3 minuti di lettura

Cosa sono i dibattiti nei college (e nei licei) Usa e perché in Italia oggi come oggi è impossibile replicarli

Retorica, lucidità, capacità argomentativa: quella del dibattito è un'arte che negli Stati Uniti viene insegnata e coltivata.
Qui, in Italia, tendenzialmente si grida o si fa propaganda sfruttando onde di sdegno, credenze popolari e fake news

Immaginiamolo il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini che si presenta in un’aula universitaria con l’idea di trasformare gli studenti in una versione padana dei debate teams americani. O forse meglio di no. Ma partiamo dall’inizio spiegando cosa sono davvero questi “dibattiti dei college” che negli Stati Uniti hanno un culto e perché ne parliamo.

Tutti i libri (più famosi) che fingiamo di aver letto

Ne parliamo perché Charlie Kirk, il giovane attivista conservatore americano assassinato pochi giorni fa, aveva iniziato proprio da lì: dai tornei di dibattito scolastici. Kirk, fondatore della no profit Turning Point USA, era noto per le sue posizioni ultraconservatrici e per l’abilità oratoria affinata fin da ragazzo nei debate teams. La sua morte violenta ha riportato l’attenzione non solo sul personaggio, ma anche su quel mondo competitivo e formativo che, negli Stati Uniti, sforna politici e opinionisti con la stessa regolarità con cui da noi si producono ex concorrenti del Grande Fratello.

i team di dibattito delle scuole e dei college statunitensi: capacità oratorie e pensiero raffinato

Ma quello sfugge spesso è che il college debate è un’attività strutturata che va oltre la semplice litigata da bar con retorica spiccia. Si tratta di vere e proprie competizioni argomentative, dialettiche e oltretutto libere da ideologie - viene assegnata una "idea" da difendere che spesso non nulla a che vedere con le idee di chi la difenderà - in cui due squadre si affrontano su un tema, argomentando pro e contro con regole precise, tempi cronometrati e un’ossessione quasi atletica per la logica e la persuasione.

E come nello sport, per i dibattiti serve disciplina: allenamento a costruire un discorso, smontare quello dell’avversario, difendere tesi anche opposte alle proprie convinzioni personali.

La cultura pop se n’è accorta. The Politician, la serie di Ryan Murphy, racconta un liceo in cui le gare di dibattito sono terreno di guerra e di strategie machiavelliche, specchio di quanto negli USA queste sfide siano viste come un trampolino di lancio per la carriera politica. Non a caso molti futuri leader hanno fatto le ossa in questi campionati dialettici: imparare a parlare in pubblico, a persuadere, a improvvisare sotto pressione è un investimento a lungo termine.

Da noi, invece, l’idea che un politico come Salvini possa importare questo modello suona quasi grottesca. E non solo perché non ha centrato il punto (ha detto, in occasione della morte dell'alleato politco con cui non si erano mai visti né parlati, che «Nulla sarà più come prima andrò io in scuole e università a parlare coi ragazzi».)-

Ma perché il dibattito all’americana non è proselitismo né terreno per propaganda né, ovvio, una rissa urlata a Porta a Porta o ad altri talk show. Ma una palestra di logica.

Introdurre i dibattiti nelle università italiane potrebbe essere, in teoria, una grande occasione: allenare studenti e studentesse a pensare meglio, parlare meglio, a non fermarsi al “secondo me”, ad argomentare.

come funzionano in pratica i dibattiti tra scuole e college usa

Quello del dibattito è un piccolo universo interno a istituti scolastici e college. Ha le sue gerarchie, i suoi campioni e campionesse e perfino le sue ossessioni da classifica. Nelle scuole e nei college americani gli studenti e le studentesse devono passare delle selezioni tramite audizioni interne e allenamenti intensivi: non basta avere la parlantina, serve dimostrare rigore logico, velocità di pensiero e resistenza mentale nella fedeltà a un'ìdea.

Le competizioni funzionano come veri tornei sportivi: ogni discorso viene valutato con punteggi personali su chiarezza, uso delle prove, capacità di confutazione e stile retorico. Si accumulano ranking, ci sono titoli da conquistare e premi nazionali che fanno curriculum tanto quanto una vittoria in atletica. Per molti/e ragazzi/e è davvero un trampolino di lancio per una carriera nel sociale, nel mondo politico o in quellio accademico: un buon punteggio nei dibattiti può spalancare le porte delle università migliori, e non è raro che i “debater” più brillanti finiscano in politica, nella diplomazia o nell’avvocatura.

riconoscere la bravura argomentativa di qualcuno non significa essere d'accordo con lui/lei

Ma se l’intento è quello di trasformarli in passerelle ("io andrò a parlare nelle università"), il risultato sarebbe solo un cosplay fallito di Harvard anzi di Hogwards. I dibattiti, se presi sul serio, servono a costruire una cittadinanza critica, abituata a distinguere un argomento fondato da uno campato in aria. In un’epoca in cui si sopravvive a colpi di tweet e slogan, di offese e repliche passivo aggressive questa pratica è più che mai necessaria. Non a caso, gli americani la venerano quasi come un rito di iniziazione civica. 

In Italia i dibattiti non sono mai diventati usanza: qui ci si è sempre parlati più con i toni da curva che con la precisione delle argomentazioni.

Meglio il monologo infuocato, il comizio da balcone, il talk show urlato che fa audience. È per questo che l’idea del college debate ci suona aliena: perché presuppone disciplina, ascolto, la capacità di argomentare senza demonizzare. Tutto quello che la politica italiana ha progressivamente disimparato. Eppure sarebbe proprio il caso di ricominciare: in un Paese che confonde il volume della voce con la forza delle idee, la vera rivoluzione non sarebbe urlare di più, ma imparare finalmente a parlarci.