Se la bellezza è una gabbia (e lo è), la bruttezza può essere uno spazio politico di libertà per tutte e tutti
Con l'estetica non c'entra niente: la bruttezza, così come la bellezza, è il frutto di una carica sociale escludente basata sul potere, anche economico.
Coltivare la bruttezza, accettarla e non escluderla allora potrebbe essere liberatorio.
Se di bellezza si parla anche troppo spesso, di bruttezza non si parla mai. Eppure è sulla alterità alla bruttezza che si costruisce la bellezza. E la bruttezza a sua volta si costruice su dinamiche oppressive e disumanizzanti: razzismo, abilismo, sessismo. È appena uscito “Ugliness” (“Bruttezza”), il libro dell’artista, curatrice e scrittrice afghano-tedesca Moshtari Hilal, un’opera a metà tra memoir (suo padre sottolineava con disinvoltura la “bruttezza” delle proprie figlie) e saggio filosofico o di sociologia che invita a riflettere su chi - o cosa - è brutto/a. E perché.
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Noi aggiungiamo una questione che Hilai non approfondisce ma lambisce: il legame tra bellezza e denaro. Un giorno, solo le persone povere saranno "brutte". Le altre avranno infatti accesso a tutta un serie di strumenti "abbellenti", tra chirurgie e - ahinoi - sbiancanti per la pelle.
Essere "brutte": stare fuori dagli standard previsti
Nata e cresciuta in Germania da genitori afghani, Hilal ha dovuto fare i conti con uno specchio che rifletteva un’immagine disallineata agli standard di bellezza nord-europei. Il suo volto, i suoi peli scuri e abbondanti, il suo naso “non giusto” — tutto veniva percepito come sbagliato. Da qui, una guerra silenziosa e costante contro sé stessa: cerette, rasature, creme brucianti, e un’ossessione sistematica per “migliorare” ciò che la società le aveva insegnato a odiare.
Nel libro, Hilal ripercorre questo conflitto personale e familiare per arrivare molto più lontano. La bruttezza, sostiene, non è un dato oggettivo né un fatto estetico: è una costruzione sociale e politica. Non decidiamo individualmente chi è bello o brutto. Lo decidono la storia, il colonialismo, la guerra, le gerarchie di potere. In altre parole: la bellezza è una questione di classe, di razza e di privilegio.
Le discussioni superficiali sulla bellezza, quelle che la riducono a un fatto di vanità, insicurezze adolescenziali o questioni "femminili" sono tutti dispositivi che alimentano gli stereotipi. E gli stereotipi diminuiscono la portata reale di ciò che è in gioco: parlare di bellezza significa, piuttosto, affrontare questioni di potere, di odio, e persino di disumanizzazione. Come sottolinea l'autrice del libro, in tedesco la parola Hässlichkeit (bruttezza) contiene in sé il termine Hass, che significa odio. Per pronunciare “hässlich”, devi prima dire “Hass” — odio. E non è un caso.
La bruttezza non è semplicemente una qualità che si trova nelle persone. È, piuttosto, il modo in cui ci relazioniamo agli altri, un codice visivo interiorizzato sin dall’infanzia. La nostra socializzazione è integrata con l'insegnamento a leggere i corpi, i volti, i tratti, secondo una grammatica che impariamo attraverso l’educazione, i media, la scienza stessa.
Pensiamo, ad esempio, ai libri scolastici di biologia o a come i media inquadrano chi è degno di essere amato, guardato, celebrato. Questo schema si riflette nei corpi che vediamo per strada: impariamo a considerarli più o meno umani, più o meno degni, più o meno “normali”. Alcuni corpi, alcune identità, diventano “brutte” proprio perché possiamo — o dobbiamo — odiarle. È questo il loro posto nella gerarchia sociale. Ma chi decide chi è brutto/a?
