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Tutto è performance, perfino gli hobby e la centratura personale: se non lo pubblichi non è mai successo

Nel pieno paradosso della "disconnessione performativa", anche gli hobby sono diventati contenuti.
Mentre creiamo il vaso di ceramica pensiamo alla didascalia che useremo per dirlo sui social. 

Non che andasse necessariamente meglio di oggi, ma c'è stato un tempo in cui il privilegio si misurava in oggetti: una borsa, un’auto parcheggiata davanti al locale giusto, una vacanza nei posti giusti. Oggi sembra che lo status symbol sembri essere legato al tempo che si dichiara di avere per "disconnettersi" e praticare hobby di cui però poi si fa una cronaca puntualissima sui social.

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I social sono pieni di testimonianze di quanto gli hobby siano importanti e soprattutto ben praticati: vasi di ceramica perfetti, piante fiorite perfette, coperte all'uncinetto che manco nei negozi dedicati. La maestria di neo appassionate/i di ceramica, giardinaggio e uncinetto (per dire) è la prova che anche quando facciamo cose lontano dallo schermo del telefono finiamo per tradurlo in un contenuto per il telefono.

Padel a Milano, teatro a Roma, ceramica a Bologna

Raccontiamo orgogliosamente di partecipare ai corsi di panificazione artigianale, a rassegne di cinema d'essai e cicli di conferenze sull'impatto del sessismo nell'architettura urbana. Gli hobby analogici - niente reel, niente giochi e challenge, niente conquiste di followers - stanno vivendo una stagione d’oro. Ma è sempre performance sociale: perché dal momento che tutto è performance, anche il tempo libero e lontano dalle vetrine social lo è diventato. 

Il paradosso è evidente e la domanda che ne consegue pure: se l’escursione sulle Dolomiti, la lezione di ceramica nella bottega di quartiere e la partita di padel diventano contenuti da condividere, sono ancora hobby o sono cose che vengono fatte per il solo scopo di dirlo e dimostrarlo? Senza giudizi, per carità, ma crediamo che il messaggio implicito sia "guarda che persona favolosa sono": sono sana, produttiva e talmente centrata da avere una vita fuori dai social. Wow. 

E più l’immagine è naturale più è, in realtà, pianificata e organizzata. L’estetica dell’autenticità è diventata un genere con le sue regole estetiche, non stiamo più ostentando la borsa giusta o l'auto giusta, ma una vita che in realtà non esiste, anzi, un processo di "crescita" che annientiamo e arrestiamo quando pensiamo "ok mi fermo un attimo per fare una foto da postare".

Il paradosso della disconnessione performativa

In una cultura che ha interiorizzato il linguaggio della produttività, anche il tempo libero deve dimostrare di essere utile. Se fai ceramica, non basta divertirti: devi dire che ti stai divertendo. Ma se l’hobby nasce, etimologicamente e culturalmente, come spazio improduttivo, perché non lo tuteliamo come tale?

Gli hobby sono uno spazio di sperimentazione, di goffaggine e di tempo perso senza scopo né lucro, ovviamente. Oggi, invece, anche il passatempo è attraversato dalla logica della performance che trasforma ogni cosa che facciamo in elementi di brand personale. Non è un caso che molti hobby finiscano per diventare micro-attività parallele: la pagina Instagram dedicata alla ceramica, il profilo TikTok sulle ricette del corso di panificazione, il canale YouTube sulle recensioni dei vivai.

La linea tra piacere e posizionamento è sempre più sottile. Ma ci teniamo a specificare che il punto non è accusare chi condivide. La condivisione è il linguaggio del nostro tempo. Il punto è chiedersi cosa succede quando interiorizziamo lo sguardo degli altri anche mentre siamo soli, sole, a impastare e svasare la Sanseveria. Quando, nel mezzo di un’escursione, pensiamo già alla didascalia che useremo. A quel punto, stiamo ancora vivendo l’esperienza o la stiamo costruendo per il suo racconto?