"vorrei ascoltare musica ma non posso": 50 runner raccontano il catcalling
E si tratta di molestie di cui gli uomini non hanno la minima percezione
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I fischi e i commenti a sfondo sessuale sono la realtà quotidiana con cui le donne runner si confrontano ogni volta che decidono di fare una corsa. Tutti gli uomini, o almeno la maggior parte, non comprendono la gravità del gesto che, come ormai sappiamo, rientra pienamente nel canone della violenza di genere. In particolare il catcalling è definito dalla Treccani come il comportamento dei cosiddetti “pappagalli della strada”, che importunano, in maniera insistente e grossolana, le donne estranee che incontrano. L'accademia della Crusca è più diretta: “molestia sessuale, prevalentemente verbale, che avviene in strada”.
il 60 per cento delle runner ha subìto molestie
La parola catcalling identifica una serie di atti (complimenti non richiesti, commenti volgari indirizzati al corpo della vittima o al suo atteggiamento, fischi e strombazzate con il clacson dall’auto, domande invadenti, offese e perfino insulti veri e propri) che, in quanto ritenuti espressione di una mentalità sessista e svalutante, costituiscono un tipo specifico di molestia sessuale e di molestia di strada. Va da sé che le runner sono più soggette di altre al catcalling: soprattutto nei periodi di caldo non possono fare a meno di indossare completi sportivi meno coprenti mostrando lembi di pelle, le gambe o la pancia, il che per molti uomini è un modo che le donne usano per dichiararsi disponibili (ovviamente non è vero).
Gli uomini che corrono in strada indossando pantaloncini e canotta, o anche a petto nudo, invece non attirano nessun commento né fischio. Durante l'estate è anche probabile che le runner scelgano orari serali o la mattina molto presto per allenarsi, momenti in cui le città sono meno attraversate e di conseguenza il rischio percepito aumenta. Il risultato è ovviamente che le runner, come molte donne che non sono runner, non si sentono al sicuro per le strade della loro stessa città. Ma la strada è anche delle donne.
In collaborazione con la rivista Women's Health le sportive di Runner's World hanno lanciato la campagna Reclaim Your Run (in inglese “rivendica la tua corsa”) con l'obiettivo di sensibilizzare e ridurre le molestie e i pericoli che le donne subiscono durante la corsa. Hanno chiesto, allora, a oltre 2mila runner di raccontare le loro esperienze che, tra fischi e perfino episodi di masturbazione, parlano da sole del fenomeno. Il 60 per cento delle donne intervistate ha dichiarato di essere stata molestata durante la corsa, il 25 per cento ha riferito di subire regolarmente commenti sessisti o avances sessuali indesiderate e il 6 per cento di essersi sentita minacciata al punto da temere per la propria sicurezza.
"vorrei ascoltare la musica ma non posso": le storie di catcalling delle runner
Le sportive di Runner's World hanno selezionato 50 storie di molestie, ma noi abbiamo fatto una ulteriore scrematura per mettere a fuoco il fenomeno nella speranza di creare consapevolezza tra le donne e pure tra gli uomini.
Karen scrive, “sono stata criticata per le forme del mio corpo, ma non sono il tipo che sa rispondere a tono quindi continuo a correre ma spesso mi trovo a farlo piangendo”. Monica: ”sono nervosa quando corro. Non mi rilasso mai perché tengo d'occhio costantemente l'ambiente circostante per trovare eventuali vie di fuga, esercizi commerciali aperti o altre donne che corrono. Quando corro la sera dopo il lavoro o d'estate mi sento a disagio perché le strade sono vuote, anche se c'è luce, e indosso magliette larghe e pantaloncini lunghi fino al ginocchio perché non voglio attirare l'attenzione di nessuno”. Chloe: “come donna runner subisco lo stress dell'attenzione non richiesta e sento addosso la sensazione costante dello sguardo estraneo”. Jo: “nessun posto è sicuro per le donne, nemmeno la palestra: se sei una donna e ti muovi in automatico diventi un bersaglio”.
