C'è chi cambia marciapiede: cose che fanno gli uomini (o pensano si debbano fare) per far sentire al sicuro le donne
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Sono molte le ragazze e le donne (cis, trans) che si trovano a dover gestire situazioni che per gli uomini passano spesso inosservate: camminare da sole per strada, salire su un mezzo pubblico, attraversare un parco la sera, rincasare nel pomeriggio d'inverno, quando fa buio presto e le strade sono deserte. Sin da piccole si abituano, loro malgrado, a restare vigili, a valutare i rischi di un percorso piuttosto che di un altro, ad ascoltare i silenzi delle città, i rumori dei passi, i respiri altrui, a osservare con la coda dell'occhio se qualcuno si avvicina o sbuca fuori da un vicolo.
Alcuni uomini stanno cominciando a interrogarsi su come i loro comportamenti, anche se innocui nelle intenzioni, possano essere letti diversamente da chi li subisce. In questa intervista collettiva, abbiamo raccolto le voci di uomini che stanno provando, nel loro piccolo, a cambiare prospettiva. Non per sentirsi "bravi", ma per contribuire a rendere gli spazi pubblici più accoglienti per tutte e tutti.
"non dipende dalle nostre intenzioni, per questo possiamo fare attenzione ai comportamenti"
Il poeta e performer Lorenzo Marangoni riflette su come anche le azioni più banali possano cambiare significato a seconda di chi le osserva. "Noi uomini – ma perché generalizzare – io, uomo, a volte non mi rendo conto di quanto certi miei comportamenti, che percepisco come neutri, possano invece essere segnali di allarme per una donna. Ieri, ad esempio, stavo parcheggiando il motorino e, nel farlo, mi sono ritrovato a camminare praticamente accanto a una ragazza che stava attraversando. Andavo piano, ma mi è venuto il dubbio: e se lei lo interpretasse come un tentativo di seguirla? Oggi invece ero fermo a guardare il telefono dietro a un angolo. Una donna ha svoltato e si è trovata davanti me, immobile. Si è spaventata. Comprensibilmente".
"In entrambi i casi, io stavo semplicemente vivendo la mia giornata. Ma anche loro. E allora mi chiedo: cosa posso fare per non essere percepito come una minaccia, anche involontaria? Le soluzioni che mi vengono in mente sono tre: evitare certi comportamenti ambigui, rendere chiaro il mio intento anche solo con una parola (dirle “sto parcheggiando”, “scusa, ero distratto”), oppure semplicemente togliere lo sguardo. Perché sì, anche lo sguardo ha un peso. Sentirsi fissate da un uomo può essere un’esperienza sgradevole, se non terrificante. Noi uomini possiamo fare attenzione anche a questo e non credo che questo limiti la nostra libertà", continua Lorenzo Marangoni. "Al contrario, ci rende più consapevoli e premurosi. E io penso che essere premurosi sia una qualità virile, e necessaria".
"azioni per noi minime ma che sono molto importanti"
Mario Colamarino, presidente del Circolo Mario Mieli e chairman del Roma Pride, punta l’attenzione su piccoli gesti quotidiani che possono fare la differenza. "Credo che ci siano azioni minime, ma importanti. Evitare di camminare troppo vicino a una donna, soprattutto se siamo dietro ed è sera. Non fare commenti, anche se sembrano innocenti. Non occupare tutto lo spazio sui mezzi pubblici. E se una donna racconta di aver vissuto un episodio di disagio, ascoltarla senza sminuire o giudicare"
"A volte aiutare significa anche sapere quando non insistere. Offrire una mano va bene, ma accettare un no è ancora più importante. E poi: intervenire. Se un amico fa una battuta fuori luogo o infastidisce qualcuna, dirlo chiaramente. Il rispetto non è un’opinione".
Il noto papà dei social, Diego Di Franco, ha scelto una strategia semplice ma efficace. "Quando sono a piedi e davanti a me c’è una donna sola, cambio marciapiede". Non è un gesto eclatante ma certamente disinnesca quel senso di allerta che molte donne provano sentendo dei passi alle loro spalle. Serve solo un minimo di attenzione.
"Educare il proprio sguardo e il proprio ascolto"
L'esperto di geopolitica Valerio Bordonaro mette in discussione il linguaggio e lo sguardo. "Nel mio piccolo provo a non fissare sederi e seni. Non è eroismo: è rispetto. E se un amico lo fa, glielo dico. Cerco di non usare nomignoli legati all’aspetto fisico e, soprattutto, la cosa più importante: non sminuire mai le richieste di aiuto o lo sfogo delle sorelle che vivono i nostri spazi".
