Focus: il femminile sovraesteso (obbligatorio) all'Università di Trento
All'Università di Trento avviene cioè il contrario di quanto è avvenuto fino a oggi. E infatti il nuovo regolamento di Ateneo è stato scritto tutto al femminile: anche se il rettore è - o sarà - uomo verrà chiamato “Rettora”.
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Il femminile sovraesteso all'Università di Trento sta facendo discutere. Ma vediamo esattamente in cosa consiste, prima di commentare. Si legge nel nuovo regolamento di Ateneo che "i termini femminili usati in questo testo si riferiscono a tutte le persone". Nel senso che, indipendentemente dall'identità di genere e dal sesso biologico, ci si dovrà riferire a tutte le persone al femminile: gli uomini cis e gli uomini trans con dei ruoli come rettore o professore verranno chiamati rettora e professoressa, per esempio.
il femminile sovraesteso all'università di trento
Per "femminile sovraesteso" si intende l'estensione del genere femminile sul piano del linguaggio: il femminile si estende sul maschile. All'Università di Trento avviene cioè il contrario di quanto è avvenuto fino a oggi, quando usiamo come consuetudine il maschile sovraesteso. E infatti il nuovo regolamento di Ateneo è stato scritto tutto al femminile: anche se il rettore è - o sarà - uomo verrà chiamato “Rettora”, i componenti del consiglio saranno "le componenti del consiglio", il segretario sarà "la segretaria". Anche se sono biologicamente maschi o se si riconoscono nell'identità di genere maschile. L'idea del femminile sovraesteso è venuta a Flavio Deflorian l'attuale rettrice (?) che chiaramente parla di una presa di posizione simbolica "per mantenere all'attenzione degli organi di governo la questione".
In che senso? Da sempre, per rivolgerci a un gruppo di persone, in Italia si parla al maschile: si dice "ciao a tutti", anche quando si parla a sette donne e un uomo. Insomma il peso sociale di quell'unico uomo sovrasta il peso di sette donne. Nelle professioni questa cosa è identica: dal momento che storicamente molte professioni sono state a esclusivo appannaggio maschile è sempre stato consueto - non normale, né giusto - definire le donne con i ruoli professionali maschili: architetto, avvocato, ingegnere, giudice, magistrato, medico. Naturalmente questo non accade per quei pochi ruoli che hanno accolto - a fasi alterne - le donne: maestra / professoressa.
E infatti, il femminile sovraesteso rientra nelle pratiche del cosiddetto "linguaggio inclusivo". Prima di parlare di linguaggio inclusivo occorre parlare di inclusione: chi include chi e in cosa? Chi sono le persone da includere se non quelle discriminate, in questo caso, sia nel mondo reale che nel linguaggio che quel mondo lo racconta? In questo caso le donne, le femmine.
il senso che ha, se ne ha: "come uomo mi sento escluso"
L'Università di Trento ha riscritto integralmente il proprio regolamento dell’Ateneo per usare il femminile sovraesteso. Il rettore - la rettora - Flavio Deflorian ha chiaramente parlato di un gesto altamente simbolico che possa far mettere gli uomini nei panni delle donne, per secoli "linguisticamente cancellate" dal maschile sovraesteso. Ma anche per generare un ambiente paritario partendo dal linguaggio dei documenti ufficiali.
Ancora Deflorian ha spiegato in una nota stampa che “Nella stesura del nuovo Regolamento abbiamo notato che, accordarsi alle linee guida sul linguaggio rispettoso, avrebbe appesantito molto tutto il documento. In vari passaggi infatti si sarebbe dovuto specificare i termini sia al femminile, sia al maschile. Così, per rendere tutto più fluido e per facilitare la fase di confronto interno, i nostri uffici amministrativi hanno deciso di lavorare a una bozza declinata su un unico genere. Hanno scelto quello femminile, anche per mantenere all’attenzione degli organi di governo la questione. Leggere il documento mi ha colpito. Come uomo mi sono sentito escluso. Questo mi ha fatto molto riflettere sulla sensazione che possono avere le donne quotidianamente quando non si vedono rappresentate nei documenti ufficiali. Così ho proposto di dare, almeno in questo importante documento, un segnale di discontinuità. Una decisione che è stata accolta senza obiezioni".
Ma da un punto di vista sociale e culturale questa cosa impatta sulle persone trans. Ovviamente sui ragazzi e gli uomini trans che incorrerebbero nel misgendering: ovvero essere chiamati al femminile nonostante si identifichino nell'identità di genere maschile e nonostante, insieme alle donne transgender, siano attualmente le soggettività più discriminate (tra le identità di genere). Nel senso: anche loro meritano una "cancellazione linguistica" come gli uomini etero cis che per secoli si sono sovraestsi (in tutti i sensi)?
L'importante è che se ne parli?
In questo clima di prese di posizione continue sembra che finalmente la questione di genere stia trovando spazio. Non c'è giorno in cui non si parla da una qualche prospettiva della questione femminile - di genere - a partire dal linguaggio, da casi di cronaca, da scelte politiche del Governo o da piccole grandi reazioni ad eventi e avvenimenti. Il caso dell'università di Trento si cala quindi in un contesto in cui le luci sulla discriminazione di genere sono abbastanza accese. Ciò nonostante, nel senso nonostante gli sforzi di tantissimi attivisti e tantissime attiviste sembra che nulla cambi sul piano reale. Sembra che le madri abbiano ancora difficoltà a conciliare famiglia e carriera, sembra che il gap di genere sul lavoro, in casa, negli spazi pubblici sia ancora molto ampio e che la parità vera sia ancora lontana. Allora vale la pena che una istituzione universitaria si impegni polticamente - con un gesto simbolico, ovvio - per aumentare l'attenzione oppure è un escamotage per inserirsi in un discorso che al momento è "di moda"? Dipende dalla coscienza di ciascuno e di ciascuna. Sta di fatto che per secoli abbiamo parlato usando il maschile sovraesteso e che ancora oggi quando diciamo, per esempio, "ciao a tutte e tutti", ci sembra di fare un grande gesto politico. Quindi forse usare il femminile sovraesteso, del tutto male, non fa.
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