Molly: “ogni volta che corro metto il telefono e la patente in tasca mentre mio marito lascia sempre il telefono a casa perché è scomodo averlo addosso. Io penso invece che possa succedermi qualcosa e che potrei aver bisogno di chiamare qualcuno”. Caitlin: “ho costantemente paura per la mia sicurezza, cambio spesso il percorso a seconda della stagione e dell'orario così mi alleno in parti della città più vivaci, con negozi aperti o locali pieni di gente”. Dee: “vorrei ascoltare della musica mentre corro ma non posso: una volta sono stata seguita e me ne sono resa conto all'improvviso, da allora preferisco il silenzio per rendermi conto della eventuale presenza di qualcuno alle mie spalle”. Cat: “corro con le chiavi di casa tra le mani per poter avere un'arma di difesa: il modo in cui molti uomini si approcciano è psicologicamente annientante, ci impediscono di sentirci al sicuro e alcune hanno smesso di allenarsi dopo esperienze di molestie. Non è giusto”. Alice: “provo rabbia perché gli uomini pensano di non essere molesti, pensano che sia lecito fischiare, guardare con insistenza, commentare: non permetto a questo sistema di impedirmi di correre però è frustrante”.
“hey bellissima”: perché il catcalling non è un complimento
La maggior parte dei commenti verbali sembrano innocui ma dire “sei bellissima” a una estranea è qualcosa che la mette a disagio sempre. Non è lo stesso che dirlo a una donna che si conosce. Il problema del catcalling è che nasce dal potere e viene esercitato tra estranei: frasi e commenti che a chi li pronuncia sembrano lusinghieri sono di fatto molestie che alle orecchie di chi le riceve risultano offensive, violente e spesso perfino spaventose. Anche perché il catcalling spesso inizia con un "Sai che sei carina?" ma al rifiuto della ricevente si trasforma in "vaffanc*lo stro*za”. E questa risposta degli autori della molestia (in cui "carina" diventa improvvisamente un'offesa) è l'esempio pratico del fatto che sin dall'inizio non si trattava di un rapporto di parità. Diversamente l'autore accetterebbe rispettosamente il rifiuto.
L'interazione nello spazio pubblico tra uomini e donne è sbilanciata: il nocciolo della questione è questo. Se tra uomini non si infrange la regola del “non ti conosco, quindi non ti dico che hai una bella maglietta mentre stai correndo per i fatti tuoi”, accade tra uomini e donne. Anzi: accade perché gli uomini rompono la regola sociale del silenzio se vedono una donna che occupa lo spazio pubblico. Gli uomini non si sognerebbero mai di dirsi tra loro frasi che scavalcano tutta la fase dei convenevoli, come commentare l'aspetto reciproco. ma lo fanno con le donne. Ed ecco la spiegazione: che ne siano consapevoli o meno, sono gli uomini ad avere più potere d'azione nello spazio pubblico. Il catcalling è un modo per ricordare alle donne che non sono elementi neutri né soggetti percepiti come ugualmente potenti: sono percepite come subalterne nello spazio pubblico e in quanto subalterne possono essere raggiunte da parole, insulti e perfino mani che pizzicano i sederi. Come fossero perennemente a disposizione.
Ed ecco perché il catcalling rientra nella violenza di genere: è un modo per ricordare alle donne che le città e le strade non sono sicure per loro, che farebbero meglio a stare in casa, che sono oggetti e non soggetti. L'impatto psicologico del catcalling è profondo, incide sul modo in cui molte donne vivono il loro quotidiano: dalla scelta del percorso da fare per andare al lavoro fino alla scelta di come vestirsi o di quale sport praticare (e dove). Le donne hanno, di conseguenza, imparato a restare costantemente in guardia e iper vigili quando attraversano lo spazio pubblico perché viene insegnato loro, fin da piccole, che sono in parte – se non totalmente - responsabili della violenza praticata dagli uomini. Le donne (ma anche le le persone LGBTQ+ e razzializzate) si confrontano quindi con dei limiti imposti dall'esterno rispetto all'uso dello spazio pubblico e sono costrette a una moltitudine di compromessi rispetto alla gestione della loro, presunta, libertà. E il tutto solo per evitare le molestie e la sensazione di paura e pericolo. Ma le strade devono essere di tutte e tutti, non solo di una categoria di persone. E sono fatte per correre, non per scappare.
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