Le società sono al collasso, le persone pure (ma fingiamo di no) l'anestesia collettiva della dissociazione volontaria
Condividi su
Forse è parte di quel meccanismo umano di autoconservazione, forse siamo tutti e tutte sotto anestesia, forse siamo una società peggiore di quanto non vorremmo ammettere, figli e figlie di un individualismo talmente feroce che pur "sapendo", non ci importa. L'hypernormalization è un concetto teorizzato oltre dieci anni fa, per descrivere un comportamento collettivo che oscilla tra l'ipocrisia più violenta ("fingo che sia tutto in ordine") e la reale incapacità di comprendere ("tutto mi suggerisce che il mio leader menta ma gli/le credo ugualmente").
E quindi eccoci, a condurre vite proiettate verso un futuro come se ci fosse, a nutrirci dei contenuti degli influencer, a fare skincare, mentre tutto attorno a noi è evidentemente collassato. E se non è collassato, sta per farlo. Un mix di "sistema delle bolle" per cui vediamo, leggiamo, sentiamo, discutiamo solo di quello che ci interessa e ci piace, con l'individualsimo più becero sottoposto a quintali di propagande, fake news, oscurantismo e poteri che veicolano contenuti utili a mantenere le folle (cioè noi) in ordine.
la promessa di un'utopia di vicinanza e comunità
I social network, agli albori, erano una promessa di collettività. Questi spazi virtuali e iperaccessibili ci erano stati presentati come ponti: strumenti per unire, per ascoltare l’altro, per globalizzare le storie senza perdere l’autenticità delle esperienze. Dovevano democratizzare la parola, annullare distanze, rendere tutti e tutte “vicini di casa” nel grande quartiere del mondo, per sostegno, per alleanze, per senso di comunità. E invece? Siamo finiti a scorrere video muti di tragedie lontane, alternati a coreografie ridicole e colazioni al matcha. Nessuno ride davvero, nessuno piange davvero. Ma tutti cliccano. Tutti scorrono. Tutti fingono - o credono davvero? - che tutto vada bene. Va male in ogni caso.
Da Ipsos sappiamo che il 60 per cento degli italiani ritiene che una notizia sia affidabile quando è condivisa da tante persone e più di 1 cittadino su 2 ritiene che sia più affidabile se condivisa da un amico molto attivo sui social: ecco qual è il nostro parametro, la viralità.
È questa la forma più contemporanea di hypernormalization, il concetto reso celebre dal documentario di Adam Curtis (BBC, 2016), e originariamente coniato dal sociologo Alexei Yurchak per descrivere l’Unione Sovietica degli anni Ottanta: un sistema che tutti sapevano essere marcio, ma a cui nessuno riusciva a opporsi, perché l’alternativa era impensabile, faticosa. La verità era talmente assurda da diventare irrilevante. Meglio continuare a recitare il copione ed evitare il dolore della presa di coscienza. Oggi quel copione si chiama Instagram, TikTok, Twitter. Le guerre ci arrivano in diretta, ma atterrano su di noi come atterrano le fiction.
La fame ci sfiora tra uno scroll e l’altro, ma non fa rumore. Le violenze sistemiche diventano trend se si trasformano in hashtag, poi svaniscono. Non perché la gente non sappia, ma perché sapere non basta più a cambiare nulla. E allora si scivola nella recita: “Se non succede nel mio quartiere, se non succede a casa mia, non mi tocca”. E il guaio, il guaio vero, è che questa filosofia non prende le mosse dall'ignoranza, perché lo vediamo cosa accade attorno a noi. Prende le mosse da una forma di dissociazione volontaria.
hypernormalization: fake news e contenuti virali
E la dissociazione volontaria è la rinuncia collettiva all’idea di una comunità. L'individualismo è diventato difesa, identità, estetica: “il mio feed è la mia realtà” va a braccetto con "sono troppo stanco, stanca per guardare altri video di morti". Ma questo non vale solo per le catastrofi umanitarie. Vale per il collasso ambientale, per i sistemi sanitari al limite, per le città che diventano fortezze, per i rapporti umani che si sfilacciano.
Tutto si sa, tutto si vede, ma nulla si sente. Viviamo in una società che potenzialmente è pienamente consapevole della propria disfunzione eppure, anziché reagire, si comporta come se nulla stesse accadendo. È questa la vera normalizzazione dell’assurdo. Ed è iper-normalizzazione perché coinvolge ogni sfera della vita: dalle istituzioni allo schermo dello smartphone. È una patina di benessere che copre crepe profondissime. Il guasto è politico, sì. Ma è prima di tutto culturale, emotivo, esistenziale.
non ci sarà una conclusione felice (in nessun senso)
Nessuno sembra più in grado di immaginare un’alternativa perché farlo è faticoso e perché è doloroso ammettere di vivere in una realtà più oscena di quelle proposte dalle serie tv post apocalittiche. Le ideologie non sono morte, sono diventate utopie. I movimenti d'altro canto si sono sfilacciati in micro-espressioni identitarie, la rabbia si è fatta diluita, interna e perfino meme. E i leader non temono i popoli, né li conducono o ascoltano: li governano manipolandoli con la complicità degli algoritmi.
E così, mentre fuori le strade bruciano, dentro ognuno rimane avvolto nel proprio bozzolo algoritmico, rimpinzato di piccoli piaceri digitali che placano ma non nutrono. La cosa peggiore è che ce ne rendiamo conto, ma facciamo finta di niente. Ecco, hypernormalization è proprio questo: sapere che il sistema non funziona e comportarsi come se tutto fosse perfettamente normale. Come se la cucina non stesse andando a fuoco mentre ci anestetizziamo in camera da letto, sperando che l'incendio non divampi in peggio: illudendoci che non possa accadere.
Condividi su