5 minuti di lettura

Il racconto del mostruoso sociale: "The Substance" riguarda noi, non le fragilità femminili

Se The Substance parla di mostruosità è perché tutte e tutti noi siamo Elisabeth, siamo Sue ma siamo soprattutto quell'occhio violento che si poggia sui corpi e ne decide le sorti.
Sì: c'è anche il sapore di Dorian Gray.

La prima cosa da chiarire su The Substance è il grosso equivoco del male gaze: i critici hanno accusato la regista Coralie Fargeat di "assecondare lo sguardo maschile", in realtà è abbastanza evidente che Fargeat vuole intenzionalmente replicare e riprodurre lo sguardo maschile che tutto permea e modella evidenziandone i risvolti grotteschi. Da questo momento in poi ci sono spoiler. 

Il trailer di "The Substance", il body horror femminista con Demi Moore e Margaret Qualley

The Substance e la vecchiaia femminile

Il film The Substance inizia senza fronzoli e giri di parole: la vecchiaia femminile non è concessa. Quando una donna invecchia sparisce, viene sostituita e dimenticata, soprattutto se i successi ottenuti sono direttamente legati all'espetto esteriore.

La prima scena è il cinquantesimo compleanno dell'istruttrice di aerobica delle celebrità Elisabeth (Demi Moore): ritenuta troppo "vecchia" dai dirigenti del canale che trasmette il suo fortunato show, viene informata che sono stati aperti i casting per trovare una degna e giovane sostituta. Ecco che la protagonista si imbatte in "the substance", la sostanza: un sistema medico sperimentale che promette alle persone di ottenere una versione "più giovane e più bella" di loro stesse.

Come? Con una specie di parto: Elisabeth ottiene un clone ventenne che prende vita direttamente da lei, è Sue (Margaret Qualley) con la quale avrà un rapporto di alternanza che somiglia molto a quello madre - figlia. Il presupposto del progetto scientifico è che la matrice (Elisabeth) e il clone vivranno a settimane alternate: mentre una vive l'altra va in stand by. Ma se le settimane di Sue sono piene di vita, successi e lavoro, quelle di Elisabeth sono di alienazione: trascorre il tempo a pulire la casa che Sue lascia in disordine mentre la televisione rimane sempre accesa (sui canali di televendite).

di cosa parliamo quando parliamo di corpi?

Sue è bellissima e canonicamente perfetta: la sua andatura per la strada viene inquadrata per mettere in primo piano le sue cosce, mentre un forte rumore di passi - come fosse Godzilla - suggerisce la latente mostruosità di quel corpo che da un lato sembra fatto apposta per compiacere la audience dello show tanto che il capo del canale (un orrido e viscido Dannis Quaid) decide di trasmetterlo in orari serali e non più mattutini, e pure lo sguardo del pubblico (noi): chiamato a osservare le curve di Sue ossessivamente. Dall'altro lato quello stesso corpo avanza minacciosamente nel mondo di Elisabeth che nel frattempo è condannata alla sparizione. 

Rispetto al corpo di Sue, costantemente sessualizzato, secondo alcuni critici Fargeat lavora visiviamente sulla sottile linea tra sovversione del male gaze e concessione alla misoginia: ma lo sguardo del film è in realtà volutamente voyeuristico, volutamente misogino. Nelle settimane in cui "vive" Sue e durante le quali registra il programma di aerobica è tutto un trionfo di sederi e seni perché la regista ha voluto, con una prospettiva femminile, rimarcare la pesantezza dello sguardo maschile. Lo sguardo del pubblico - noi - è spinto a poggiarsi sui glutei di Sue, sulle cosce, sulle labbra, sulla tonicità generale del suo corpo, a impersonare la pesantezza di quello sguardo e a notarne la pervicacia e diffusione. A un certo punto Coralie Fargeat posiziona perfino la telecamera verso Sue in modo da ottenere il punto di vista dell'inguine dell'attore che interpreta un cameraman.

Nelle settimane di Sue tutto è colorato, assolato e rosa. In quelle di Elisabeth tutto è notturno, silenzioso e solitario. Perché è in questa alternanza che viene affrontato il primo e più evidente tema del film cioè la vecchiaia (femminile), ma anche il secondo e più intimo: lo scontro interno sperimentato dalla stragrande maggioranza delle donne su quanto sono disposte a lasciare simbolicamente chiuso in casa. Pensieri, opinioni, rughe, carni flaccide, capelli grigi: quanto - e cosa - devo sacrificare di me per essere desiderabile agli occhi della società?

