Ci serviva una serie: "Adolescence" ci costringe a guardare l'elefante nella stanza
La mini serie "Adolescence" è una finestra sul mondo degli adolescenti di oggi: orrendo, violento, precocemente adultizzato, sessualizzato e in cui la cultura dello stupro e dell'abuso sono diffuse tanto quanto lo sono nel mondo adulto.
Tutti dovrebbero vederla, non solo i genitori.
La fase dell'adolescenza è una costruzione sociale, un'invenzione relativamente recente che, in quanto tale, cambia volto con il mutare delle epoche e delle società. È un’età di passaggio che, però, sembra sfuggire alle definizioni convenzionali e soprattutto di mano. La miniserie Adolescence ce lo mostra con cruda lucidità: tra tredicenni si replicano le stesse dinamiche e violenze degli adulti ma senza i filtri dell'esperienza, senza attenuanti, senza strumenti... o forse sì.
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Ma strumenti diversi, che gli adulti non intercettano perché i linguaggi sono diversi. Al centro ci sono il sesso e il potere, la lotta tra maschi incel e femmine "emancipate" e la violenza che può esplodere in qualsiasi momento. In questo quadro ha senso parlare dell'assenza di una valida educazione sessuale e al consenso e al rispetto, soprattutto, gli uni degli altri? Oppure ha senso parlare di come, mentre noi la romanticizziamo e ignoriamo, l'adolescenza sia diventata un far west con una lingua propria e inafferrabile, intraducibile, per questo è un mondo imprevedibile.
La doppia direzione dell'abuso: "Non sono così disperata"
La difficoltà più grande, nella storia, è raccontare come e perché Katie Leonard, la giovane ragazza uccisa, non sia semplicemente una vittima ma anche una bulla, a sua volta impregnata di dinamiche tossiche e pratiche violente che agisce quotidinamente. E il difficile è spiegare anche che riconoscerle un doppio ruolo non significa assolvere il giovane accusato del suo femminicidio, il tredicenne Jamie Miller (Owen Cooper). Katie Leonard è la rappresentazione plastica di come funziona il far west dell'adolescenza: se non mangi vieni mangiato/a. È sia bulla che vitima, sia abituata a umiliare a mezzo social, e pure in presenza, i ragazzi che considera sfigati che umiliata a sua volta. Lei non è migliore di chi vandalizza il furgone del padre di Jamie scrivendo "deviato" sulla fiancata, e non è migliore dei ragazzi che si passano le sue foto intime, senza che lei sappia o voglia, riducendola a un oggetto sessuale. Non è migliore di Jamie, che le chiede di uscire all'indomani della diffusione delle foto, solo perché pensa di trovarla più disponibile e abbastanza psicologicamente provata da accettare. Ma lei a sorpresa gli risponde "non sono così disperata".
Il circolo della violenza e dell'abuso, del potere e della sopraffazione, nell'adolescenza è bilaterale, non sono i "maschi contro le femmine", "bulli contro sfigati": sono tutti contro tutti. Lo "sfigato" che un giorno si sveglia e uccide, per vendicarsi dei soprusi ricevuti, è migliore o peggiore di chi quei soprusi li ha messi in pratica per mesi, per anni?. È un sistema chiuso in cui nessuno ha ragione, oltretutto privo di adulti che intervengano perché non ipotizzano nemmeno che dietro le emoji ci siano dei linguaggi minatori, ricattatori, abusanti (la polizia confonde le emoticons di minaccia sotto a un post social per commenti amichevoli). È un circolo di violenza e sopraffazione in cui il ruolo di carnefice e vittima si potrebbe infintamente mescolare fino a rendere impossibile distinguere chi ha torto e chi ragione, chi abusa su chi. Non fosse che c'è chi commette il reato finale, quello estremo: un omicidio anzi, un femminicidio. E infatti il punto non è chi abbia ucciso chi, ma cosa noi vediamo e capiamo – o scegliamo di non vedere e di non capire – del mondo dell'adolescenza.
Il vaso di Pandora scoperchiato da Adolescence
Ha senso parlare di responsabilità? E se sì di chi è? Della famiglia, della scuola, dello Stato? Avere dei figli e delle figlie che non abusano, non bullizzano, non vengono bullizzati, che non uccidono e non stuprano o non praticano revenge porn è una questione di fortuna o di buone pratiche? Nessun genitore, come i geniitori del giovane protagonista, crederebbe mai che suo figlio o sua figlia sarebbe capace di bullizzare, uccidere, diffondere la cultura dello stupro. Nessun genitore crederebbe i propri figli e figlie adolescenti capaci di inviare le proprie foto di nudo, di avere un profilo nascosto da un'altro pubblico, non sanno che un cuoricino azzurro e uno bianco di fianco alla bio Instagram significano "Only Fans", non sanno che l'emoji della melanzana significa "pene", che quella della pesca significa "sedere".
