4 minuti di lettura

Dobbiamo parlare (seriamente) di Only Fans e della cultura della finta libertà sessuale

i lati oscuri di onlyfans 

A rimetterci sono le giovanissime: trincerandosi dietro slogan femministi che non afferrano a pieno, si lasciano sfruttare da pseudo agenti.
E non c'è empowerment dove c'è controllo

Diceva una pubblicità che la potenza è nulla senza controllo. Ecco, al contrario, quando si parla di libertà sessuale, soprattutto nel merito del lavoro sessuale, non ci può essere nessun potere dove c'è controllo.

Come godere (davvero) in modo libero del nostro piacere sessuale?

C’è una scena, ormai ricorrente, che racconta il cortocircuito culturale in cui siamo finite più di quanto vorremmo: ragazze che, davanti a una telecamera, si sfidano a chi può performare meglio la propria sessualità. Non è pornografia tradizionale, non è nemmeno sex work autodeterminato e consapevole. È qualcosa di più subdolo: un'esibizione senza regole, un gioco che sembra aver perso qualsiasi contatto con la realtà. Una realtà in cui ci illudiamo che dietro a tutto questo ci sia l'autodeterminazione.

l'illusione dell'empowerment si schianta su OF

Su OnlyFans il fenomeno delle “challenge sessuali” sta diventando sempre più estremo. Come la storia dei "100 uomini in un giorno" per la creator inglese Lily Phillips, che nonostante sia finita in lacrime e traumatizzata, ora progetta di fare sesso con mille uomini in 24 ore. Il tutto sempre documentato, monetizzato, celebrato da una parte di pubblico (maschile o di addette ai lavori) e stigmatizzato da un’altra (moralisti, bigotti e increduli). Ma c'è un equivoco enorme: non è banale, autodeterminato, sex work. Piuttosto è una nuova fase in cui la professione esercitata liberamente non c'entra, c'entra la performance. È come un reality in cui il sesso si fa sfida, ma anche contenuto, spettacolo. E a guadagnarci non è certamente chi lo pratica. E di conseguenza non è più una questione di moralismo o di libertà individuale. È una questione di mercato. Il sex work può essere una scelta. Questo evidentemente no.

Con buona pace sia di bigotti che di radicali, il sex work può essere autodeterminato. E quando lo è necessita di tutele, legittimazione e voce nello spazio pubblico perché a svolgerlo sono persone adulte e consapevoli che scelgono di lavorare nel settore e hanno tutto il diritto di farlo in sicurezza e senza stigma. Ma questo non è affatto sex work, piuttosto è un'aberrazione. Questo è un meccanismo che, con la scusa della libertà, sta portando la narrazione della sessualità libera e senza stigmi  – soprattutto femminile - a esasperarsi fino alla distruzione del concetto stesso di libertà.

L’idea è semplice: più sei disinibita, più ti spingi in challenge estreme e più guadagni. Più spingi il limite, più hai pubblico. Più sei estrema, più sei empowered. O almeno, così te la vendono e così tentano di vendercela. Ma in realtà chi guadagna davvero non sono le giovanissime ragazze coinvolte in queste challenge allucinanti ed estreme ma le piattaforme, gli intermediari, i produttori di contenuti che sanno esattamente come sfruttare la voglia di fama e la promessa di soldi facili che alimentano il mondo sotterraneo dell’intrattenimento erotico fai da te. Infatti, esiste un altro mondo, sano e tutelato, di intrattenimento erotico fatto di attori e attrici, contratti, intimacy coordinators e assicurazione sanitaria. Qua invece, tra le challenge di only fans e minorenni che mandano foto di piedi a cinquantenni padri di famiglia, è un gioco al ribasso della dignità. E il guaio è che nessuno può dire niente.

Ma l’illusione dell’empowerment che in realtà è sfruttamento bello e buono si regge su questo equivoco: dal momento che sulla carta c'è la libertà di fare ciò che si vuole, allora dev’essere giusto anche avere la libertà di sottoporsi alle challenge. Che c'è di male se è una ragazza a scegliere? Ma il problema è proprio questo: quanto è libera una scelta se viene presa dopo la promessa di successo e soldi fatta da terze persone (che ci guadagnano)?

