Dopo la serie su Jeffrey Dahmer arriva su Netflix un nuovo caso: “Monsters: La storia di Lyle e Erik Menéndez”
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Sapere tutto dei serial killer è diventata un’ossessione collettiva. Il genere true crime gode oggi di una fortuna che mai prima d’ora l’aveva toccato. Dai podcast alle serie, il consumo del genere è elevato, basti pensare che circa la metà dei podcast nella Top 10 2023 di Spotify è composta da contenuti true crime. Accortisi del potenziale, ovviamente i colossi dello streaming ci si sono buttati a capofitto. Il 19 settembre arriva su Netflix il secondo capitolo dell’antologia Monsters diretta da Ryan Murphy e, dopo l’esordio dedicato a Jeffrey Dahmer, questa volta porta sul piccolo schermo la storia dei fratelli Lyle e Erik Menédez.
“Monsters” il caso di cronaca dietro la serie Netflix
Monsters: La storia di Lyle e Erik Menédez ricalca i fatti di cronaca a partire da quella sera del 20 agosto 1989 quando i coniugi Menédez vennero assassinati a colpi di arma da fuoco nel salotto della loro villa a Beverly Hills. A dare l’allarme furono proprio i figli Lyle ed Erik che, in un primo momento quando le indagini erano indirizzate altrove, si dedicarono a sperperare il patrimonio di famiglia, tra viaggi e mille sfizi, da soggiorni ai Caraibi all’acquisto di Porsche e Rolex. Fu proprio questo atteggiamento a innescare i primi sospetti e portare all’arresto dei fratelli nel marzo 1990. Il processo ricevette da subito una grande attenzione mediatica con le riprese del processo che, nel 1993, iniziarono a essere trasmesse sul canale Court Tv.
È in questo momento che si scopre come i fratelli Menédez abbiano subito violenze sessuali da parte del padre per anni, con la complicità della madre, vittima di forti dipendenze, che non li avrebbe mai difesi. Lyle ed Erik maturarono la decisione dell’omicidio dopo essere stati minacciati di morte dal padre, nel caso in cui avessero rivelato a qualcuno degli abusi. Il 2 luglio 1996, Lyle e Erik Menéndez vennero condannati all'ergastolo senza possibilità di libertà condizionale e solo 22 anni dopo, nel 2018, ebbero la possibilità di incontrarsi di nuovo, spostandosi nello stesso istituto penitenziario. Attualmente, i due stanno ancora scontando la pena.
“Monsters” dal cast alle ragioni del successo
Per portare sullo schermo questa storia cupa, Ryan Murphy ha scelto un cast d’eccezione, con Javier Bardem e Chloë Sevigny ad interpretare rispettivamente Jose e Kitty Menéndez, mentre Nicholas Alexander Chavez e Cooper Koch vestono i panni dei figli Lyle e Erik. A partire da un casting di all stars, le aspettative sul numero di streaming di Monsters sono piuttosto alte, soprattutto considerando la lunga serie di successi di Murphy.
La scintilla nella carriera di Murphy si accende con Nip/Tuck (2003), poi prosegue con la fortunatissima Glee (2009-2015), la serie antologica American Horror Story (2011-in corso) e Scream Queens (2015-2016). Il primo passo verso il genere true crime arriva con le antologie di “American Crime Story” (2016-in corso) dove Murphy ha raccontato il caso O.J. Simpson, poi l’omicidio di Gianni Versace. È nel 2022 con Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer che Ryan Murphy approfondisce e consacra al grande pubblico la propria narrazione del true crime, anche grazie all’interpretazione di Evan Peters nei panni del noto serial killer di Milwaukee. Quando la serie raggiunge il primo posto nella classifica Nielsen Top 10 degli streaming durante la prima settimana dalla sua uscita, Netflix decide di rinnovare la serie per altre due stagioni, aprendo la strada al secondo capitolo che presto vedremo in streaming.
Perché siamo ossessionati dal true crime?
Per rispondere a questa domanda occorre guardare ancora per un po’, ancora più da vicino, il successo di Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer. In una lunga intervista concessa da Murphy e Peters alla redazione dei Golden Globe Awards, Peters parla di come abbia deciso di calarsi nei panni di Dahmer: "La sceneggiatura era brillante, ed ero terrorizzato. Ho pensato e ripensato se farlo o meno. Sapevo che sarebbe stato incredibilmente dark, una sfida incredibile, ma tu [rivolgendosi a Murphy] mi hai consigliato di guardare l'intervista di Dateline Stone Phillips. Lì ho potuto vedere davvero come Dahmer parlasse di ciò che aveva fatto. Ne ero affascinato e volevo immergermi nella psicologia di quel lato estremo del comportamento umano. Ho letto quanti più libri potevo, relazioni psicologiche, confessioni, cronologie, tutto nel tentativo di cercare di capire perché ha fatto quello che ha fatto”.
Questa curiosità quasi morbosa è la stessa che si sviluppa nello spettatore del true crime, affascinato dalla personalità dell’assassino tanto da voler entrare nella sua mente. Ma forse non è veramente questo il punto. Più che entrare nella logica del killer, ciò che interessa il pubblico (tanto quanto chi si occupa di portare sullo schermo le vicende) è capire “ciò che ha creato il mostro” spiega Murphy. “Chi è complice nella creazione del mostro? C'erano molte cose diverse coinvolte in questo, e sarebbe sempre stata una storia umana molto complicata. Ma una delle cose che abbiamo sempre voluto, che abbiamo provato a fare nella sua realizzazione è stata affrontare il razzismo sistemico, affrontare l'omofobia. Pensavamo sempre alle vittime".
Parallelamente alla storia di chi uccide, infatti, c’è da considerare quella delle vittime e dei loro cari, di chiunque sia stato colpito in qualche modo dalle vicende o fatti simili. Il racconto e l’ascolto del true crime richiede un’umanità che, a volte, rischia di perdersi nella spettacolarizzazione del dolore. Quando l’intervistatore chiede apertamente a Murphy perché pensa che il pubblico sia così attratto dal genere, lui risponde: "Ho due teorie. Ho la sensazione che il mondo sia un luogo così buio e che le persone cerchino un posto in cui riversare la loro ansia. Questa è una cosa. L'altra è che, credo, da quando c'è il Covid, le persone sono molto interessate all'idea di salute mentale. Nella serie, ogni personaggio ha un momento in cui ne parla. Penso che le persone siano molto interessate a questa idea".
C’è un’altra teoria piuttosto interessante, riportata da BBC Science Focus. Secondo uno studio del 2010 condotto dall'Università dell'Illinois a Urbana-Champaign, le donne tendono a essere attratte più degli uomini dalle storie di crimini veri, In particolare sono più interessate alle storie che forniscono informazioni sulle motivazioni dell'assassino, che contengono informazioni su come le vittime sono fuggite e che hanno come protagoniste vittime di sesso femminile. Questo comportamento sarebbe da imputare all’adattamento evolutivo, ovvero, al fatto che le persone siano istintivamente attratte dalle storie in cui possono identificarsi con la vittima, per una semplice questione di sopravvivenza. Documentarsi, trovare suggerimenti e strategie per sconfiggere ai "cattivi" è un istinto inconscio che porta l’essere umano ad appassionarsi al genere. In quest'ottica, guardare il true crime sembra una strategia evoluzionistica.
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