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Sesso è potere: serviva la serie Netflix "Vladimir" per provare a uscire dall'imbuto moralista della gen z

La serie Netflix "Vladimir" non parla davvero della relazione di una donna con un collega più giovane. 
Parla del confltto generazionale, soprattutto quando in gioco ci sono le dinamiche di sesso e potere.

La parte meno interessante di certe storie a volte è quella che viene venduta come principale. Nel caso di Vladimir, per come la serie ci viene incontro, verrebbe da dire che il centro dovrebbe essere la relazione della protagonista con il collega più giovane. Ma no: chi se ne frega, davvero. Quella è un'esca narrativa, perché la vera materia viva è nella sottotrama che lentamente si prende tutto: il conflitto tra il moralismo contemporaneo veicolato dalla politica della gen z e la vita vera. Quella abitata anche da chi possiede codici generazionali diversi e ha dovuto piegarsi alle etichette e al lessico ma non ce la fa. Segue spoiler. 

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che ci piaccia oppure no sesso e potere spesso coincidono

La protagonista (Rachel Weisz) è una donna della gen x che porta sul corpo e nel linguaggio il deposito di un’altra epoca, suo malgrado tirata in mezzo a una ondata di denunce per abusi a carico del marito da parte di ex studentesse - tutte maggiorenni all'epoca dei fatti - che, si capisce, erano in realtà tutte consensuali. Il wokismo e soprattutto una nuova e giusta consapevolezza circa le dinamiche delle relazioni abusanti, le ha risvegliate a distanza di dieci anni così sull'uomo - e sulla protagonista - si scatena una tempesta di problemi politici e professionali. Si solleva, inevitabilemente, la questione delle dinamiche di potere nelle relazioni.

La gen z problematizza il dislivello di potere, "loro non erano veramente consenzienti perché soggiogate dall'affascinante professore", dicono alcuni studenti e alcune studentesse. Ma la domanda è se esistono davvero relazioni prive di dinamiche di potere. E la pone la protagonista, costretta a rispondere dei comportamenti del marito, anche se risalenti a dieci anni prima, davanti a un plotone di studenti ventenni (e perfino sedicenti femministi, che però forzano una donna nell'esprimersi su qualcosa che non le compete). 

L'eroina della nostra storia non è la caricatura della donna che non capisce i giovani, né la reliquia di una libertà sessuale ("avevamo un matrimonio aperto") che i ventenni di oggi capiscono solo quando viene chiamata "non monogamia etica". Lei rappresenta una coscienza che ha già visto fallire parecchie liturgie morali e che dunque, davanti alla nuova ortodossia sentimentale, conserva il privilegio - o la condanna - di un sano scetticismo.

Quando pronuncia quella frase, "Chi è davvero libero da dinamiche di potere?", è il punto in cui la bomba generazionale deflagra. La risposta è "nessuno". E lo sanno pure studenti e studentesse. Non esiste solo la verticalità evidente e derivante dai ruoli sociali e professionali di professore / studentessa o capo / neoassunta: esiste il potere dentro relazioni che sulla carta sono paritarie. 

"vladimir" è un controcanto che ci ricorda che la vita vera è complessa

Le relazioni umane, men che mai quelle erotiche, non sono il luogo dell’innocenza e non lo sono mai state: sono il luogo della negoziazione, dell’asimmetria, del bisogno, della fantasia, della dipendenza, della recita, della paura, della forza distribuita male e continuamente ridistribuita. È questo il punto che rende la serie particolarmente feroce, se letta dalla prospettiva giusta: non è la trasgressione in sé, ormai ridotta da decenni a prodotto, a essere centrale, ma la messa in discussione dell'idea di desiderio. Un desiderio che non può innescarsi con l’uguaglianza, con la simmetria e il galateo etico del "poliamore". La protagonista lo sa, e proprio per questo mette in crisi il giovane tribunale convinto di avere la verità in tasca.

E non perché abbia ragione su tutto, anzi. La forza della visione della donna sta nel fatto che nessuno è totalmente assolvibile ma dentro la sua parzialità c’è una verità che il moralismo di oggi fatica ad accettare: le persone non si emancipano trovando nomi alle cose.

La gen z, ormai raccontata da milioni di prodotti pop, ha una sensibilità che ha avuto il merito di smascherare ipocrisie storiche e violenze normalizzate. Ma tale sensibilità non può, intanto, essere applicata retroattivamente a relazioni avvenute cinque, dieci, venti anni prima o imposta a chi ha avuto un vissuto diverso. E inoltre se ogni conquista morale deve diventare un linguaggio obbligatorio non fa altro che trasformarsi in una nuova forma di oppressione conformista.

Vladimir entra a gamba tesa sul tema attraverso la prospettiva della protagonista che propone, banalmente, l'esperienza delle zone grigie: non tutto è giusto o sbagliato, non tutto è sano o tossico, non tutto è violento o equo. E spiega che è su questo confine che nasce il desiderio.

Ovviamente Vladimir non è una difesa dell’abuso né un manifesto reazionario contro la gen z e le loro idee. Ma presenta la complessità lì dove avevamo smesso di accettarla, con un controcanto libertario e antiperformativo. Nessuno ha la patente della purezzza e il diploma dell'etica, soprattutto quando c'è di mezzo il sesso. Per fortuna.