacolo teatrale dal titolo Alice (non canta) De André (dialogo immaginario col nonno). Poi arriva Ginevra Lamborghini: «ho cominciato facendo fotocopie», è l'incipit di un discorso sulla «gavetta durissima dentro Lamborghini». Carolina Cucinelli, che ha fatto «il doppio della fatica» nell'azienda di famiglia mentre veniva inserita tra le cinquanta donne più influenti del mondo della moda e del retail.

Lucia Lavia: debutto a 13 anni accanto alla madre Monica Guerritore, a 18 diretta dal padre Gabriele ne Il malato immaginario. Andrea Giunti celebrato come nuovo AD a 27 anni nell’azienda di famiglia. C'è Diletta Balocco, nominata AD a 28 anni, quarta generazione. E fuori dall’Italia accade lo stesso: Marta Ortega, nominata presidente di Inditex dal board (fondatore: suo padre, Amancio Ortega).

il privilegio che si eredita e l'ascensore sociale rotto

Ora, mettiamo in chiaro la cosa più importante: non è uno scandalo che esistano famiglie che tramandano imprese e mestieri. Succede ovunque, da sempre. In un Paese di piccole e medie imprese, spesso è persino una forma romantica di continuità industriale. Il problema è come lo raccontiamo anzi, come permettiamo che ci vengano raccontate queste storie.

Continuiamo a guardare alle vite dei figli e delle figlie d'arte da una prospettiva celebratoria quando non è altro che banale trasmissione di posizione e di privilegio.

E chiariamo che non è compito nostro chiederci se nell'azienda ereditata dalla venticinquenne figlia del fondatore potrebbero esserci coetanei più dotati e preparati di lei. Il nostro compito è chiederci per quale ragione, a fronte di questo tipo di narrazione celebrativa, non si analizza il contesto nazionale reale.

Mentre gli eredi e le eredi di famiglie si lagnano del peso del loro cognome e raccontano quanto hanno dovuto soffrire (tra i set o gli uffici dell'azienda in cui tutti sanno come si chiamano di cognome), non c'è nessuno che sollevi l'unica vera questione: la gavetta non è uguale per tutti. Certamente non lo è se fai il tirocinio dentro all'azienda Vattelappesca Srl di fianco alla signorina Vattelappesca.

le narrazioni romantiche di gavette durissime

Quelle che vediamo tra le pagine di quotidiani e riviste sono storie perfette perché spostano l’attenzione dal sistema all’interiorità: non si parla più di accesso, network familiare, rendite, selezioni, mercato del lavoro. Si parla di psicologia dell’erede, molto più comodo.

Se guardiamo i dati, invece delle interviste promozionali, l’Italia reale è meno epica e parecchio più cupa. La Banca d’Italia, nell’indagine sui bilanci delle famiglie, dice una cosa devastante: nel 2022 più della metà delle famiglie ha avuto risparmio nullo (e un bambino su quattro sta crescendo in condizioni di povertà). Tradotto: una quota enorme di persone non sta "facendo gavetta", sta galleggiando. 

E qui entra il punto che nei raccontini infiocchettati dei cognomi pesanti scompare sempre: la differenza tra fatica e rischio. Puoi faticare molto e rischiare poco (se hai rete familiare, capitale, casa, contatti, tempo). Puoi faticare molto e rischiare moltissimo (se ogni mese è una roulette di affitto, bollette, contratti a termine e stage). Quando un’erede dice «ho sofferto» spesso descrive una sofferenza reale ma non è la stessa sofferenza perché non è la stessa partita.

Quello che manca nel racconto è quasi sempre l’ABC del privilegio, che non è una questione morale ma strutturale: dietro gavette e sofferenze ci sono condizioni che consentono l'abbattimento dei rischi e una quota, ampia, di serenità.

Mai, o quasi mai, si fa riferimento al capitale economico cioè soldi, casa, possibilità di aspettare, di sbagliare, di studiare e specializzarsi senza lavorare 40 ore, il capitale sociale cioè la rubrica di mamma, reputazione riflessa, accesso a figure chiave, scorciatoie legittime (presentazioni, inviti, stage giusti) e il capitale simbolico. Questo è proprio intrinseco nel cognome e funziona soprattutto quando è pesante. Non sui media tradizionali almeno. Diverso è per i social.

L'analisi perpetua di Aestetica Sovietica

Sui social c'è un fermento tutto diverso e probabilmente più libertà (e voglia?) di fare analisi. La pagina Instagram Aestetica Sovietica da diversi mesi monitora il fenomeno: «Tutti si limitano a ribattere queste pseudo notizie in maniera passiva, io sono felice di metterci un po’ di spirito critico», dichiara Leoluca Armigero, founder e autore.

«Si tratta di interviste a figli e nipoti di, ad alto tasso autopromozionale e senza un reale profilo di notiziabilità che non sia il cognome illustre». Lui si dichiara figlio di un’infermiera e di un salumiere, per questo «uno spazio di parola e visibilità me lo sono dovuto creare, col sostegno di una community che è stanca di classismo e nepotismo. Trovo snervante leggere di ereditieri e figli d’arte che si lagnano del conflitto con le proprie origini e con le aspettative sociali. Riconoscere il proprio privilegio sarebbe il minimo, in un mondo che continua a predicare la meritocrazia ma fa fatica a visualizzare le enormi disparità sulla griglia di partenza».

figli e figlie d'arte che "si lagnano" in favore di telecamere

Il cognome può essere una gabbia identitaria, sì. Ma è anche un badge. E nel mondo reale i badge aprono tornelli. L’Italia che si ostina a credere nella meritocrazia è un Paese che si auto-assolve dalla responsabilità di aver frantumato l'ascensore sociale. E qui sta la miopia volontaria di chi racconta le storie dei figli e dei nipoti: celebrare senza problematizzare.

«La narrazione potrebbe cambiare così: vai sui giornali se hai davvero qualcosa da dire, qualcosa che abbia una rilevanza collettiva. », continua Leoluca Armigero. «Altrimenti stai occupando abusivamente uno spazio pubblico per autopromuoverti e assolvere te stesso dai sensi di colpa. Se lotti col tuo cognome, puoi farlo dal terapista. Il lavoro - per chi ci campa - non è un teatro di autorappresentazione. E i lettori non sono più così ingenui da applaudire e basta».

Va anche detto che quando la narrazione insiste sul doppio della fatica, trincerandosi dietro "è un'intervista non sono responsabile di cosa dice la persona intervistata", tradisce il proprio ruolo: trasforma un vantaggio strutturale in un ostacolo romantico, scaricando la responsabilità del fallimento sull’individuo senza cognome. "Se non ce la fai, è perché non ti sei impegnato abbastanza non perché la tua discendenza non prevede eredità". Ovviamente nessuno sta chiedendo di abolire le famiglie o il passaggio di testimone di padre/madre in figlio/figlia, ma di placarci nel racconto ostinato di una gara equa, perché non lo è.