Il Calippo Tour e la competizione (per chi scende più in basso)

Per chi non lo conoscesse, il Calippo Tour è una chiarissima manifestazione di questa logica: un tour in giro per l’Italia in cui due creators di Only Fans offrivano ai loro fan incontri intimi. Questi incontri venivano filmati e il video finale diventava un contenuto a pagamento sulla piattaforma dedicata ai contenuti per adulti. Un "gioco", si diceva. Abbiamo “lottato” per la liberazione sessuale delle donne, giusto? Sbagliato: non abbiamo lottato abbastanza. Infatti da una serie di inchieste e servizi giornalistici è emerso che a guadagnarci davvero, dal Calippo tour e dall'altra challenge – per rendere le cose più difficili – il Chinotto tour, erano i produttori, veri e propri impresari che hanno architettato un sistema tipo ruota del criceto in cui giovani creators fanno tutto il lavoro. E se non è sfruttamento questo. Infatti le sedi legali di queste agenzie sono tutte fuori dall'Italia (dove appunto induzione e sfruttamento del lavoro sessuale sono reati).Il meccanismo è lo stesso di qualsiasi altra challenge tossica: tutto è una performance, una scusa per giustificare l'annientamento della propria umanità e scalare una classifica immaginaria in cui la notorietà è il punto più alto. E così, mentre il femminismo della bolla social tenta di riscrivere la narrativa sulla sessualità femminile, il mercato ha già vinto la partita. Non ha mai, anzi, smesso di vincere. Perché non ci può essere autodeterminazione senza libertà e non ci può essere libertà senza un percorso politico vero, non ancora.

non c'è autodeterminazione dove qualcun altro esercita controllo

Quello che ci può essere è giocare a nascondino dietro slogan ripetuti a pappagallo, “il corpo è mio faccio quello che voglio”, oppure “nessuno mi può giudicare per come mi vesto, posso uscire anche nuda e nessuno mi deve toccare”. Si, è vero in linea astratta. Poi però il mondo non è astratto e se devi attraversare da sola, a piedi, una città di notte è bene che gli slogan te li scordi e che ti copri. È giusto? No. Ma è ancora necessario.

Allo stesso modo, e senza voler essere offensive verso chi non legge mezzo testo femminista, praticare il lavoro sessuale in modo libero e autodeterminato non può prescindere da un minimo di conversazione sulla libertà e sulla autodeterminazione. Se un paio di diciassettenni, ventenni, leggono sui social i caroselli o vedono reel sulla legittimità del lavoro sessuale e poi cedono la metà dei loro guadagni a degli “agenti” che vivono all'estero c'è qualcosa che non va.

L’industria del sesso non ha mai avuto così tanto potere

E forse è proprio grazie alla diffusione dei discorsi femministi, diventati ultimamente e finalmente mainstream, che piattaforme come Only Fans hanno successo. Il problema vero è che il discorso sull’empowerment sessuale non viene preso nella sua complessità, viene raccolto sommariamente e strumentalizzato per auto assolversi se si decide di diventare “creator” e per zittire le voci contrarie. In sostanza è stato completamente risucchiato dall’industria. Oggi le ragazze vengono spinte a credere che esporsi sia sinonimo di potere, che più mostri, più sei forte, che se qualcun altro lo critica, allora è un bigotto che non capisce la libertà sessuale. Ma non è libertà se diventa una performance da vincere per soldi, se c'è qualcun altro che guadagna e che per guadagnare di più costruisce le challenge ad hoc.

Eppure, siamo a un punto in cui qualsiasi resistenza viene liquidata come moralismo. Chiedere alle ragazze di riflettere sulle conseguenze delle loro scelte è diventato politicamente problematico, come lo è volersi assicurare che dietro la propagandata libertà sessuale non ci siano papponi 2.0.