Bianca, liscia, soda (e coreana?): forse la skincare è andata troppo oltre
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La domanda è sociale, oltre che culturale: può esistere una skincare scevra dagli standard di bellezza tossici? La skincare coreana è solo l'ultima delle tendenza in fatto di beauty routine (e la Corea del sud ringrazia: l'export di prodotti per la pelle oggi vale oltre 8 miliardi di dollari). E promuove alcuni degli standard più irraggiungibili di sempre che impattano sul portafogli, sul tempo, sulle energie e sulla salute mentale.
La skincare routine che prende le distanze dagli standard di bellezza allora è quella che consiste nell'acqua, nel sapone e (forse) in una protezione solare, ma questa giusto per prevenire problemi, non per "sbiancare" (perché voler mantenere o ottenere una pelle chiara rientra in pieno nella tossicità degli standard di bellezza attualmente in vigore). Giovani per sempre, bianche, senza pori, senza arrossamenti: gli standard di bellezza sono alla base del markeing di ogni prodotto che usiamo per la skincare. Già nel 2018 un report della Royal Society for Public Health (RSPH) registrava i millennial come quelli che peggio si pongono nei confronti dell’invecchiamento, motivo per cui la Society ha anche proposto all'industria della bellezza di porre fine all'uso del termine "anti-età", sottolineando che ciò potrebbe (lo fa, eccome) esercitare pressioni sulle donne affinché considerino l'invecchiamento come qualcosa da combattere, non da abbracciare in quanto naturale. E ancora: uno studio del 2017 ha rilevato che il 30 per cento delle donne sotto i 35 anni utilizzava regolarmente prodotti antirughe. Dobbiamo sempre dire grazie a Internet e ai social se gli standard si stanno appiattendo verso ideali globali anziché specifici a livello locale o regionale, per esempio. E in un mondo sempre più concentrato sull'esteriorità, tra esperienze visive e virtuali, le tendenze di make up o skincare saranno sempre più determinate da ciò che vediamo sugli schermi.
la skincare coreana è solo l'ultimo assurdo trend
Skincare coreana o "K-beauty": un trend che ha già influenzato miliardi di ragazze e donne in tutto il mondo. Ragazze e donne che possono aver contezza della cosa oppure no: la "glass skin", lucida come il vetro oppure l'incarnato bianchissimo e privo di pori, sono i due principali canoni veicolati dalla skincare coreana che propone standard estetici specifici. Anche le food influencer o le VIP che parlano d'altro sui social o in Tv spesso sono in linea con il trend della K-beauty. Non ne parlano, ma lo veicolano. E non è un caso che abbia avuto origine in un Paese che attualmente è la capitale mondiale della chirurgia plastica e il terzo maggiore esportatore di cosmetici al mondo dopo Francia e Stati Uniti (con un guadagno di 8,1 miliardi di dollari nel solo 2021). Ma chi li crea, questi "standard di bellezza" che sono sempre, nessuno escluso, tossici?
Gli standard di bellezza non sono stati creati dall’industria della bellezza, anche se ne ha evidentemente beneficiato e li alimenta. L'industria della bellezza semmai è colpevole di far sentire le persone, in particolare le donne, costantemente, come se partecipassero a un contest perché inserisce sempre nuovi parametri. Parametri che presenta come raggiungibili, ovviamente, purché compriamo quel nuovo prodotto. E no: ultimamente, non si parla più di trucchi e il cortocircuito è proprio qui. Spostando l'attenzione dal make up alla skincare, l'industria della bellezza ha imparato a parlare di "valorizzazione", di "cura" e di "pelle" per far circolare sul mercato non più fondotinta che compattano il viso in modo meccanico ma creme, sieri e trattamenti che senza bisogno di make up rendono la pelle del viso compatta. Ma ciò non è sempre possibile.
la skincare per una pelle bianca e senza pori
Doppia idratazione, protezione solare (meglio se totale), acidi vari ed eventuali. È già facile così capire perché la skincare routine è essa stessa frutto di una cultura che ci spinge ad aderire a uno stereotipo. La ricerca di una pelle sempre più chiara si traduce nella necessità di sottoporsi a trattamenti schiarenti e sbiancanti, "l'antiaging" veicolato dal linguaggio e dalle immagini utilizzati dalle aziende prodotti per la pelle spingono per apparire sempre giovani, l'enfasi sul rimodellamento del viso con - non funziona - le pietre o i rulli di giada o il Gua - Sha è ormai una mania.
E con questi standard di bellezza che ci vengono costantemente proposti come si fa a tornare a credere che la skincare e altre routine di bellezza sono pratiche individuali? Nel senso: non tutte le pelli sono "uguali", non tutti i visi accolgono alla stessa maniera lo stesso prodotto e soprattutto non tutti i visi possono uniformarsi per somigliare a quelli in linea con le “nuove” tendenze di bellezza. Il che apre a un discorso non solo legato al fattore economico e di classe (chi può permettersi di compare acidi, sieri, botox?) ma pure a quello razziale. Le donne con la pelle nera o marrone: secondo uno studio di Harvard acquistano nove volte più prodotti delle donne bianche per allinearsi al canone estetico che richiede pelle chiara e capelli lisci, per fare due esempi.
una skincare non "tossica" esiste o no?
Esiste. La routine per la cura della pelle si potrebbe ridurre fondamentalmente a tre passaggi: detergente, crema idratante e fattore di protezione. Ma non è facile ignorare la perseveranza con cui ci vengono proposti sempre nuovi prodotti e quindi nuovi passaggi. Il che spiega anche la poca fortuna di spazi di attivismo in cui gli standard di bellezza sono stati messi in discussione, per esempio dei movimenti come skin positivity e "free the pimple" che destigmatizzano le impurità della pelle e incoraggiano le persone ad accettarsi e amarsi nonostante lentiggini, pori dilatati, acne.
Ma la realtà è che gli standard di bellezza tossici sono profondamente radicati nella società e il fatto che l'industria della bellezza tragga un enorme profitto dall'insicurezza di tutte e tutti gioca un ruolo non da poco, nell’ostacolare qualsiasi cambiamento.
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