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Scoprirsi queer grazie alle app (e ai social): il coming out oggi si fa online prima che nel "mondo reale"

Una foto di uno dei primi pride della storia, New York anni Settanta 

Il 65 per cento delle persone queer si sente più al sicuro nel fare coming out online che nella vita reale: nel digitale si trovano spazi di autenticità che tra amici e familiari spesso mancano (e più possibilità di esplorare)

Negli ultimi decenni è cambiato quasi tutto, grazie a trasformazioni culturali, tecnologiche e social. Ovviamente, è cambiato anche il modo in cui le persone LGBTQIA+ scoprono e condividono il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere.

Dalla sfera privata infatti si è passate, passati, a quella quella digitale: un tempo il coming out avveniva quasi esclusivamente in ambiti privati, tra famiglia, cerchia amicale stretta o eventualmente gruppi politicizzati e di ascolto. Oggi esistiamo anche sui social network e ci incontriamo grazie a delle app: molte persone è qui, allora, che trovano per la prima volta sé stesse (e uno spazio di libera esplorazione). 

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Ammesso che si possa ancora parlare di dimensioni separate, a fare coming out online prima che off line è il 53 per cento delle persone LGBTQIA+: ed è iun dato che riestituisce l'idea di un "digitale" che è diventato un laboratorio di identità, dove esplorarsi e raccontarsi con più serenità, evidentemente. In tal senso le app di incontri, soprattutto quelle frequentate in maggioranza da persone no binary e queer, sono spesso il primo luogo in cui ci si presenta con il proprio vero orientamento o genere di identificazione, non fosse che per essere certi, certe, di incontrare persone adatte ai propri gusti e desideri.

fare coming out su un'app, partendo dalla bio

Questa dinamica non può che abbassare le barriere del giudizio e crea un senso di comunità virtuale. Naturalmente le reti di supporto non digitali oltre alle dating app, ai forum e alle pagine di associazioni e circoli hanno ancora un ruolo cruciale: è qui che si trovano storie, lessico e narrazioni che aiutano a dare un nome alle proprie esperienze e a legittimarle, se si è in difficioltà. E non dimentichiamo che come per molte altre circostanzze, le app sono spazi accessibili e quindi è qui che ancora molte persone, soprattutto abitanti di contesti fragili o a rischio marginalizzazione, scoprono di non essere da sole e che va tutto bene. Ma se da un lato la rete offre uno spazio sicuro e ricco di informazioni, dall’altro espone anche a rischi: outing, hate speech o fake news, propagande fuorvianti, patologizzanti e omofobiche.

Uno scatto al "Gay & lesbian ball", 1992 

Dai dati, estrapolati dal sondaggio promosso da Tinder e condotto da Censuswide su 4mila persone LGBTQIA+, sappiamo anche che questo trend è ancora più evidente tra la Gen Z, dove la percentuale dei coming out "digitali" sale al 59 per cento. Per molte e molti, Tinder è anche stato il primo spazio in cui potersi raccontare liberamente.

Questo “coming out digitale” riflette senza dubbio un più ampio cambiamento generazionale: abbiamo già raccontato come le piattaforme online sono sempre più vissute come luoghi sicuri e controllabili, dove esplorare la propria identità ai propri ritmi, ma rispetto alle persone queer sono emerse motivazioni d'uso diverse.

Per come funzionano, è facilmente esaudibile il desiderio di connettersi con persone simili, come è più facile esprimersi senza pressioni e il bisogno di sentirsi parte di una comunità, anche al di là del contesto romantico o sessuale (40%).

la prima esperienza sessuale o romantica queer è sulle app

I dati mostrano chiaramente che le app non sono solo "piattaforme per conoscere potenziali partner", ma per moltissime persone sono opportiunità per scoprirsi. E di scoprirsi queer. Oltre la metà degli e delle utenti LGBTQIA+ (55 per cento) ha dichiarato di non aver mai avuto un’esperienza di dating queer prima di darsi all’online dating e il 48 per cento attribuisce questo al fatto di non avere ancora piena consapevolezza della propria identità.

Quasi tre quarti delle persone intervistate (74per cento) afferma che le app di incontri rappresentano un ambiente confortevole in cui esprimere liberamente genere e orientamento sessuale. Inoltre, il 65 per cento si sente più al sicuro nel fare coming out online che nella vita reale. Questo sentirsi a proprio agio è ancora più forte tra le persone che si identificano oltre il binarismo di genere: il 59 per cento di loro ha fatto coming out prima su un'app che offline.

Le app hanno rivoluzionato il modo in cui molte persone LGBTQIA+ vivono il coming out e l’esplorazione della propria identità e del proprio orientamento: app come Grindr, HER, Lex, Taimi o Hornet sono nate per rispondere a esigenze specifiche della comunità queer, offrendo spazi in cui: si può esprimere il proprio orientamento o identità senza il filtro dell’eteronormatività; si trovano persone simili, anche in contesti geografici ostili o isolati; ci si sperimenta con meno paura del giudizio, anche usando nickname o profili anonimi.

Per molte persone, scrivere “sono gay” o “sono non binary” su un’app è il primo passo verso la consapevolezza o l’uscita dal cosiddetto armadio. E infatti, sebbene nate come strumenti per incontrare potenziali partner, molte app si sono evolute: A cominciare proprio da Grindr che ha introdotto spazi di informazione sulla salute mentale e sessuale, diventando anche strumento educativo. Dunque il coming out adesso è “digitale” perché la crescita e la scoprta di sé lo sono: social, app e forum sono un terreno di prova, si cambia bio, ci si definisce “curious” o “asessuale”, si testano i pronomi, si comprende qualcosa di sé. La premessa, è che in un mondo ideale non dovrebbe essere necessario fare coming out nè classificare spazi, fisici o virtuali, sulla base dell'eteronormatività o della sicurezza percepita. In un mondo ideale saremmo tutte, tutti, persone con identità e desideri insindacabili. E tutti ugualmente legittimi.