"Barbie" e l'irriverente femminismo pop firmato Greta Gerwig: la recensione del film
Barbie scappa dalla sua vita perfetta in cerca di una soluzione, ma a cosa? La recensione del film di Greta Gerwig.
Arriva il 20 luglio nelle sale cinematografiche italiane il film Barbie, prodotto da Warner Bros. Pictures (con la produzione di Heyday Films, LuckyChap Entertainment e NB/GG) e Mattel, in una congiunzione astrale di interessi che unisce una sceneggiatura scritta da Greta Gerwig e dal compagno Noah Baumbach (la cui penna è meno protagonista di quella di lei, in totale stile Barbie e Ken) agli interessi di marketing di un’azienda che da anni aspettava l’occasione giusta per il rebranding della propria iconica bambola. Trascorsi i decenni, infatti, la bionda e snella Barbie ha perso completamente il proprio fascino agli occhi delle nuove generazioni: ma questo lei, ancora, non lo sa.
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Come racconta il sito ufficiale del film, una delle tante piccole e deliziose (o ridondanti?) trovate commerciali che ci hanno agganciato alla pellicola ancora prima che il cast ufficiale venisse annunciato, si legge: “Vivere a Barbie Land significa essere perfetti in un luogo perfetto. A meno che tu non stia attraversando una crisi esistenziale. Oppure tu sia un Ken”. Questa è, infatti, la premessa della trama.
La trama del film Barbie
Barbie (Margot Robbie), non è solo un’invenzione: esiste e vive, appunto, a Barbie Land, una realtà rosa e pizzi dove il quotidiano idilliaco, caratterizzato da voli aggraziati dal tetto della propria Casa dei Sogni all’auto e da risvegli perfetti, si perpetua eternamente: sarà un giorno perfetto oggi, come lo è stato ieri e come lo sarà domani. Ad accompagnare Barbie Stereotipo, ossia LA Barbie, il modello base di partenza, ci sono le altre: Barbie Presidente (Issa Rae), Barbie Scrittrice (Alexandra Shipp) e Barbie Dottoressa (Hari Nef), per esempio. Donne potenti e consapevoli del proprio valore, che non hanno paura di essere celebrate e di autocelebrarsi, che si coccolano tra di loro e che festeggiano l’essere donna ogni sera, perché tutte le sere è serata tra Barbie.
Accanto a loro, una schiera di Ken (il cui principale, il modello spiaggia, è interpretato da Ryan Gosling) che vivono solo in funzione dello sguardo della loro Barbie di riferimento; d’altronde, sono un accessorio acquistabile a parte, ma non indispensabile. La vita dei Ken è votata al farsi notare e, si spera un giorno, anche amare da Barbie, che tuttavia ha ben poche intenzioni romantiche nei confronti del bambolotto, diversamente da quanto i suoi produttori avrebbero sperato per lei.
Tutto sembra svolgersi come si è sempre svolto, finché un “malfunzionamento” costringe Barbie Stereotipo a rivolgersi a Barbie Stramba, scarabocchiata e perennemente in spaccata come i più malridotti dei nostri giocattoli, che vive in cima a una collina in una casa sopra la terra promessa. A questo punto, si apre davanti a Barbie il Matrix, e può scegliere se conoscere il mondo reale e risolvere i propri problemi, partendo da quelli che stanno affliggendo la bambina che gioca con lei. Pillola rossa (la verità, un paio di Birkenstock) o pillola blu (la serena ignoranza, i tacchi alti e rosa).
Il mondo è cattivo e scoprirlo fa male
Inizia qui il viaggio dell’eroina, che viene seguita da Ken contro la sua volontà: i due intraprendono un percorso verso la scoperta di sé, ma seguendo strade diametralmente opposte. Barbie si accorge, infatti, che le donne non sono così potenti nel mondo reale e che la sua figura non ha dato loro la forza di emanciparsi ma, anzi, si è presto ridotta a esser vessillo di un canone di bellezza imposto non più coerente con la società di oggi. A monte di ciò, realizza dei sentimenti che non aveva mai provato, come la vergogna di sé; accade quando capitola sotto lo sguardo sessualizzante degli uomini.
