Parte del gruppo e

Magazine
Forum
Argomenti
Aggiornato il: 4 minuti di lettura

Millennial trauma starter pack: quando i film "per ragazzi" erano catastrofi psicologicamente ingestibili

Millennial trauma starter pack: quando i film per ragazzi erano catastrofi psicologicamente ingestibili
(getty)
I film che venivano presentati come brillanti commedie nascondevano mazzate emotive dalle quali non abbiamo ancora avuto sollievo.
Se c'era scritto "per ragazzi" poi, di solito erano tragedie inimmaginabili.
di Eugenia Nicolosi

Siamo state cresciute e cresciuti con regole di comportamento che oggi sembrano assurde a molti genitori, ma in compenso nessuno o quasi si preoccupava di cosa guardassimo in televisione o al cinema. Se c'era scritto "per ragazzi" andava bene, stop.

Ma intanto siamo stati devastati e devastate emotivamente decine, centinaia di volte, e senza che nessuno battesse ciglio. Piuttosto, ci hanno detto di guardare qualcos'altro per distrarci e per riprenderci, qualcos'altro presentato sempre come "per ragazzi" e quindi di certo ricco di morti, abbandoni, piogge battenti, solitudine, lacrime, guerre e tradimenti feroci.

Infatti per la generazione millennial, quei film sono stati qualsiasi cosa tranne che innocui. Confezionati come commedie, fiabe animate o drammi formativi, questi racconti erano in realtà elaborati dispositivi narrativi di desensibilizzazione emotiva precoce. E no, non è un’esagerazione. Alzi la mano chi va, o è andato/a, in terapia. 

Lino Guanciale e l'amore in Forrest Gump: non possedere l’altro, ma averne cura

"dove sono i suoi occhiali? lui non ci vede senza occhiali!"

La prima lezione sul dolore: si muore, si muore da piccoli. Papà ho trovato un amico è forse l’esempio più brutale e al contempo più subdolo. Il marketing ci vendeva una storia di tenera amicizia infantile, forse con qualche sfumatura malinconica. E invece? Thomas J, il tenero bambino con l’aria fragile, viene punto dalle api. Muore. La scena successiva è un’implosione emotiva collettiva per chiunque, come la gran parte dei millennial, fosse ancora tra le elementari e le medie. “Dove sono i suoi occhiali?” è diventata una specie di preghiera post-laica, un mantra sulla fragilità dell’esistenza. Fa ancora male. E non parliamo della poesia sul salice piangente perché davvero. 

divieto di gioia per i millennial

Nello stesso decennio, ma più tardi, imparavamo che le donne non possono avere tutto. Il diavolo veste Prada è un altro cavallo di Troia che ci è stato consegnato quando eravamo abbastanza grandi da imparare la lezione. Ti fa credere che sia una storia di moda e ambizione ma è una lectio magistralis sulla rinuncia all'ambizione professionale, sacrificata sull'altare dell'amore per un fidanzato chef che non vuole che tu faccia niente da sola. E lì, noi millennial, abbiamo imparato e accettato che l’emancipazione femminile non esiste se non sacrifichi l'amore, ma l'amore non si sacrifica: molla tutto, accontenta le richieste narcisistiche del tuo fidanzato immaturo, il lieto fine è quello. Dall'altro lato infatti Miranda Priesley ha una carriera da sogno ma è super sola. Capito, ragazze? Ecco.

Come non parlare di Final Destination, che ci ha lasciati, lasciate, con uno spettro paranoico invalidante anche rispetto al più patetico dei quotidiani. Guidare dietro un camion che trasporta trochi mozzati? Non hai come sopravvivere. Una doccia? Morte certa. Lettino abbronzante? Ti stai praticamente seppellendo. Eppure, o forse proprio per questo, ora ci appassiona il true crime. Non per masochismo, ma perché abbiamo imparato — da ragazzini e ragazzine — che il peggio può succedere, quindi succederà, quindi tanto vale prepararsi.

Si scrive "cartoni animati" si legge danni irreversibili all'umore e alle capacità di relazionarsi. Mazzate psicologiche sotto mentite spoglie come quelle inferte da Lady Oscar, Candy Candy e Georgie non sono niente in confronto a Dumbo. Cioè Dumbo dovrebbe essere vietato ai minori di trentasei anni non spacciato come un film per bambini piccoli.

"bastian, dì il mio nome"

Ma parliamo piuttosto del celebratissimo La Storia Infinita: ci doveva portare nel mondo magico di Fantàsia solo per farci affrontare la depressione cosmica del Nulla? Precisamente. E muore anche il cavallo. Presentato come un’epica avventura fantasy per ragazzi, il film è in realtà un crash test psicologico per under 12.

