È solo uno stupido autobus
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Sex Education è un intreccio di umorismo e sessualità, a volte imbarazzanti, di certo disordinate, di un gruppo di adolescenti. Umorismo e sesso, ma anche sentimenti e scontri generazionali e un filo narrativo della seconda stagione è su Aimee, una studentessa, alle prese con il trauma di un abuso sessuale. Un episodio in particolare parla di come le ragazze, le bambine e le donne di qualunque età tendono ad autoproteggersi, convincendosi che la palpata sui mezzi, per esempio, e il catcalling non siano altro che comportamenti fastidiosi ma pur sempre gestibili, accettati e accettabili come parte del quotidiano.
è solo uno stupido autobus
Passano le settimane e ogni giorno Aimee va a scuola camminando perché per quanto ci provi non riesce a salire su quell'autobus che era stato teatro della molestia, le sembra di vedere ovunque quell'uomo e inizia anche a rifiutare l'intimità con il suo stesso ragazzo. Il settimo episodio, quello in questione, vede Aimee raggiungere il punto di ebollizione: crolla dopo che un'insegnante la mette in punizione (il sapore è quello di The Breakfast Club) insieme ad altre ragazze che urlano l'una contro l'altra per psicodrammi adolescenziali e, nonostante, non ci sia grande amicizia tra loro è a loro che confessa, sbottando, quanto si senta traumatizzata.
Subito dopo c'è una delle scene più commoventi della serie: l'indomani mattina tutte le altre, Ola (Patricia Allison), Viv (Chinenye Ezeudu), Olivia (Simone Ashley), Maeve e Lily (Tanya Reynolds) si fanno trovare alla fermata pronte a salire sul bus con Aimee e andare a scuola insieme. La cosa potente (e tragica) di questa storia, ovviamente, è che con la storia di Aimee è fin troppo facile immedesimarsi.
ma va che non è successo niente
La vita di molte di noi è scandita da piccolissimi eventi quotidiani che, da un momento all'altro e a causa del molestatore di turno, diventano insormontabili ostacoli. Prendere un bus, andare in ufficio, a scuola, al supermercato: ogni posto può diventare invivibile se ci ricorda quanto ci siamo sentite impotenti e disarmate perché qualcuno ci stava toccando o invadeva il nostro spazio contro la nostra volontà. E a volte il molestatore può essere resident, come si dice con i dj, in un posto. Può essere un collega, un professore, un addetto alle vendite dell'unico supermercato che abbiamo vicino casa, il vicino, incontrato in ascensore. E perché siamo il più delle volte propense a neutralizzare i cattivi pensieri piuttosto che affrontare l'evento per quello che è stato e quindi denunciarlo? Perché sappiamo che il più delle volte non veniamo credute. E non essere credute quando si denuncia una molestia non significa sentirsi dire dal/dalla manager o dalle forze dell'ordine “signora non è vero quello che dice”, significa sentirsi dire che “non è niente di grave”. Insomma, l'equivalente di “è uno stupido autobus”, allora perché non lo prendiamo e basta?
ma sì, è colpa della mia gonna
Perché a pesare su di noi non è soltanto quel tocco viscido dell'estraneo, è anche il giudizio che applichiamo a noi stesse (non è che avevo una gonna troppo corta?) e la lucida consapevolezza della impunità totale, o quasi, di chi molesta sessualmente le donne. A meno che non ci sia la penetrazione, certo. Ma nonostante sia un errore clamoroso, dividere le molestie in quelle di serie A e quelle di serie B, noi donne per prime il più delle volte crediamo che se non c'è penetrazione non ha nemmeno troppo senso denunciare l'accaduto. Se in più lo conosciamo, se è un collega (figuriamoci un superiore) o qualcuno della cerchia ristretta non vogliamo nemmeno sollevare polveroni: basta non stare più sole con lui, giusto? Sbagliato. Quel tocco resta a traumatizzarci per sempre. Quel tocco fa parte dello stesso ventaglio di azioni radicate nella cultura che permette i femminicidi.
non è solo uno stupido autobus
E in una società misogina, che incolpa le vittime e insegna alle ragazze ad avere paura di occupare lo spazio, il minimo che possiamo fare è sollevare polveroni. Anche, soprattutto, se quando raccontiamo di essere state molestate ci viene chiesto come eravamo vestite o se viene banalizzato l'intero racconto, minimizzando noi, quello che proviamo, il nostro diritto a prendere quell'autobus e l'abuso di potere che il molestatore mette in pratica quando molesta. La tendenza a incolparci, che nasce anche dalla inconscia volontà di credersi in controllo, anche minimo, di quello che ci accade, viene incoraggiata anche dall'esterno ed è uno dei motivi principali per cui le donne non denunciano insieme alle diverse testimonianze di altre donne che raccontano di aver denunciato il fatto alle forze dell'ordine ma anche al superiore o alle famiglie ottenendo soltanto minimizzazioni e spallucce.
Non è uno stupido autobus, è il nostro diritto a uscire di casa e a farlo senza paura. E se iniziamo tutte noi a sostenerci a vicenda possono accadere cose incredibili, tra cui anche il cambiamento culturale che aspettavamo. Insomma prendiamolo insieme l'autobus, anche se non siamo amiche.
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