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Cinema Aggiornato il: 4 minuti di lettura

Jackie, Blonde e Spencer: ma quanto ci piacciono le biografie sulle vite turbolente delle donne?

Cerchiamo di capire perché i biopic di donne tristi e travolte dal dolore ci affascinano così tanto.
di Alice Michielon

I documentari dovrebbero raccontare storie di donne che non siano solamente “vittime o prostitute”; sono le paole della direttrice esecutiva della sezione documentari UK di Netflix, Kate Townsend.
Se è vero che su Netflix sono usciti interessantissimi documentari su musicisti (Wham! e Lewis Capaldi), per esempio, e sono in dirittura di arrivo altri due prodotti (su David Beckham e Robbie Williams) è anche vero che i oiù recenti doc sulle donne riguardano, purtroppo, due donne vittime di omicidio.
“Si tratta di una questione storica, di rappresentazione dietro e davanti alla telecamera”, ha spiegato in un’intervista Townsend, sottolineando come l’arrivo di registe donne abbia migliorato la situazione, ma non risolta. “Sarei entusiasta di ricevere proposte di documentario su donne britanniche iconiche”.
Ma il problema non è assolutamente solo inglese, bensì globale.

 

Blonde è un film del 2022 scritto e diretto da Andrew Dominik; basandosi sul romanzo omonimo di Joyce Carol Oates del 2000, la pellicola si pone come obiettivo quello di raccontare la figura di Marylin Monroe (interpretata da Ana de Armas) e il modo in cui la società e i media di allora l’hanno trattata; al centro del discorso, la sessualizzazione e lo sfruttamento dei corpi femminili, con tutte le conseguenze che questi processi si portano con sé.

Blonde: il film che ha diviso le masse

Disponibile su Netflix, il film è stato accolto da un gran numero di critiche; si è immediatamente palesata la sua natura controversa e divisiva che ha spaccato in due il grande pubblico. C’è chi, come sempre accade, ha apprezzato il film; fan dell’attrice, amanti del documentaristico e così via. Tra i film critic, anche chi ha parlato della performance di De Armas come la sua migliore fino a oggi, per cui in effetti si è guadagnata una nomination agli Academy Award. D’altro canto, non si sono limitati coloro che hanno criticato arduamente il film: per il The Guardian si tratta di una pellicola irritante, mentre la critica Kaufman lo descrive come “bizzarro e miserabile”, aggiungendo: “Dominik critica il modo in cui il mondo ha ridotto Marylin a un oggetto, e poi lui fa lo stesso. La sua Marylin è una affannosa e sexy bionda con daddy issues. Tutto qui”. Ovviamente, Marylin Monroes e Norma Jeans prima di lei sono sempre state molto più che questo.

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Manhola Dargis, del New York Times, scrive: “Di nuovo, un regista è più interessato a esaminare il corpo di Monroe piuttosto che entrare nella sua mente”. Nel film, infatti, non c’è spazio per la carriera di successo di Monroe e per i suoi traguardi, né tantomeno per le sue battaglie per i diritti civili, per esempio. Sul grande schermo, l’unica modalità tramite cui Monroe/De Armas appare è sotto la veste della donna fragile, distrutta, caratterizzata solamente dal dolore provocato dalla vita pubblica, dall’intrusione nel privato dal male-gaze.

Che cosa c'entra il complesso maschile?

Non si tratta di un personaggio a più dimensioni, sfaccettato come chiunque è, ma di una donna osservata attraverso ciò che Freud ha definito il complesso maschile della Madonna e della prostituta. Esso si basa su una sorta di impotenza psichica che si sviluppa in alcuni uomini, che riescono a vedere le donne solamente come sante (Madonna) o prostitute; un dualismo che “li costringe” ad amare le prime senza desiderarle, e ad amare le seconde senza volerle. Marylin Monroe, come altre icone della storia, è come se fosse riuscita, inconsciamente, a camminare sul filo sottiile che divide questa dicotomia, catturando tanto odio quanto amore da parte di praticamente tutti gli uomini: un binomio che, spesso, porta all’ossessione.

