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La maleducazione è stata normalizzata, anzi viene applaudita: che mondo è un mondo che premia la malandrineria

La maleducazione è stata normalizzata, anzi viene applaudita: che mondo è un mondo che premia la malandrineria
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Gente al ristorante che videochiama senza usare gli auricolari, gente in aereo che guarda film senza usare auricolari, gente che fuma sigarette tenendo in braccio neonati, gente che insulta sui social e si pregia del proprio essere malandrina.
Non è una impressione: la maleducazione è stata normalizzata
di Eugenia Nicolosi

Sarebbe sciocco fingere di non sapere che ogni generazione si crede migliore di quella che la succede. E questo sin da Marco Tullio Cicerone, libro a parte: I tempi sono duri. I bambini non obbediscono più ai genitori e tutti scrivono un libro. Ma sarebbe ipocrita pure trincerarsi dietro una benevolenza inclusivista e, per paura di essere tacciate di classismo, non parlare della maleducazione di oggi che non solo è più diffusa, ma è diventata quasi una qualità desiderabile.

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È una percezione, almeno, per una abbondante fascia di popolazione: nei mezzi pubblici c’è chi guarda film o fa videochiamate gridando e senza auricolari, tra le vie cittadine sfrecciano bambini su monopattini elettrici e motorini montati che non potrebbero nemmeno guidare e pure rispondono male a qualunque adulto provi a ricordare loro che esiste un limite e poi i social.

Sui social è un infinite scroll dentro al festival della maleducazione trasformata in un pregio. Dentro ai social, e basta ingannare l'algoritmo posizionando un like strategico, ci si imbatte con violenza contro la fotografia realistica di un cambiamento sociale in cui è perfettamente normale pregiarsi di aver divelto cassonetti, di non aver concluso le scuole, di sparolacciare urbi et orbi rivolgendosi alla suocera, alla vicina, al parente.

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Non è una questione di giovani d’oggi perché pure persone con oltre sessanta, settant'anni si apprestano a riprendersi per poi pubblicare orgogliosamente i loro video selfie di dissing, in un uso praticamente privato di spazi pubblici, traboccanti di insulti, balli in canottiera, parolacce in dialetto o al massimo in un italiano totalmente sgrammaticato.

se sembra che in giro ci sia più maleducazione è perché c'è

E il problema, attenzione, non è l'aver abbandonato la scuola, mettiamo, per necessità di natura economica o il parlare in dialetto sui social perché non si conosce l'italiano. Il problema è che la nuova voga è andare fieri, fiere, di non aver studiato, di sputare in mezzo alla via, di infrangere il codice stradale.

Viviamo un cortocircuito sociale in cui essere malandrini o malandrine viene premiato, mentre l’educazione - non quella scolastica, ripetiamo, ma quella civica - ha totalmente perso di valore anzi, sono punti in meno sulla patente invisibile della vita. E le disuguaglianze sociali così come la sfiducia nel sistema educativo hanno un ruolo. Perché non è, ovviamente, una questione di classi sociali, ma di contesti. Negli ultimi decenni si è frantumato l'ascensore sociale e con esso tutte quelle promesse di benessere e integrazione che tenevano i ragazzi e le ragazze dentro le aule scolastiche. Spazi di cui molti genitori contestano l’autorità e il valore e sono i primi a dire ai loro figli, figlie, di andare a lavorare perché "a scuola perdi solo tempo". Ma non è nemmeno solo questo: negli anni Sessanta la percentuale di giovani che completava la scuola superiore si aggirava intorno al 12 per cento. E c'era molta più educazione. 

Oggi oltre il 65 per cento dei giovani ottiene un diploma, con un abbandono scolastico sceso fino al 12 per cento a livello nazionale (Eurostat, 2023). E assistiamo a soprusi continui da parte di persone, più o meno scolarizzate, ai danni di altre persone e spazio pubblico. Il più delle volte grazie al desiderio di gloria degli stessi autori del sopruso che quei gesti li condividono sui propri canali social in cerca di applausi.

La realtà è che stiamo vivendo una crisi di comunità. L’educazione funziona quando gli adulti sono riconosciuti come figure di riferimento, le regole sono condivise e applicate da tutti, quando lo spazio pubblico è sentito come bene comune.

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Quando questi elementi vengono meno, si diffonde un individualismo difensivo e aggressivo. Da qui derivano molte micro-maleducazioni quotidiane: non solo la scarsa attenzione agli altri, ma il rifiuto totale di qualunque richiamo civile. A questo si aggiunge un terreno che amplifica e celebra queste dinamiche: i social network.

i social network usati come fossero privati tra dissing alla vicina e balletti in canottiera

Al loro interno si è sviluppata una vera e propria apologia della maleducazione, tra contenuti che un tempo sarebbero stati motivo di imbarazzo oggi diventano intrattenimento virale: dissing tra vicine di casa, trasformati in soap opera aggressive; genitori che tengono in braccio bambini mentre fumano, presentati come vita vera, motorini elaborati e guidati senza casco, raccontati come imprese epiche. La regola dominante è niente critiche. Chi prova a segnalare un problema o una mancanza di responsabilità viene immediatamente attaccato con quelli che, per questa collettività, sono insulti: professore, professoressa. Non solo perché c'è una chiara avversione per la scuola in sé, ma perché, in alcune narrazioni social, avere studiato o essere educati viene visto come un demerito, quasi un tradimento della spontaneità autentica.

Gli algoritmi fanno il resto: ciò che genera conflitto, indignazione e caos viene spinto in alto. E la maleducazione, diventando contenuto, si normalizza anche fuori dallo schermo e viene premiata con visibilità e approvazione. Il rimedio non è tornare nostalgicamente al passato, né colpevolizzare un gruppo sociale o una generazione. Potrebbe essere utile tentare di ricostruire un senso di comunità, ridare dignità alla scuola e alla comunità educante, valorizzare la responsabilità individuale come parte di un bene comune. Ma un detto comune lungo tutto lo Stivale è che il pesce puzza dalla testa. Ed è chiaro che se le prime persone a non avere cura del bene comune sono quelle che dovrebbero insegnare le altre ad averne siamo al capolinea.