anziani e anziane, persone razzializzate e disabili
La risposta sta nelle grandi strutture dell’oppressione: il razzismo, il sessismo, l’abilismo. Chi è sempre stato storicamente escluso dalla bellezza? Gli anziani, in particolare le donne anziane — perché, si dice, non possono più “contribuire” al ciclo produttivo della famiglia nucleare. Le persone con disabilità — perché esistono al di fuori dell’ideale di salute e produttività; richiedono cura, non “producono”, e dunque vengono trattate come scarti del sistema. Le persone razzializzate — perché il razzismo giustifica la loro esclusione, il loro sfruttamento, persino la loro detenzione. Gli standard di bellezza non sono neutri e non sono innocui. Servono a tenere fuori, a escludere. Servono a definire un dentro, esclusivo e dominante, e un fuori, da scartare. Sono una frontiera visiva che separa chi merita di appartenere da chi deve restare ai margini. Ecco perché parlare di “bruttezza” non è un tema frivolo. È, al contrario, un modo per capire chi ha diritto a essere visto come umano.
i principi dell'Estetica: quando il cervello guida l’occhio
Per secoli, la filosofia dell’Estetica ha cercato di comprendere cosa rende qualcosa (o qualcuno) bello. Una delle teorie più accettate afferma che il cervello umano trova belle le forme che riconosce facilmente: simmetrie, proporzioni armoniche, figure che per "facilità" diventano presto familiari. La bellezza, in questo senso, è quello che l’occhio comprende senza sforzo. Il problema? Il cervello si è allenato — storicamente, culturalmente, mediaticamente — a riconoscere più facilmente certi tratti rispetto ad altri. Volti bianchi, nasi piccoli, lineamenti sottili, pelle liscia. Tutto ciò che si allontana da questo schema diventa “irregolare”, quindi meno immediato, quindi meno “bello”. È una trappola percettiva che si è incancrenita e per smantellarla occorre un’operazione radicale: accettare la bruttezza inizialmente come parte dell’umano e poi rompere la dicotomia bello/brutto. Perché finché ci sarà il “brutto”, ci sarà anche un potere che decide chi lo è — e chi non lo è.
Se la bellezza diventerà sempre più un privilegio di classe
Già oggi la bellezza "naturale" viene celebrata più di quella ottenuta con lo sforzo di make up evidenti e nasi evidentemente rifatti. Ma anche nel ventaglio delle bellezze non naturali c'è una gerarchia ed è una gerarchia che si definirà sempre di più sulla base delle capacità economiche delle persone. In poche parole, le persone che possono permettersi interventi costosi saranno considerate più belle di quelle che si sottoporranno a chirurgie malfatte, botox fai da te o comunque low cost (perché si vedrà). Ma queste saranno comunque più avvantaggiate di quelle che non potranno accedere nemmeno a interventi scarsi e fatti male.
La società attuale non solo celebra la bellezza: la vende. E la vende cara. Botox, filler, skin-care da centinaia di euro, chirurgia estetica, abiti “slancianti”, trattamenti dimagranti, personal trainer, make-up professionale: essere “belli” è un investimento, oltretutto proibitivo per la maggioranza della popolazione.
Chi ha meno soldi ha accesso a soluzioni meno efficaci, più visibili, più dozzinali. E questo — paradossalmente — rende il tentativo di abbellirsi ancora più stigmatizzante, perché denuncia la mancanza di risorse. La bellezza, o meglio la sua declinazione, diventa uno specchio del privilegio economico.
E allora, la domanda è inevitabile: le persone belle saranno, in futuro, solo quelle ricche? In parte sta già succedendo. I volti più ammirati sono quelli levigati dal capitale: simmetrici, ringiovaniti, truccati ma “naturalmente”, chirurgicamente modificati ma senza che si veda. L’ideale di bellezza, già irraggiungibile di per sé, è sempre più legato alla possibilità di comprarlo.
Moshtari Hilal non propone un semplice rovesciamento (“brutto è bello”), né una riforma degli standard. Propone una rivoluzione semantica e politica: smettere di aver paura della bruttezza. Accettarla, viverla, spogliarla del suo potere giudicante. Solo allora, forse, riusciremo a vedere nei volti — tutti i volti — qualcosa che non va ridotto a una scala di valore, ma riconosciuto come espressione di esistenza. L'accettazione della bruttezza, fino alla sua scomparsa, può diventare uno spazio di rivendicazione e libertà.