Finché "C'è Figa" c'è speranza, chi l'avrebbe mai detto che si può ridere senza offendere
L'intervista ad Alessandra Flamini, stand up comedian e fondatrice del collettivo C'è Figa: qui un gruppo di donne e persone socializzate donne crea nuovi spazi di comicità in cui la differenza tra satira e bullismo è ben chiara.
In un Paese che sembra premiare la comicità di uomini bianchi che fanno le battute sulle fidanzate, i gay e le suocere, c'è spazio per un collettivo di stand up comedians - già di per sé un tipo di comicità brillante - che ha deciso di chiamarsi C'è Figa: sono nate a Roma ma non vogliono essere "romacentriche" proprio per confermare una natura intersezionale.
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Abbiamo intervistato una delle fondatrici, Alessandra Flamini, "Basta osservare chi ha successo come comico in Italia per capire che abbiamo un problema con il contenuto che stimola la risata - dice - di noi pensano che facciamo comicità da femmine, che parliamo male dei maschi per ridere, o che parliamo di cose da femmine ma questo perché il pubblico non è ancora del tutto abituato a una risata che non preveda stereotipi e offese".
Fare battute dentro al festival della Disperazione
Il tema è il Festival della Disperazione, dove l’ironia trasforma il dolore, ad Andria dal 21 giugno al 26 agosto. È la nona edizione del Festival che si pone come una rassegna letteraria che indaga, tra serietà e ironia, il potenziale trasformativo di uno dei sentimenti più umani: la disperazione. Il titolo di quet'anno è “Un eterno affanno” e il programma si arricchisce di voci eterogenee capaci di esplorare con profondità e leggerezza le ferite del presente: da Chiara Valerio a Nicola Lagioia.
Tra gli ospiti di punta di quest’anno anche Alessandra Flamini, stand up comedian e cofondatrice del collettivo femminista e satirico C’è figa, che salirà sul palco del Seminario Vescovile il 18 luglio alle 21.30, insieme a Valentina Medda e Frad, per un’esibizione esclusiva: Finché c’è figa c’è speranza.
“Ci piaceva tantissimo il titolo del festival,” racconta Alessandra Flamini. “Sono anni che ci rincorriamo con l'organizzazione perché il mood è decisamete il nostro: l’idea di abbandonare totalmente le speranze per attivarci in senso concreto e cambiare le cose”. Un’attitudine che ben rappresenta lo spirito di C’è figa, nato a Roma nel 2022 come spazio di comicità transfemminista.
“Siamo partite dal Kaos Teatro di Monteverde, dove scriviamo e proviamo i pezzi: è la nostra officina. Il collettivo ha un nucleo centrale di sei persone: io, Valentina Medda, Frad, Simonetta Musitano, Paola Giglio e Ilaria Giambini. Ma tante altre ragazze orbitano attorno al progetto”. Il nome ha suscitato sorpresa, talvolta fraintendimento. “Quando siamo uscite con il nome C’è figa, molte persone pensavano fosse un gruppo di uomini”, ride Flamini.
chiamarsi "c'è figa" per trasformare lo stereotipo in inno
“Il pubblico non aveva capito. Ma volevamo proprio riappropriarci di un modo di dire, legarlo all’essere donna in un ambiente – quello comico – che spesso ti esclude o ti sessualizza". Il ricordo che ha dato origine al nome è indelebile, oltre che simpaticamente amaro: “Un amico, quindici anni fa, commentò uno spettacolo dicendo: ‘Comicità al femminile? Che palle, le donne non fanno ridere, però almeno c’è figa’. Una frase che ci è rimasta impressa, inevitabilmente. Abbiamo deciso di prenderla e trasformarla da insulto a un inno”.
Il lavoro del collettivo si basa su un approccio transfemminista e anche quando collaborano con comiche esterne l’attenzione ai contenuti è centrale: “Non censuriamo, ma se c’è qualcosa che ci fa suonare un campanello, la problematizziamo. Chiediamo sempre di vedere i pezzi in anticipo, anche tramite video”. La comicità per C’è figa è un mezzo per prendere parola, occupare spazi e rompere stereotipi.
“Stand up comedy significa letteralmente alzarsi in piedi e raccontare il mondo dal proprio punto di vista. Per noi è fondamentale. Vogliamo stimolare altre donne a farlo. Organizzarsi in collettivi non vuol dire perdere l’identità individuale, ma solo l’ego. Insieme siamo più forti. E distruggiamo un altro stereotipo: quello secondo cui le donne sarebbero nemiche tra loro. La sorellanza è una forza incredibile”.
Il collettivo lavora per creare spazi sicuri per le donne e le socializzate donne pur specificando che questo non significa libertà totale di espressione senza responsabilità. “A volte si confonde lo spazio safe con la possibilità di dire qualsiasi cosa. Ma non è così. La nostra cultura comica è fondata su un immaginario maschile e questa impostazione l’abbiamo introiettata tutte, il che ovviamente va compreso per arginare le automazioni”.
la differenza tra satira e bullismo è tutta nel "bersaglio"
Il problema, secondo Flamini, è anche nella cultura mainstream del ridere: “Viviamo in un Paese in cui ad avere successo è Angelo Duro. Questo dice molto sul tipo di contenuto che fa ridere la maggior parte delle persone". E ancora troppo spesso, le comiche donne vengono incasellate in cliché o ammantate di stereotipi all'inverso: “Pensano che facciamo comicità da femmine per esempio che parliamo male degli uomini per ridere, o che replichiamo i soliti sketch sulla suocera o la moglie. Ma si può abituare il pubblico a una risata che non preveda stereotipi né offese”.
E continua: “I linguaggi forti tipici della stand up si possono usare, ovviamente, ma quando c’è un senso, quando diventano strumenti di riappropriazione. Altrimenti no: sarebbe lo stesso errore che critichiamo negli altri”. Come modello personale, Flamini cita Sabina Guzzanti: “Mi piace parlare di politica, quindi per me lei è un riferimento. I suoi programmi erano illuminati, davvero satirici, capaci di una visione critica della società".
E a proposito di satira, conclude: “La differenza tra satira e offesa sta nell’oggetto del bersaglio. La satira serve a colpire un potere, uno squilibrio. Prendersela con chi è già vittima, è solo bullismo”. Allora sì, finché c’è C’è Figa, c’è speranza.