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Un’ossessione che, in realtà, seppur veicolata anche attraverso altri sentimenti (positivi, pure) non riguarda solo Marylin ma una serie di donne che hanno fatto, volente o nolente, della propria sofferenza una sorta di bandiera di riconoscimento. Parliamo, per esempio, di Amy Winehouse: è prossima, infatti, l’uscita del biopic sulla sua storia. Le prime foto del backstage hanno già fatto storcere il naso a molti; come raccontare la complessità di un’artista del genere senza scadere nel banale o senza rendere il film una vera e propria pornografia del dolore? Eppure, amiamo i biopic (in generale, certo, da Rocketman a Elvis) di artisti e personaggi famosi, ma anche e soprattutto di donne. E tra queste, la maggior parte di quelle ritratte sono tendenzialmente tristi e sofferenti.

Le donne sono la tela bianca perfetta per il male gaze

“Lo sfruttamento di narrazioni femminili, di donne morte o vive, è molto presente a Hollywood”, scrive Tasha Stewart per il giornale The Student. “Come molti altri, Oates e Dominik erano intenzionati a sfruttare il mistero della morte di una donna per il proprio guadagno commerciale; per il piacere dei click e delle view”. L’autrice fa inoltre riferimento all’impossibilità di questi personaggi di poter dire la propria, controbattere: Monroe, così come Winehouse, ma anche Lady D, per esempio, sono morti. L’idea che le donne “morte e turbolente” possano rappresentare un ideale canovaccio per il cinema è stata approfondita dalla scrittrice Alice Bolin nel libro Dead Girls (2018), dove prende Twin Peaks come esempio per ipotizzare come “le donne morte si presentino allo sguardo del protagonista maschile, o del direttore, come una tela bianca sulla quale proiettare i propri desideri”. 

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Citavamo Lady Diana, e difatti quanto accaduto con molte raffigurazioni di donne morte può essere spiegato con la rappresentazione di Lady D in televisione o sul grande schermo. Il progetto più recente a lei dedicato è Spencer (2021), diretto da Pablo Larrain. Ancora una volta, si tratta di una “ricostruzione immaginaria” di Lady Diana (Kristen Stewat) del momento in cui ha deciso di separarsi da Re Carlo. Sul suo personaggio e sulla performance dell’attrice, il peso degli avvenimenti reali che sarebbero avvenuti più in là nel corso della sua vita, e che non lasciano spazio alla persona di emergere, ma soltanto alla tragedia di farsi protagonista (eliminando, quindi, tutto quanto il resto che connotava la principessa Diana).

Il futuro dei biopic è in mano alle registe?

Eppure, di biopic di successo Pablo Larrain ne aveva già firmato un altro, sempre su una donna: trattasi di Jackie, il film sulla first lady Jacqueline Kennedy (Natalie Portman). In questo caso, le ombre oscure della vita turbolenta di Jackie non diventano ossessione, né la sua immagine viene sfruttata o sessualizzata attraverso la lente del dolore; sarà forse perché, nella vita reale, la figura della first Lady è stata sempre inquadrata come più “Madonna” che prostituta, mentre Lady D (al di là di tutto l’amore dei fan e del popolo) ha dovuto affrontare uno spietato odio dei media?

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Guardare film tristi allo schermo può letteralmente dare una carica di endorfina al nostro cervello; lo ha detto uno studio condotto da alcuni ricercatori di Oxford, e riportato dal The Guardian. Secondo la ricerca, guardare film drammatici in gruppo aumenta il legame dello stesso e influenza la crescita del livello di intolleranza al dolore. Ma l’interrogativo che ci poniamo, ovvero sul perché siano proprio le storie travagliate di donne che non possono rispondere alla narrazione che viene fatta di loro a tramutarsi, più spesso, in dramma senza via d’uscita né sfaccettature, trova probabilmente risposta nel male gaze attraverso cui questi personaggi vengono analizzati e dipinti. Attendiamo quindi, con impazienza, un biopic femminile scritto e diretto da Greta Gerwig; chissà che le cose non cambino.