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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

In tutti i gruppi c'è la persona sempre in ritardo: se non sai chi è vuol dire che sei tu (e ti si odia)

In tutti i gruppi c'è la persona sempre in ritardo: se non sai chi è vuol dire che sei tu (e ti si odia)
(getty)
Arrivare agli appuntamenti con oltre mezz'ora di ritardo (minimo) eppure sorridenti perché ormai "si sa che sono fatto così".
Non va bene.
di Eugenia Nicolosi

Non parliamo del ritardo dovuto a cause di forza maggiore: il lavoro che trattiene o un intoppo in casa. Parliamo di persone che sono consapevolmente, sempre, in ritardo anche quando non hanno niente da fare. Parliamo di persone che sanno di avere un appuntamento alle otto e alle otto meno dieci sono ancora a casa, senza essersi nemmeno preparate per uscire, oppure che decidono di concedersi cinque minutini sul divano dopo la doccia, aprire i social, rispondere o mandare messaggi non urgenti, guardare video mentre pensano sia una pausa legittima.

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Così arrivano agli appuntamenti cinquanta minuti dopo, col sorrisetto, perché sanno che chi le aspetta non le prenderà a schiaffi dal momento che quel ritardo è "il frutto innocente della loro distrazione" e tutti, tutte, "ormai lo sanno".

essere in ritardo come stile di vita, secondo canoni precisi

E però la distrazione, quando si ripete sempre nello stesso punto e produce sempre lo stesso danno sugli altri e le altre, smette di essere un simpatico tratto caratteriale e comincia ad assomigliare molto a una gerarchia di valori, implicita ma chiarissima, nella quale il proprio tempo, il proprio comfort, il proprio ritmo interiore contano più del tempo e dell’organizzazione altrui. Insomma si crede di avere più diritti degli altri.

Per ragioni misteriose e francamente irritanti, queste persone continuano a godere di una reputazione molto migliore di quella che meriterebbero. Forse perché per anni ci siamo raccontati il loro ritardo come tratto specifico e incontrollabile del loro "simpatico caos". Così non sono più persone che mancano di rispetto, no giammai, sarebbe troppo semplice: sono "fatte così" che è l’espressione con cui le altre persone, quelle civili, smettono di essere arrabbiate e iniziano a praticare una forma raffinata di resa.

cosa succede davvero nella mente dell'amico sempre in ritardo

Ora, che un individuo possa arrivare in ritardo una volta, due volte, in una giornata storta, in mezzo al traffico, dopo un imprevisto, è ovviamente comprensibile ma qui non stiamo parlando dell’eccezione, stiamo parlando di quelli per cui il ritardo non è un incidente ma una professione, una cifra.

La scena si ripete uguale a sé stessa per anni anzi per decenni: c'è una persona puntuale, o un gruppo, che si organizza, si veste, esce, prende un mezzo, arriva, aspetta. Nel frattempo il ritardatario cronico è ancora in casa e non sta affrontando un’emergenza di lavoro o spegnendo un incendio, spesso sta perdendo tempo in modo miserabile e perfettamente evitabile.

Dopo la doccia si sdraia un minutino, apre il telefono, scorre video di gente che cucina male, guarda storie di persone che non rivedrà mai, risponde a un messaggio irrilevante con la calma di una lumaca e compie tutto questo sapendo benissimo che da qualche parte esiste un essere umano che invece è seduto a un tavolino, dopo aver lasciato qualcosa a metà per arrivare puntuale. Eppure continua.

Questo dato, da solo, dovrebbe bastare a demolire la leggenda del ritardatario innocente, perché l’innocenza implica inconsapevolezza mentre qui c’è spesso piena coscienza accompagnata da una stupefacente assenza di scrupolo o da giustificazioni assolutamente autolegittimate tipo "per ora sono stressato/a non voglio stressarmi ancora di più sbrigandomi". Bastava prendere l'appuntamento per un altro orario ma perché farlo, se si può comunque scegliere di arrivare un'ora dopo senza avvertire gli altri?

l'equivoco a monte: non è simpatico caos, è autocentrata maleducazione

La verità è che il ritardatario cronico, nella sua versione più compiuta, non è quasi mai il poeta maledetto del disordine che ama credersi, ma un amministratore abusivo del tempo altrui. Lui non registra il costo dell’attesa degli altri perché nel suo immaginario gli altri non hanno una serata, non hanno una soglia di sopportazione, non hanno un ritmo e cose da fare

Poi c’è il grande capolavoro culturale che rende possibile questa farsa, e cioè la nobilitazione del ritardo come segno di leggerezza, spontaneità, libertà dalle convenzioni e simpatia. Ma non c’è niente di libero né di simpatico nel non sapersi regolare, non c’è niente di spontaneo nel ripetere sempre lo stesso schema, e soprattutto non c’è niente di affascinante nel costringere gli altri a pagare il prezzo della loro inettitudine organizzativa.

A peggiorare tutto, naturalmente, c’è la complicità della società dei puntuali che spesso è incapace di difendere perfino il proprio tempo. Il puntuale medio, infatti, non protesta davvero, ma pratica un rituale di autoumiliazione civile: aspetta, sbuffa, fa la battutina magari manda il messaggino ironico. 

In questo modo il puntuale non è responsabile del reato, ovvio, ma costruisce l’impunità perché insegna al ritardatario che può continuare perché al massimo lo aspetta una battutina quando ci sarebbe da fargli trovare il tavolino vuoto senza nemmeno avvertirlo.

Allora la colpa è di tutti se il ritardatario cronico è convinto di essere simpatico e pittoresco, adorabilmente nel caos. Invece è un maleducato ben integrato, uno che ha avuto la fortuna di incontrare persone abbastanza educate da non dirgli che il rispetto non è una formalità noiosa inventata per tormentare gli spiriti liberi, ma il minimo sindacale per non trasformare ogni appuntamento in una piccola esercitazione di egoismo, suo, e pazienza, altrui.