È ancora giusto parlare di sex work se su OF (o sui social) sembra una gara a chi si maltratta di più?
Ok che "il corpo è mio e decido io", ma questo inno dovrebbe agganciarsi a un minimo di consapevolezza e autocoscienza.
Invece, sempre più spesso, le creators sono giovanissime - issime - che stanno collezionando traumi.
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C'era una volta il sex work. Ora c'è Bonnie Blue, all'anagrafe Tia Billinger, nata nel 1999 in Inghilterra, è un'attrice pornografica e creatrice di contenuti per adulti, è diventata una figura controversa nel panorama del sex work online, in particolare grazie alla sua attività su piattaforme come OnlyFans e, successivamente, Fansly.
Perché è controversa? Perché nel 2024 ha promosso eventi in cui, durante la student week in Australia e le settimane delle matricole a Derby e Nottingham, pubblicava la sua posizione online e permetteva a uomini sconosciuti di avere rapporti sessuali con lei gratuitamente, a condizione che acconsentissero alla ripresa e pubblicazione online dei video. Perché a gennaio 2025 ha dichiarato di aver fatto sesso con 1.057 uomini in 12 ore, nel tentativo di superare il record mondiale precedentemente attribuito (ma non c'è niente di ufficiale) alla pornostar Lisa Sparxxx, che nel 2004 avrebbe avuto rapporti con 919 uomini in un solo giorno. Una performance che lei stessa ha definito devastante sotto il profilo fisico e mentale, salvo poi annunciare l’intenzione di ripetere l’esperienza. Dall'operazione ha tirato fuori il documentario 1000 Men and Me: The Bonnie Blue Story, nel quale piange per la maggior parte del tempo.
questo non è sex work ma performance estremizzata
Perché alcuni dei partecipanti avevano appena 18 anni, uno si è presentato con la madre, altri indossavano passamontagna, perché perfino OnlyFans vieta queste "sfide estreme" e le ha chiuso l'account. Perché è il simbolo disturbante di un'era digitale in cui ogni limite può (e deve) essere superato per restare visibili. È la manifestazione estrema di un sistema in cui la performatività diventa esasperazione e in cui il corpo anche quando autogestito può trasformarsi in strumento di auto-sfruttamento mascherato da libertà.
Ora è stata arrestata, a Bali, per "presunta pornografia" e rischia di rimanere per 15 anni in un carcere dell'Indonesia: la polizia la accusa di aver prodotto materiale pornografico, in violazione delle leggi sulla morale del Paese (a maggioranza musulmana). Bonnie Blue aveva affittato un autobus, ribattezzato «Bangbus», per la Schoolies Week, e nel suo gruppo c’erano almeno 17 turisti di nazionalità britannica e australiana.
Il recente arresto della pornostar per quanto ci riguarda deve accendere il dibattito sull’esasperazione della performatività dei/delle creators: un fenomeno sempre più estremo in cui la competizione e la visibilità sembrano spesso prevalere sul benessere psicofisico nel nome di una corsa al rialzo che ignora i limiti umani.
Non si tratta di moralismo, attenzione: chi scrive è radicalmente a favore del sex work consapevole, dignitoso e autodeterminato. Il problema è che l’industria dei contenuti per adulti non è un campo neutro né controllato affinché resti sano. E se è vero che molte/i creators affermano di agire in autonomia, è pure vero che il contesto in cui operano è intriso di dinamiche di mercato ipercompetitive, dove il successo passa spesso per l’escalation di contenuti sempre più estremi.
E Bonnie Blue è un simbolo, nel bene e nel male, di questa escalation. Non tanto l'arresto (ogni Paese ha le sue regole) ma l'intera esperienza della donna mette in luce la fragilità di un sistema in cui la distinzione tra libertà e autocommercializzazione violenta del proprio corpo si fa sempre più sfumata.
Ma tornando in Italia possiamo prendere l'esempio del Calippo Tour, una tournée informale di giovani creators - si sospetta minorenni, da come si presentano - che viaggiano da città a città per creare contenuti erotici insieme a fan, per rafforzare la percezione che ci sia una nuova frontiera del self-sfruttamento.
ma quale scelta, questo è (auto)sfruttamento indotto dalla competitività social
Nessuno ufficialmente le obbliga. Non ci sono (sempre) agenzie losche dietro. Ma è il contesto a essere coercitivo e tossico perché vive delle stesse dinamiche che ormai vediamo ovunque. Solo che qui si parla di corpi e di salute mentale, di perdita del lumicino, di accettazione forzata di pratiche estreme spacciate per "è una sua scelta".
In molti casi, queste ragazze e questi ragazzi si sfruttano da soli e da sole. Ed è qui che il dibattito si fa più difficile: perché se il consenso è reale, ma si sviluppa in un contesto in cui valgo solo se faccio di più, se vado oltre, se mi sottopongo a robe che mi devastano, come nel caso Bonnie Blue, è ancora sana autodeterminazione?
Questa competizione tossica non è sex work sano, forse non è nemmeno sex work. È una forma subdola di sfruttamento indotto. Se sostenere il sex work significa accettare che a svolgerlo siano ragazzine, ragazze e donne che non sanno porsi e porre dei limiti, non si sta sostenendo il sex work. Sostenere il sex work significa parlare di diritti, salute mentale e fisica, salute pubblica, sicurezza, istruzione, strumenti di supporto e regolarizzazione. Non possiamo invece difendere ogni espressione di disagio (personale o collettivo) solo perché a qualche livello ci restituisce l'idea di libertà di scelta.
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