E il sacrificio del sé di Elisabeth è totale nonostante per lei non sia una questione di lavoro e soldi, ma di banale accettazione. Il personaggio di Demi Moore infatti non ha bisogno di lavorare per vivere, che è ricca lo sappiamo dalla casa in cui abita e dagli outfit che indossa: lei ha bisogno di essere vista dai protagonisti maschili del film, ributtanti e tronfi uomini vecchi, con denti marci e mani sporche, che però comandano e occupano lo spazio pubblico. 

the substance: i livelli di lettura e lo splatter

Per essere "viste" le donne hanno da rispettare un solo imperativo: devono essere attraenti. Ed ecco che si sottopongono a invadentissimi e violenti interventi per mantenersi tali, ed ecco che trovano escamotage per mascherare lo scorrere del tempo a sé stesse e agli altri: una tortura psicologica quotidiana per molte e che il personaggio di Demi Moore attraversa nella scena in cui si prepara per un appuntamento. Come spesso accade nella vita vera, Elisabeth non è mai soddisfatta di sé perché non riesce a sottrarsi al confronto con il perfetto e giovane corpo di Sue che è lì davanti a lei, sul pavimento del bagno, minaccioso seppure in stand by. 

Sue in qualche modo assume contorni detestabili, diventa un nemico prepotente che non deve lottare contro il tempo, ma solo contro le prese di posizione di Elisabeth. Ogni volta che Sue ruba dei giorni in più, un pezzetto di Elisabeth marcisce e invecchia precocemente. Elisabeth per vendicarsi mangia cibi grassi. Uno scontro superficialmente letto come generazionale tra le "due" che serve a ricordare - a loro e a noi - che non esiste Sue senza Elisabeth.

Nel giro di poche settimane però Elisabeth perde davvero la propria sostanza perché Sue le ruba sempre più giorni, lasciandola irreversibilmente decrepita. Ma, ed è la parte grottesca, Elisabeth sceglie di non interrompere il programma perché è disposta a pagare quel prezzo pur di continuare a occupare spazio (per mezzo di Sue) sapendo che si sveglierà ogni volta sempre più vecchia, ingobbita, calva e con gli arti semi putrefatti. Il desiderio di rimanere sulla scena è più forte di quanto non sia l'istinto alla conservazione e alla sopravvivenza. 

Alla fine del film il gioco si "rompe": Sue vuole vivere e ottenere successi e consensi sempre crescenti e per questo non rispetta il fondamentale patto del tempo. Ma proprio perché l'una non può esistere senza l'altra Sue termina le risorse. A quel punto cercherà di clonarsi a sua volta ottenendo però un clamoroso fallimento, una mostruosa aberrazione che esploderà in faccia alla società (e alle sue richieste pressanti). Non vince nessuno. 

la mostruosità siamo noi, non Dorian Gray

Il film racconta anche la lotta con il proprio corpo, le mortificazioni che subisce per adattarsi ai modelli e la rabbia e l'amarezza provate quando si vede la giovinezza scivolare via. Ma il film racconta anche una verità profondissima: la mostruosità della società che richiede alle donne di diventare dei mostri ma non le perdona quando lo fanno. È stato detto che ricalca - con una cifra differente - La morte ti fa bella (1992) e in effetti il compromesso per compiacere lo sguardo dominante si rivela mortale in entrambi i film.

Ma in The Substance si deve necessariamente fare i conti con le ipocrisie e la violenza operata sui corpi: sguardi, ossessioni e convinzioni indotte che conducono a una perdita di sé conclamata e terrificante. Perché la "sostanza" è contemporaneamente quanto alle donne viene socialmente richiesto di non avere: non devi pensare o essere concreta, devi essere bella. Ma è anche ciò che le società suggerisce alle donne di coltivare: se il tuo successo si basa sull'essere bella non c'è ragione per tenerti in vita quando smetti di esserlo. 

Allora calza di più il paragone con il Ritratto di Dorian Gray: il romanzo di Oscar Wilde che analizza e critica la capacità umana di toccare i punti più bassi del compromesso, fino al sacrificio definitivo del sé reale in cambio di una versione socialmente accettabile, giovane e attraente.

Come in Wilde, la scelta di adottare la cifra dell'horror (anzi del "body horror") è quella che alla fine paga perché riesce a trasmettere il messaggio chiaro e tondo: il mostruoso nel quale viviamo è una nostra creazione perché il mostro siamo noi, ogni volta che cediamo al peso dello sguardo dominante ne alimentiamo la potenza. E quindi siamo Elisabeth, siamo Sue, siamo Dorian Gray e soprattutto siamo lo sguardoE un giorno non lontano questa mostruosità ci esploderà in faccia mentre da qualche parte c'è il nostro vero "io" che marcisce sperando di non essere visto.