La morte di Artax su tutte le altre scene, è Il trauma dei millennial per eccellenza. Mentre Atreyu lo implora, in lacrime, di tirarsi sù il cavallo continua ad affondare nella palude della disperazione. Nessun bambino dovrebbe mai vedere questa scena. Mai, E il messaggio implicito è che se sei triste troppo a lungo, affondi e chi ti ama non può salvarti.

Ma non bastava, ci voleva anche un meta-trauma: Bastian ha rotto la quarta parete (noi avevamo sempre otto anni però). La scena è quella di Bastian che legge la storia ma scopre che anche lui fa parte della storia, poi ci guarda e ci dice che anche noi stiamo leggendo (o guardando) la Storia Infinita. Messaggio implicito: la realtà non è affidabile. Niente è reale, soprattutto tu. 

"Luna bella, al tuo bianco chiaror qualcuno mi pensa e mi vuol bene ancor"

Alla fine degli anni Ottanta qualcuno ha pensato che i bambini potessero vedere Fievel sbarca in America: uno dei primi, subdoli colpi al sistema nervoso. Un trauma travestito da cartone animato con topi parlanti e canzoncine malinconiche. Solo questo? Ovviamente no: l’esperienza narrativa è durissima e mette a tema migrazione forzata, perdita familiare, disillusione sociale e la terrificante, terrificante, esperienza dell’abbandono. 

Il topolino russo-ebreo che lascia la patria in cerca del "sogno americano" e viene separato dai genitori da una tempesta che si abbatte sulla loro nave. Da lì in poi, il piccolo spettatore assiste a una discesa nell’incertezza, nella fame, nella paura e nella solitudine. La sequenza in cui Fievel chiama i genitori mentre vaga per la città è straziante. "Papa? Mama?", Ma non basta: il (topino) bambino Fievel finisce in una fabbrica schiavizzato da (topi) adulti senza scrupoli. Il messaggio? Il mondo non ti proteggerà se non hai i genitori. E i genitori li perdi appena ti distrai un nanosecondo. E: non prendere mai la nave.

A gettare le basi per vegetarianesimo e senso di colpa c'è stato Babe, maialino coraggioso: molti di noi hanno deciso che la carne era immorale. Letteralmente. Non per filosofia o ambientalismo, ma grazie a un maialino parlante che voleva solo essere amato. Se non è trauma emozionale subliminale allora non sappiamo cosa sia, ma almeno questo trauma ha aperto le porte a un'alimentazione più sostenibile.

Il trauma che ci ha lasciato Matrix invece non ha aperto le porte di niente se non dell’ansia dell’esistenza. Matrix è un altro punto di svolta. Mentre cercavamo di capire l’algebra, ci veniva detto che forse tutta la realtà era una simulazione. Un’idea scomoda, certo, ma anche incredibilmente affascinante per menti in piena formazione identitaria. Da lì, la fiducia nel mondo ha subito un colpo irreparabile. La realtà è fragile e il controllo un’illusione. Ottimo, davvero, per il nostro sviluppo emotivo.

quello che sappiamo d'amore e di fettine panate lo sappiamo da Kiss Me Licia

Ah, Kiss Me Licia. Quel titolo che potrebbe evocare una dolcezza tutta anni Ottanta, con sigle zuccherose cantate da una Cristina D’Avena all’apice del suo potere melodico, frangetta perfetta inclusa. Ma in realtà era una bomba culturale di sessismo interiorizzato e trauma relazionale, travestita da love story per adolescenti.

Il trauma: triangoli amorosi, manipolazioni e umiliazioni emotive. Il personaggio di Licia — dolce, sensibile, sempre pronta a sacrificarsi — non è n balia di Mirko, il frontman vanitoso dei Bee Hive, come nel cartone animato: nella serie tv italiana loro convivono e mangiano fettine panate in continuazione. Il problema è che abbiamo introiettato frasi come "Non si ricorda del mio compleanno, forse sono io che non mi faccio voler bene abbastanza". Come si esce psicologicamente da ciò?

Potevamo venire su molto peggio di come siamo

I millennial non sono semplicemente cresciuti e cresciute con questi film. Sono cresciuti attraverso di essi, inevitabilmente sviluppando traumi e imparando a gestirli da soli, da sole. Questi film non ci hanno solo intrattenuto: ci hanno insegnato, forse nostro malgrado, a sopravvivere al dolore, a riconoscere la perdita, a diffidare delle apparenze. La cultura pop ha fatto quello che i genitori della nostra epoca spesso non osavano: ci ha dato una versione digeribile (ma comunque angosciante) del fatto che la vita è dura, ingiusta. Il problema è che forse lo abbiamo capito troppo presto. La cosa positiva è che potevamo venir su molto, molto peggio di come siamo: ci meritiamo un abbraccio e una pacca sulla spalla, almeno.