Per Edwige Pezzulli, la scienza deve parlare a tutti
In occasione di "Là Fuori", il Festival della scienza e dell’arte, una delle tante iniziative inserite all'interno del progetto "Oumuamua pratiche comunitarie di scienza e arte", abbiamo intervistato Edwige Pezzulli, parte dell'Associazione Insiemi di Scienza che organizza l'evento, oltre che astrofisica e divulgatrice scientifica.
Torna a Roma dal 20 al 22 giugno Là Fuori - Festival della scienza e dell’arte presso Piazzale delle Gardenie.
Il tema di questa edizione è "Transizioni" e saranno tantissimi gli ospiti presenti nei tre giorni di eventi dedicati a cultura e scienza: dall'astrofisica Pia Astone alla poeta Maria Grazia Calandrone; l'astrofisica Martina Cardillo, l'attrice Paola Minaccioni e Lino Musella, il matematico Roberto Natalini, la sociolinguista Vera Gheno, il cantautore Max Casacci e molti altri. Tra le personalità che hanno dato vito a questo Festival anche Edwige Pezzulli.
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Chi è Edwige Pezzulli?
Edwige Pezzulli è un’astrofisica e divulgatrice scientifica che unisce lo studio dei buchi neri primordiali alla passione per una scienza accessibile, inclusiva e di genere. Ricercatrice all’INAF, collabora con la Rai in programmi come Noos e Superquark+, è autrice del saggio Oltre Marie (Le Plurali) e direttrice scientifica del festival “Là Fuori”, dove scienza e arte si incontrano nelle periferie. Vincitrice del Premio Rossella Panarese 2024, porta la sua voce là dove la scienza ancora fatica ad arrivare — e lo fa con un linguaggio che abbraccia, spiega e non esclude.
Cosa significa oggi essere una donna nella scienza in Italia?
Quando si parla delle donne nella scienza alla fine si parla quasi sempre dell’eccezione, della donna che ce l’ha fatta. Si spersonalizzano i soggetti: non è più quell’individuo che parla per sé, ma finisce sempre per parlare a nome di una categoria, tanto da smettere di avere nome e cognome. Quando siamo particolarmente fortunate abbiamo il nome, ma non avere un cognome significa essere privati della dimensione pubblica; vale per le donne in generale, è un problema di genere trasversale.
Eppure i numeri delle donne nel mondo STEM sono aumentati negli anni
Sì; i numeri ci dicono che le donne oggi scelgono le scienze; più del 50 percento dei laureati in matematica sono donne e nella biologia il numero arriva al 70%, per esempio.
Esistono ovviamente ancora discipline con presenza femminile bassa, come ingegneria e informatica, ma il numero delle donne nello stem in generale supera il 40%.
E nel mondo del lavoro, dopo gli studi?
Le ragazze scelgono le scienze ormai, ma cosa succede dopo, o quando le scelgono? Davanti a loro si frappongono una serie di ostacoli che fanno sì che man mano che si salga la gerarchia, la piramide sociale della scienza e quindi si diventa ricercatrici precarie, poi ricercatrici, professoresse, professoresse ordinarie. È qui che le donne diminuiscono fino a precipitare intorno al 20%. C’è un problema di distribuzione del potere trasversale e quello che manca ancora tanto è il diritto alla mediocrità, ossia: se vuoi essere riconosciuta in un contesto scientifico in quanto donna devi sempre performare l’eccellenza ed essere riconosciuta come la figura d’eccellenza. Quando si parla di donne nella scienza si parla solo delle eroine che ce l’hanno fatta nonostante tutto; l’epica dell’eroe è ovviamente coinvolgente, ma credo che il vero salto lo faremo quando si smetterà di riversare su ogni singolo soggetto femminile la responsabilità di un intero genere. Nessun uomo parla per tutti gli uomini; le scienziate devono invece dimostrare che lo spazio loro nella scienza è un diritto.
Perché e per cosa sono discriminate le donne nel mondo del lavoro?
Il problema è culturale: quando noi pensiamo alla discriminazione pensiamo a un divieto di ingresso per qualcuno. Io con te non ci voglio lavorare, o cose così. Ma la discriminazione a volte non viene esplicitata; non c’è uno sbarramento all’ingresso chiaro e il problema è più sottile. La discriminazione non è sull’individuo, è di sistema e di tipo culturale. C’era un sociologo Bourdieu, che la chiamava violenza simbolica: un tipo di visione del mondo che tutti fanno propria a un certo punto e che diventa così connaturata che non ci accorgiamo più della stranezza, che lì c’è una discriminazione. Quando parli con le donne stem senti spesso dire: “La discriminazione esiste ma io sono stata fortunata”. No; sono state discriminate ma non se ne accorgono nemmeno perché è stato normalizzato. Il livello di violenza dello stereotipo è questo: agisce senza che tu te ne accorga.
