Annamo a pijà er gelato? 4 minuti di lettura

È anche grazie a Zerocalcare che "Questo mondo non mi renderà cattivo"

Dopo mesi di interminabile attesa, Zerocalcare è tornato su Netflix non solo per raccontarci Rebibbia e la storia delle persone che lo circondano, ma per farci (e farsi) una grande domanda: cosa significa abbracciare le diversità?

 

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La nuova serie Netflix

È uscita il 9 giugno su Netflix la seconda serie animata del fumettista Michele Rech, in arte Zerocalcare: Questo mondo non mi renderà cattivo. Era solamente lo scorso anno quando Zero ci aveva non sorprendentemente deliziato, commosso e divertito (ma anche fatto riflettere, semicit.) con la sua prima opera televisiva nei panni di sceneggiatore e disegnatore, Strappare lungo i bordi.

Il successo del prodotto lo ha colto come sempre sembrano coglierlo tutti i suoi  meritati traguardi: con la sindrome dell’impostore. Basta cercare un paio di interviste di Zerocalcare per rendersi conto di come la fama non l’abbia cambiato, ne l’abbia salvato dalla sua capacità di autosabotarsi che, nella serie ora uscita, gli ribadisce anche l’Armadillo, la sua ormai ben nota coscienza (doppiata da Valerio Mastandrea).

Eppure, così come le varie storie, i reportage sui curdi e le raccolte sotto forma di fumetto pubblicati insieme alla casa editrice Bao Publishing, anche questa serie è stato l’ennesimo “flop mancato”, come potrebbe definirlo lui. La paura ci stava tutta: la seconda stagione (o film, o serie a sé stante, come in questo caso), è sempre la più ardua a causa di un confronto con il pubblico che ha settato l’asticella. In questo caso, anche parecchio alta.

Ma l’ipocondria, l’insicurezza, il dubbio, i grandi se e i grandi ma risolti a suon di merendine e yogurt ci sono sempre stati, nel nucleo di Zero: a novembre 2021, per esempio, scrive il racconto Il castello di cartone, presente all’interno della raccolta Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia in cui il suo alterego, maldestramente, si trova via via a dover combattere contro i cinque guardiani, o fantasmi, del progetto Netflix che incombeva. Eppure, eccoci qui, e da qui in poi, ALLERTA SPOILER.

Di cosa parla "Questo mondo non mi renderà cattivo"?

Se la storia di Strappare lungo i bordi si concentrava sulla crescita di Zero tra il punk e i le lezioni private di italiano ai pischelli lucertola e su cosa significa diventare adulti e costruire, o vederlo costruirsi da sé, il nostro percorso, la nostra strada, qui il racconto si fa (parzialmente) meno personale, ma la caratura intimista, che è poi quella che più di tutte caratterizza Zerocalcare, rimane. Ma di cosa parla, quindi, Questo mondo non mi renderà cattivo (il cui titolo è una citazione a un singolo del cantante romano Path)?
Dopo aver introdotto i propri personaggi e amici del cuore nella prima serie, ossia Secco e Sarah, Zero non ha intenzione di abbandonarli e li riporta sullo sfondo di Rebibbia anche qui: ma in ballo, questa volta, ci sono diverse persone in più e un dilemma etico e morale non da poco.

Mentre Secco è sempre Secco e “annamo a pijà er gelato” rimane il suo mantra (seppur con un esplsione di vivacità che sul finire della serie ci ha fatto tutti innamorare di lui), Sarah è alle prese con la sua prima assunzione in una scuola dove potrà finalmente realizzare il suo sogno di diventare insegnante; in più, viene introdotta la figura di Cesare, un amico dei tempi del liceo del trio, ma soprattutto di Zero, che dopo 20 anni trascorsi in comunità a causa della tossicodipendenza, torna a Rebibbia (ma solo perché le ha provate tutte e non aveva altro posto in cui tornare).