Anche il giornalista ed esperto Vaticanista Marco Grieco si concentra sull'educazione dello sguardo. "Un gesto che faccio per far sentire sicure le donne è educarmi allo sguardo. Evito di guardare una ragazza se il suo modo di vestire si discosta dai miei modelli, che riconosco essere patriarcali. Se, ad esempio, incrocio una donna con una scollatura marcata o sto parlando con una gym sister in top, evito qualsiasi riferimento al suo abbigliamento. Se c’è confidenza, cerco di stabilire un contatto oculare, ma rispettoso. Anche un semplice come stai bene con questo top può spostare il focus su come una donna appare ai miei occhi e ho capito che questo è sbagliato". Ci sono contesti safe in cui i complimenti si possono fare, "se invece riguardano il modo in cui lei si presenta allora riconosco che, in quanto corpo maschile, un mio complimento può essere inteso come l'implicita necessità di autorizzarla al mio sguardo".
"coinvolgerle in conversazioni anche casuali, da pari a pari"
"Spontaneità e complicità nelle conversazioni", dice Rosario Coco, presidente di Gaynet. "Gli uomini, soprattutto gli eterobasic, cambiano totalmente atteggiamento a seconda di chi hanno davanti e questo è già sintomatico della discriminazione sistemica. Invece occorre visualizzarle come pari: capiamo che con le donne possiamo parlare di tutto, perfino di una tipa che abbiamo conosciuto, di concerti, di sport".
Dario Accolla, insegnante e attivista, parte dall'ammissione del privilegio: "in quanto uomo non so cosa significa andare in giro per paura di non tornare a casa. In quanto gay, tuttavia, so cosa significa andare in giro con la paura di subire un’aggressione. Le cronache – anche le più recenti – parlano chiaro, purtroppo. Sono tipi di violenza molto diversi, ma con una matrice comune: lo sguardo eteronormativo e patriarcale. Ciò mi ha indotto a interrogarmi sul fenomeno della sicurezza, nome abusato dalla politica contemporanea e declinato in senso punitivo".
"Allo spazio sicuro, anche grazie a un percorso elaborato nella mia comunità e nel mio spazio associativo, preferisco il concetto di spazio politico. Ed è ciò che provo a riprodurre ogni qual volta condivido momenti e luoghi insieme a donne che non conosco e che possono sentirsi minacciate dalla mia presenza. Come ho già detto in altre occasioni, compresi il disagio che la mia presenza fisica poteva provocare quando entrai nell’androne di casa mia. C’era una ragazza, io non conoscevo lei e lei non conosceva me. Lessi la paura nel suo sguardo. E compresi che aveva timore di me non in quanto individuo specifico, ma come soggettività maschile", continua Dario Accolla.
"viviamo in una società violenta che porta le donne a sentirsi in pericolo"
"Da allora, in situazioni analoghe, chiedo sempre se posso salire in ascensore. Mantenendo una distanza di sicurezza. Ho notato che, negli spazi condivisi, restando non troppo vicino alle persone, magari salutando e spiegando la ragione per cui si è lì, abbatto una diffidenza iniziale (nel palazzo dove abito ci sono uffici, per cui capita di incrociare utenti che non sanno chi sei). Questo tipo di condivisione, per me, è creare quello spazio politico in cui mettere in discussione il privilegio e riprogrammare una convivenza momentanea. In spazi aperti, mi limito a piccoli accorgimenti".
E conclude; "Di notte, ad esempio, se vedo una ragazza camminare, cambio marciapiede. Evito che la mia presenza venga considerata invasiva e, dunque, potenzialmente pericolosa. Mi costa veramente poco e mi fa bene pensare che quell’azione possa evitare disagio. Purtroppo, viviamo in una società violenta, che porta le donne a sentirsi in pericolo quando nel raggio di pochi metri ci sono uomini. Dovremmo interrogarci, come soggettività maschili, del perché il nostro essere in quello spazio può farci percepire come una minaccia. E ciò mi riguarda anche se uomo dichiaratamente gay. Perché in quegli spazi non porto, automaticamente, il mio vissuto. Ma rappresento, mi piaccia o meno, la proiezione di comportamenti che non mi riguardano ma di cui sono responsabile. Soprattutto se non prendo posizione, di fronte a certe dinamiche".
non abbiamo bisogno di eroi, ma di piccoli atti di consapevolezza
Questi uomini non sono paladini o eroi né vogliono esserlo. Parlano con semplicità di gesti e consapevolezze, mai di "rinunce". E lo fanno non per ottenere medaglie, ma per affermare una verità semplice: condividere lo spazio pubblico significa anche riconoscere che non tutte, non tutti lo attraversano con la stessa libertà. Piccoli accorgimenti, minimi spostamenti, parole dette o anche taciute possono essere forme di grande cura. E questo è già molto più che un inizio.
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