Un esercizio che consiglio: prendi una situazione, una dinamica relazionale e inverti il genere. Se lo osservi e non ti torna la situazione, ti sembra anomala, vuol dire che lì c’è una questione di genere.
È mai capitato anche a te, personalmente, di riconoscere una discriminazione?
Io a un certo punto mi sono accorta che ogni volta che rispondevo (non tanto nel contesto scientifico ma più in quello divulgativo) a un mio collega con cui non ero d’accordo, la prima cosa che faceva lui era ripetermi quello che mi aveva detto. Era anomalo che io avessi capito e non fossi d’accordo: questa roba minuscola mostra quanto si può spingere una cosa che a parti inverse troveresti strana.
A proposito di divulgazione: quando porti la scienza in ambienti in cui essa non prolifera in autonomia, cosa succede? Siano essi ambienti in cui il target è a predominanza femminile o altri.
Una cosa che noto è che c’è tanta fame di questa cosa. La narrazione comune è che la scienza non sia interessante e che alle persone non interessi, ma noi siamo in uno dei Paesi europei dove c’è più grande fiducia nella scienza. Chi non si fida è una parte irrisoria che però fa tanto rumore. Al di là di questo c’è uno stimolo chiaro: il problema di comunicazione della scienza è che si rivolge sempre agli stessi pubblici. Inizia a esserci della letteratura su questo che ci mostra come i pubblici intercettati sono quasi sempre persone ad alto reddito e un alto livello di istruzione. C’è una fetta enorme della popolazione in Europa che viene lasciata fuori dalla divulgazione scientifica. Quando immaginiamo il pubblico stiamo facendo un’operazione precisa nei confronti di un pubblico già preparato. Ma la fetta enorme esclusa viene descritta in termini deficitari, come se fossero persone non interessate; non capiamo che siamo noi a rendere escludente una serie di attività, anche perché non le riteniamo adatte per qualcuno. Ma la scienza è un bene comune. Non è una serie di info ma uno strumento, il più potente che abbiamo costruito come esseri umani per capire il mondo. E quindi per poterci autodeterminare; questo è necessario per tutti, non solo per chi la scienza lo fa per lavoro. Chi è in contesti di fragilità ne ha più bisogno per autodeterminarsi.
Come fare per rendere la scienza più accessibile?
Bisogna creare degli strumenti di democrazia. I pubblici sono variegati e il riscontro che troviamo è quasi sempre pazzesco e inaspettato, di persone che sono felici di sentirti coinvolte. Questo festival, Là Fuori, lo stiamo facendo in un territorio di cui faccio parte, non è qualcosa di calato dall’esterno: dal territorio per il territorio. Vedere che le persone rimangono sbigottite dall’idea che Centocelle può diventare un interlocutore della scienza e dell’arte mi stupisce e rende felice ogni volta. Non è banale che ci sia questo desiderio nonostante tutti i livelli di esclusione che sono stati mantenuti da anni. Parlare di un altrove non incarnato: chi sono gli scienziati, dove stanno? Là Fuori fa parte di un progetto più ampio, in cui vogliamo che sia la scienza a parlare ma anche la scienza ad ascoltare.
Nel Festival “Là Fuori” arte e scienza si contaminano: perché avete intrapreso questa strada?
Anche l’arte è elitaria come la scienza: il mio punto di vista è localizzato, è locato, e viene quindi dalla comunicazione scientifica. Oggi sappiamo che le neuroscienze che non esiste nessun tipo di esperienza razionale, ogni esperienza razionale ha un sottostante livello emotivo che esiste e condiziona l’esperienza razionale. Diceva Damasio, parafrasandolo: non siamo macchine razionali che sentono, semmai siamo macchine emotive che ogni tanto pensano. L’ingaggio emotivo, l’esperienza che facciamo è una parte importante dell’esperienza umana: non abbiamo corpo e intelletto, siamo corpi vivi e dobbiamo riappropriarci del corpo, da cui passano tra l’altro le esperienze emotive e le relazioni.
C’è poi un’altra dicotomia: scienza come dimensione collettiva dove tutti convergono verso degli stessi metodi, e poi l’arte come completamente arbitraria, il soggetto esprime sé stesso come gli pare, senza bisogno che sia riconosciuto a qualche livello una verità assoluta. Allo stesso tempo, però, nei due contesti ci facciamo domande simili, come se fossero due modalità di indagine complementari della realtà. Perché non iniziare a creare esperienze più ricche mettendo insieme queste due cose?