Andare in giro vestite da meccaniche (o quasi): buttare il male gaze fuori dall'armadio
Se è vero che le passerelle determinano colori e forme che vediamo poi sugli scaffali, stiamo assistendo a una rivoluzione femminista dell'armadio.
Anche se per ora partecipano solo alcune.
C’è qualcosa che sta cambiando nel modo in cui molte donne si vestono e che si coglie nel quotidiano, nel modo in cui i corpi si muovono alle fermate della metro, nei club, in giro per le città. Che ne siano consapevoli o meno, sempre più donne hanno smesso di vestirsi seguendo le regole del male gaze. Cioè quello "sguardo maschile" che non è solo degli uomini, ma della società tutta, e che da secoli ha stabilito cosa è femminile e cosa no trasformando l'esperienza di essere ragazza e poi donna in una specie di contest nel quale si viene giudicate sulla base di quanto si aderisce a un modello preciso di femminilità.
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Andare in tuta nei club (ok: la tuta è firmata)
Non accade ovunque e non accade tutti i giorni né non in ogni occasione. Ma sta accadendo e lo si vede nelle strade, nei mezzi pubblici, negli uffici: abiti larghi, scarpe comode, visi senza trucco o con dei make up creativi, tute e jeans oversize. Non si tratta di quella che per decenni ci è stata presentata come "trascuratezza", ma al contrario di una diversa forma di cura: la cura di sé e non della propria immagine filtrata dallo sguardo maschile.
E questo decentramento del male gaze non riguarda solo la quotidianità ma anche le passerelle, dove anche le grandi maison iniziano a proporre una femminilità che sfugge ai codici del desiderio eteromaschile. Il messaggio, anche quando sottile, è chiaro: la femminilità non è oggetto di giudizio e non si definisce nello sguardo maschile, ma soggetto che si autodefinisce. Non per citare la super citata Miranda Priestley de Il diavolo veste Prada, ma il monologo sul maglione ceruleo racchiude una verità immensa: come nascono le tendenze, per volontà di chi e soprattutto l'impatto economico e sociale che queste hanno su milioni di persone.
"male gaze" non significa che viene agito solo dai maschi
In un settore dominato dagli uomini, il male gaze definisce il modo in cui una donna si presenta, dalla sua interpretazione di come dovremmo apparire sul posto di lavoro fino a quella di ciò che rende una donna attraente o sensuale. Consciamente o, come spesso accade, inconsciamente, noi donne ci vestiamo ed esistiamo nel mondo attraverso la lente creata dal maschile e, tradizionalmente, il benessere sociale e finanziario delle donne è dipeso dalla loro desiderabilità, quindi le donne si sono dovute piegare agli ideali prestabiliti di desiderabilità.
Dinamica che da un punto di vista concreto non è stata del tutto debellata. Infatti la normalizzazione di un tipo di abbigliamento più o meno sessuato, più o meno aderente ai codici, potrebbe dipendere anche dal livello di autonomia, cultura e conseguente autoderminazione di ciascuna.
E dunque sarebbe ingenuo pensare che questo cambiamento riguardi tutte. Forse libertà di sottrarsi allo sguardo maschile resta, per ora, parziale e diseguale. A essere coinvolte sono - sembrano - soprattutto quelle donne che hanno avuto accesso a un certo tipo di consapevolezza: femministe, attiviste, professioniste, creative, studentesse. Non necessariamente benestanti, ma immerse in contesti in cui si mettono a tema conversazioni sui corpi e l'autodeterminazione (attiviste, studentesse, accademiche) oppure in cui si aprono spazi di "libertà d'abbigliamento" e, quindi, spazi di cultura (lavori creativi, culturali, sociali, accademici).
Perché altrove, nel frattempo, i media tradizionali — la TV generalista, le pubblicità, i talent show — continuano a proporre una figura femminile ipersessualizzata, docile, ritoccata, “a misura di desiderio maschile”. Una figura che molte donne ancora faticano a mettere in discussione, anzi non ci pensano nemmeno. E non per mancanza di intelligenza o dignità, ma per una questione culturale, educativa, di contesto. Non tutte hanno gli strumenti per immaginarsi fuori da quella rappresentazione.
l'espressione della propria femminilità dipende dal contesto sociale?
Il risultato è che la libertà di scegliere come apparire non è ancora davvero libera, finché resta legata alla posizione sociale e culturale. Alcune scelgono di andare per locali con addosso delle tute che sembrano da meccanico/a ma che come il maglione ceruleo sono il risultato di scelte precise, fatte dai designer di alta moda. Altre le accuserebbero di essere "poco femminili", partecipando attivamente alla resistenza del male gaze. Le prime risponderebbero che la femminilità è un costrutto sociale. Le seconde farebbero spallucce, forse senza capire troppo bene in che senso. Indossare una tuta - costosa, non costosa - non significa rifiutare il maschile o la propria femminilità ma sganciarsi dallo sguardo maschile (quello giudicante, che viene agito anche da moltissime donne). Ovviamente nel dire che alcune lo fanno e altre no non c’è giudizio. C'è semmai un dato di parzialità: la società non è ancora uno spazio neutro per i corpi femminili. Allora questi piccoli gesti — scegliere cosa indossare per sé, smettere di aderire a un’immagine stereotipata, disobbedire allo sguardo - sono fessure da cui entra aria nuova. Anche se l'idea di donne in tuta è veicolata dalle eminenze grigie dell'alta moda.
Perché sì: le passerelle determinano eccome ciò che mesi dopo viene messo in vendita a 19.90 euro sugli scaffali dei negozi. Proprio per questo, per quanto si tratti di seguire comunque delle indicazioni, è un bene che non siano più legate al soddisfacimento di uno sguardo culturalmente opprimente, sminuente della femminilità a mero oggetto di desiderio. Forse non è ancora una rivoluzione per tutte. Ma è già un inizio.