Come nella serie, anche nella realtà i genitori proiettano sui figli e sulle figlie l'illusione di un’innocenza che non c'è, se c'era non esiste più e non necessariamente perché si chiudono nel negazionismo più totale. Soffrono, infatti, nell'apprendere della violenza agita o subita dai loro figli e dalle loro figlie, ma spesso solo dopo che ci scappa il morto, la morta, lo stupro, l'inchiesta sulle "baby squillo" che squillo non sono: sono vittime sfruttate. Oppure non lo sono, sono sex worker consapevoli, perché gli/le adolescenti sono molto più scaltri/e di quanto pensiamo?
La scuola d'altro canto è pensata da adulti, creata e governata ogni giorno da altri adulti, per questo spesso è inefficace: non ha gli strumenti per comprendere e gestire le relazioni, la sessualità, le dinamiche di potere che si innescano nei piccoli adulti che sono gli adolescenti. Proibire i social sarebbe utile? Lo vedremo tra qualche anno. Quando i Paesi in cui vige il divieto - o vigerebbe, ma verrà puntualmente aggirato da tredicenni scaltri - dell'utilizzo dei social per i minorenni. La serie Netflix, secondo il Parlamento Britannico, "mette in luce l'impatto corrosivo dei social media e degli influencer misogini" su (alcuni) ragazzi adolescenti. Ma chi? Come si fa a sapere quale adolescente raccatta le idee misogine di influencer misogini e quale no? Come si prevede, come si previene?
Nella serie è evidente che Jamie e i suoi amici stretti siano stati contaminati da idee che hanno sentito online, che per loro hanno senso, che hanno una logica che li attrae, che rispondono alle domande sulla solitudine e sull'isolamento di qualsiasi tredicenne contemporaneo ma che portano Jamie - e i suoi amici - a fare delle scelte pessime. Ma dare la colpa ai social è facile, troppo: crediamo davvero che uno strumento di comunicazione, da solo, possa insegnare la violenza di linguaggio e di pensiero che si traduce in violenza fisica e psicologica?
Tutti sono vittime, tutti sono carnefici
C’è una scena, in Adolescence, che ci permette di registrare lo smarrimento collettivo che ci prenderebbe, se solo ragionassimo a fondo: la psicologa che segue il caso finisce in lacrime, perché capisce – forse troppo tardi – che Jamie non è solo un assassino, ma anche una vittima. Vittima di un sistema tossico che lo ha cresciuto nel rancore, nell’assenza di punti di riferimento, nella convinzione che il potere passi attraverso la violenza, che a tredici anni la propria vita sia segnata, che è "brutto" sol perché le ragazzine popolari lo definiscono tale nel microcosmo della scuola. Non per questo la sua accusa sarebbe cancellata, ovvio, ma la profondità del suo disagio è la profondità del disagio di molti, moltissimi. E infatti, ancora più inquietante, la psicologa comprende che il suo non è un caso isolato. Jamie fa parte di un sistema disagiato, che ha raccolto le narrazioni degli incel e dei femminismi senza avere lo spessore di capirli, arginarli, praticarli coin senso. Si tratta di un'intera, prima, generazione cresciuta in un mondo in cui la rabbia si sfoga online e poi si concretizza nella realtà, dove i messaggi sono confusi e contraddittori, per questo producono altra rabbia, altra violenza altro disagio.
Gli adolescenti oggi sono più adulti di quanto vorremmo ammettere. Parlano di politica, di identità, di sessualità, si radicalizzano nei meandri dei social, discutono di temi complessi senza necessariamente avere gli strumenti che noi, con la presunzione degli adulti, riteniamo necessari. Ma forse hanno strumenti diversi, che non sappiamo decifrare e riconoscere. Nel frattempo, li raccontiamo con lo sguardo nostalgico dell’infanzia perduta, li vogliamo ancora innocenti, ancora piccoli, nel rifiuto di vedere davvero che l'adolescenza per come la ricordiamo noi non esiste più.
Allora quanto dura l’adolescenza? Quando si smette di essere adolescenti? Se prima coincideva con il passaggio al lavoro o al matrimonio, oggi si estende fino ai trent’anni in una sospensione prolungata tra dipendenza economica e (mancata) autonomia emotiva. Eppure, sotto altri aspetti, inizia prima: bambini che gestiscono il proprio universo digitale con competenze da esperti, dodicenni che parlano di genere e di geopolitica, ragazzi che si auto-organizzano in comunità virtuali che sfuggono al controllo adulto. L'adolescenza è un territorio sempre più indefinito, un’area grigia in cui gli adulti non possono entrare, e dall'esterno non possono che vedere ciò che vogliono vedere o che sono capaci di capire.
Forse è il momento di smettere di parlare dell’adolescenza come un purgatorio tra l’infanzia e la maturità. Forse dovremmo iniziare a riconoscerla per quello che è: una condizione flessibile e mutevole nel tempo, uno spazio in cui ieri esistevano le prime cotte e le prime esperienze tra amici e romantiche ma oggi come oggi esistono violenze e abusi, ricatti, minacce e sesso. E farcene carico, in qualche modo.