Ken, d’altra parte, si immerge nel più puro dei patriottismi americani: in quel mondo, lui esiste, e lo sguardo degli uomini su di lui trasforma in un senso di provata, e sconosciuta fino a quel momento, ammirazione. A Barbie Land tornerà come un messia, insegnando ai Ken il patriarcato.
Ma non sono solo due i percorsi che si intrecciano; a Barbie e Ken si aggiunge quello di un’impiegata della Mattel (America Ferrara), che ha qualcosa da dire sulla rappresentazione delle donne, che è madre di una figlia adolescente e che celebrerà, a modo suo, un altro modo di essere, che non giudica i role model Barbie e le loro capacità, ma che vuole allontanarsi dall’idea che il riconoscimento del valore di una bambola, di una donna, debba obbligatoriamente passare per una sua condizione di straordinarietà.
Stili e commistioni al limite della confusione
Il film di Greta Gerwig si prende raramente sul serio: si passa dal musical alla comicità al limite dello slapstick, dall’azione (seppur stravagante) ai dialoghi più teneramente infantili tra le Barbie e i Ken, che non sono altro che ciò che direbbe un bambino o una bambina qualsiasi giocando con loro. Tuttavia, quando si prende davvero sul serio, ecco che Barbie esplode e implode contemporaneamente: la profondità delle crisi esistenziali più radicali c’è tutta, il desiderio di scoprire il proprio posto nel mondo e “diventare un bambino vero” pure. Allo stesso tempo, però, si accavallano tante idee, inevitabili generalizzazioni e buoni propositi femministi che possono far perdere la bussola, tanti se ne mischiano.
A riportarci sulla retta via, il gusto deliziosamente pop e irriverente che permea ogni cosa: dalle grafiche cartoonesche di Barbie Land ai rapidi, ma memorabili, riferimenti alla nostra contemporaneità, che vanno dal sociale al politico, fino alle citazioni cinematografiche che dalla prima scena ci riportano a Kubrick. Perdoniamo quindi qualche attimo di défaillance a Greta Gerwig, che si (ri)conferma la voce femminista della nuova generazione di registi di cui avevamo bisogno, e che ancora prima dell’uscita di Barbie è già sulla bocca di tutti per il live action di Biancaneve, la cui trama è stata fortemente modificata (e criticata).
Essere umani non è così male
Anche il compito di Mattel era tutt’altro che semplice: come celebrare la propria Barbie senza "imbrodolarsi" e, soprattutto, con la coscienza storica del periodo in cui viviamo? Con l’autoironia. Nel film, infatti, i dipendenti di Mattel (a cui fa capo Will Ferrell) camminano in bilico sulla pericolosa linea che divide la malignità dall’idiozia, e rappresentano (forse) il motivo per cui il successo degli uomini spesso non rappresenta di diretta conseguenza il successo della società.
Bonus e malus per la voce narrante di Helen Mirren, che avremmo voluto più presente nella sua pacata ironia, e per Allan (l’amico di Ken) e Midge (Barbie incinta) i veri diversi del Barbie-arcato il cui spazio sullo schermo è stato sufficiente, ma non abbastanza sfruttato. Robbie e Gosling, invece, sono i due fuoriclasse che ci meritavamo per questo film: oltreoceano, si parla già di una candidatura agli Oscar per Ken.
Alla fine del film, come ogni storia per bambini che si rispetti, tutti raggiungono il proprio lieto fine, da Barbie a Ken agli umani, e trovano il proprio scopo nella vita che, per alcuni, è solo uno: vivere essendo sé stessi (Barbie, d’altronde, lo ha sempre fatto), per quanto uscire dal Truman Show possa fare male. Così è la vita.