A Zero viene richiesto di diventare sua guida in una città che non riconosce più, mentre sullo sfondo, nella periferia di Roma, si stanno creando due fazioni: gli amici di Zero, fondamentalmente, che tra compromessi e fatiche non cercano di sbarcare il lunario (non è immaginabile), ma solo di sopravvivere, e i “nazisti”. La connotazione politica è forte e lo sa anche il fumettista che, tra i vari siparietti metanarrativi che si concede, ci spiega il perché di quella parola, e la risposta è semplice: è l’unico termine rimasto che ci fa davvero paura.  

"Unire, e non dividere"

Nella scena in cui un produttore cinematografico è al telefono con Zero, lui gli dice (tra una tirata di naso e l’altra), che la sua vera e rarissima capacità sta nell’essere in grado di “unire, e non dividere”. Eppure Zero stesso e il suo personaggio – fumetto sono, di fatto, divisi: stanno a Rebibbia ma lo vivono come un porto sicuro da cui poter eventualmente, seppur non desiderandolo, scappare, diversamente dalle persone che lo circondano e che non hanno possibilità. Vuole battersi contro “i nazisti”, ma uno davvero può arrogarsi il diritto di giudicare le scelte altrui quando, con le posizioni da cui partono quelle scelte, non hanno dovuto avere nulla a che fare? Anche qui, in senso lato, si parla di crescita mentre, in sottofondo, si rincorrono i cartelloni della sostituzione etnica che sta al centro della lotta tra Guelfi e Ghibellini della periferia romana, e che diventano il capro espiatorio, come spesso accade, di un’ingiustizia cittadina più profondamente sentita ma a cui spesso non vogliamo neppure prestare ascolto, tanto ci spaventa la sua voragine.

Attraverso le vite delle persone che lo circondano, Zerocalcare riesce, nell’epoca della più totale polarizzazione, delle fazioni e del bianco e nero, a non essere divisivo e, anzi, a porgere allo spettatore uno spunto di riflessione su cosa siano, effettivamente, le diversità e l’accoglienza, evitando il giudizio e abbracciando gli interrogativi, ben più utili di ogni altro punto a capo. E non parliamo solamente della tragica condizione in cui i 30 immigrati della vicenda vivono, spostati come scatole di un trasloco da un quartiere all’altro; per Zero, infatti, è proprio la diversità di Cesare, uno dell’altra fazione per intenderci, a essere difficile da mandare giù. Da questo punto di partenza si diramano i pensieri di Zerocalcare che ci mostra il mondo attraverso i suoi occhi, quelli di qualcuno che non smette mai di chiedersi se si trova nel giusto, qualsiasi cosa significhi.

Tra cultura pop, livelli e citazioni

Ad alleggerire la densità dei temi ci pensano i siparietti e i dialoghi che Zerocalcare intrattiene con l’Armadillo, o più che altro, potremmo dire, i monologhi che la sua coscienza (un narratore non del tutto affidabile, forse) gli rifila, sempre con pochissima delicatezza e immenso sarcasmo tipicamente romano.

Lo stesso che porta Zerocalcare a difendere la propria posizione dialettale, per dirne una; dopo la prima serie, infatti, i giornali e buona parte del pubblico, nonostante il successo del prodotto, lo aveva criticato per la sua voce troppo sbiascicata e dalla cadenza romana “intraducibile”. Nella nuova serie Zero non ricorda queste critiche, ma solo perché l’Armadillo agisce su di lui con la tecnologia cancella – ricordi della saga Men In Black.

Ma i riferimenti culturali sono infiniti (si passa da Metal Slug ai Teletubbies, da Bridgerton a Don Matto) e stanno al passo con il ritmo veloce e mai scontato con cui l’autore alterna risate, momenti di riflessione e media alternativi:

Michele Rech riesce a parlarti di genitorialità, precariato e del dolore di accettare i cambiamenti raccontandoti di quella volta in cui al supermercato gli cadde lo yogurt per terra, e lo fa pure bene. Riconoscersi in Zerocalcare a prescindere dei valori in cui crediamo, è facile: è la complessità che ci rende simili, e forse proprio questo è il punto focale, e la forza, di Questo mondo non mi renderà cattivo.