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Da spazi di condivisione a vetrine di balletti e narcisismo: i social sono diventati contenitori di solitudine

Là promessa di socialità si è impigliata negli ingranaggi dell’algoritmo, del narcisismo e del commercio dell’attenzione: i social media hanno smesso di essere "social", diventando uno strumento di isolamento e ansie sociali.

Una trasformazione dirompente (e per certi versi tragicomica) è quella attraversata dai social media, che sono passati da spazi di condivisione e dialogo e confronto a vetrine solitarie di monologhi, gag e insulsi balletti. E questo al netto del conivolgimento di bambini e bambine in scene di vita recitate, ventiquattro ore al giorno. Per niente comico, totalmente tragico. 

Alessandro Barbero solidale con il popolo palestinese insieme alla Global Sumud Flotilla

Le piattaforme un tempo nate per tessere legami oggi sono spazi di solitudine estrema. Le funzioni amichevoli di dialogo hanno lasciato il passo a un flusso compulsivo di micro-gesti performativi: like, repost, commenti che riportano solo una emoji. In questo quadro, a fare da padrona sulle piattaforme è una generazione di ballerini anonimi che si ripresentano fuori scena, mentre la scienza della comunicazione documenta un pattern chiaro e inquietante: gli algoritmi profilano le nostre debolezze cognitive come se fossero risorse da vendere.

l'economia dell'attenzione che mastica e sputa chi diffonde contenuti

Preferenze, risonanze emotive forti, condivisioni impulsive: tutto finisce nel gigantesco laboratorio dell’“economia dell’attenzione”, dove la comunità viene ignorata ma si paga profumatamente con la propria attenzione il/la creator che fa ASMR (suoni che "accarezzano" il cervello). Ma ecco la tragedia amplificata: le eco-chambers. I social non parlano più a tanti, ma a pochi e simili. Lì, i riflessi si scambiano solo conferme, fino a diventare un urlo unanime: qui l'isolamento diventa performativo. Studi evidenziano che, paradossalmente, più tempo si passa sui social, più cresce solitudine, ansia, alienazione. E anche chi vorrebbe discutere, dialogare, confrontarsi spesso trova solo gabbie emotive, superficialità, arroganza e cancellazione

Qualche anima nostalgica ricorda quando i social erano fatti di spazi piccoli ma autentici che incoraggiavano contenuti autentici, non trasformavano i tinelli di illustri sconosciuti e sconosciute in palcoscenici. Oggi quei mondi sembrano esser stati spremuti da un’unica logica: squadre di marketing, engagement a tutti i costi e logiche predeterminate. Non ne veniamo fuori senza chiederci se siamo diventate, diventati, il pubblico anestetizzato di monologhi recitati in un italiano traballante, che diffondono pseudoverità a volte dannosissime, solo per placare una narcisistica bulimia di visibilità. 

I social che erano nati da un nobile desiderio di connettere, dialogare, condividere, sono finiti per trasformarsi in vetrine di monologhi, conversazioni unilaterali incatenate. A questo punto è lecito chiedersi verso quale futuro stiamo camminando e come reagiranno le generazioni più giovani, compromesse tra impulso alla relazione e preda dell’apparenza. 

quali sono i social che funzionano meglio e perché

Tra i giovani e le giovani c'è chi per qualche ragione rifugge questa giostra digitale. In Italia, a inizio 2024, il 72,8 per cento della popolazione era utente attivo dei social media — significa che più di un quarto degli italiani, quasi il 27 per cento, ne resta fuori. Tra questi, una falange di giovani sceglie l’osservazione silenziosa: il 22 per cento della Gen Z ammette di non condividere mai post e solo l’8 per cento pubblica quotidianamente contenuti.

C’è anche un altro dato che taglia come lama: un 11,8 per cento supera la soglia della “dipendenza da social” secondo la Bergen Social Media Addiction Scale, con le ragazze più vicine a quel limite rispetto ai ragazzi. Ok, ma quando si parla di Gen Z o Gen Alpha, quali sono i social? In Italia domina YouTube con una reach del 74 per cento tra i 18-24enni, Instagram segue al 61 per cento e TikTok è "solo" terzo con il 58 per cento. Pare che BeReal abbia avuto la crescita più rapida — +15 per cento tra il 2022 e il 2023 - guadagnando circa 609mila nuovi utenti unici, mentre Twitch si attesta attorno al 15 per cento e LinkedIn rimane marginale, con solo un 5 per cento di interesse.

Mettersi davanti a questi numeri, senza moralismi, può far pensare: YouTube è la sala cineforum infinita, Instagram il diario visivo quotidiano, TikTok il flash virale, BeReal il tentativo di mostrare l’autentico (troppo faticoso?), Twitch la stanza condivisa in diretta, LinkedIn l’ambiente di passaggio verso l’età adulta. Questi ragazzi, queste ragazze, nativi e native digitali per definizione, si comporteranno da consumatori passivi o costruttori di senso? Ed è una domanda aperta.