“Figli di Maria": dietro le quinte dei programmi più amati della tv, partendo da "Amici"
“Con questo libro ho deciso di abbattere le pareti dello studio televisivo: di raccontare storie vere, professionali e personali, accadute in questi ventotto anni di carriera”
Figli di Maria, che potete trovare qui sul sito di ILMIOLIBRO, è il libro che ho scritto per raccontare i miei primi ventotto anni di attività lavorativa. Ho fatto una prima esperienza dal ‘93 al ‘99 nel primo talk della tv italiana e poi da “davanti alla telecamera", come pubblico parlante, gradualmente sono passata al "dietro le quinte" come redattore e successivamente come autore. Che sia stando con un microfono in mano o con una scaletta da amministrare, la tv è stata, lo è tuttora e sarà il mio campo di azione lavorativo.
I programmi sono tanti e di generi diversi, io mi sono specializzata in quelli genericamente definiti di intrattenimento.
I segni che con il loro idealismo e la loro determinazione cambieranno il mondo
È iniziato tutto per caso con un talk-show
Nelle prime pagine del mio libro ho cominciato parlando della mia partecipazione ad un talk, dopo essere stata selezionata in un casting organizzato dal programma Amici. All'epoca non cercavo la tv, ero solo curiosa di vedere dal vivo un ragazzino e mi sono detta “partecipo per una puntata”. E invece…
In quel programma si affrontavano problematiche adolescenziali vissute all’interno della famiglia. Al mio arrivo c'era già Maria De Filippi che conduceva, l’autore capo era Alberto Silvestri e l’autrice di punta era Franca Di Cangi, figura che alcuni dopo sarebbe stata il mio riferimento quando ho iniziato come redattore nella prima edizione del programma C’è Posta per Te.
Un talk-show è, letteralmente parlando, uno spettacolo basato sulla parola. Nasce in America e in Italia la prima persona che lo porta in tv e lo sviluppa è Maurizio Costanzo.Anni dopo, parlando di giovani e dei loro valori, Costanzo e De Filippi, che all’epoca lavorava dietro le quinte, ideano il talk-show Amici. Uno studio televisivo dove al centro, seduta su una poltrona è collocata una conduttrice, circondata da divani e sedute a terra, posti nei quali si siederanno ragazzi reclutati in un liceo classico di Roma, due poltrone una di fronte all’altra.
Le tematiche sono i contrasti tra genitori e figli.
I ragazzi con gli interventi sostengono il genitore o il figlio, appoggiano un loro coetaneo o si trovano dalla parte di uno che potrebbe essere il loro genitore. Io a venti anni mi sono trovata a partecipare in quel programma che mi piaceva anche se e la richiesta di partecipazione l'avevo inoltrata per altri motivi, spiegati bene nel primo capitolo di Figli di Maria.
Era una novità e come tutte le cose che si sperimentano era genuino e vero; chi raccontava, la versione del genitore o quella del figlio e chi interveniva: la forza di quel salotto era l’autenticità. Credo che quel sapore non sia più replicabile.
Per anni mi sono seduta in studio, ho ascoltato storie di genitori e figli e poi quando la conduttrice aveva finito di raccontare si passava a noi ragazzi, che esprimevamo il nostro punto di vista.
Io ero sempre chiamata a dire la mia perché di solito ero dalla parte dei genitori.Il più delle volte ero la sola oppure ero con qualche altro che come me si metteva dalla parte di mamma e papà, non condividendo le richieste, le proteste e gli atteggiamenti dei figli. Noi, pochi ma decisi, che ci mettevano nei panni degli adulti, avevamo sempre parola, venivamo interpellati, perché a diciotto anni è più normale o facile stare dalla parte di un tuo coetaneo che alza barricate.
Ero a tutti gli effetti una mosca bianca.
“Amici” era il primo nel suo genere
Ospiti e opinionisti erano genuini, spontanei, senza condizionamenti. Si arrivava, si stava a chiacchierare fuori dallo studio, poi ci si accomodava dentro quando era tutto pronto per iniziare. Avevamo circa 18, 20 anni, non esisteva la sala trucco o la casa parrucco, si passava in bagno per un po' di mascara, lucidalabbra e spazzolata ai capelli, ma nulla di più.
Via via con gli anni e il successiodi ascolti, è iniziato ad essere un programma visto da milioni di telespettatori. Il tempo però invecchia ogni cosa e l’autenticità si è piano piano persa: sono spuntati talk-show come margherite.
Quando il genere talk ha iniziato a prendere piede a tutte le ore e su tutti i canali, la spontaneità del pubblico parlante è diventata merce rara. Siamo arrivati poi alle urla forzate e gratuite per avere la possibilità di avere un microfono e quindi una telecamera che avrebbe portato la notorietà. Da un certo momento in poi, oltre all’attore, al cantante, al presentatore, alla valletta e al conduttore, anche le persone comparse nei talk-show tv finivano sulle riviste, diventando personaggi noti.
Interventi tendenti alla lite che genera ascolti, clamore sui media, l’arrivo dei social che innescano scambi furibondi, un fuori controllo che diventa virale.
In un talk-show di successo gli opposti si scontrano, creano dibattito e schieramenti
Un vero un talk-show tiene incollato il telespettatore solamente se è ricco di posizioni diverse, contrapposte e ovviamente autentiche.
Io mi trovavo sempre, per inclinazione, dalla parte dei genitori e solitamente i ragazzi coetanei erano contro regole, imposizioni e i modelli educativi degli adulti.Proprio questo creava dibattito: ci vogliono sempre almeno due fazioni che la pensano in modo diametralmente opposto.
Quando da opinionista sono passata a redattore e poi ad autore ho imparato quindi quanto importante sia, per la riuscita del talk, sapere fare un casting.
L’importante è scegliere le storie e gli argomenti interessanti da raccontare, formare un pubblico parlante che abbia diversi punti di vista, soprattutto che arrivi da contesti differenti; fondamentale, sapere scegliere anche tutti coloro che raccontano o intervengono e che abbiano un’anima, un carattere, un carisma.
C’è chi racconta e chi interviene.
Lo speciale Monica Lewinsky negli studi della BBC
Quella fu una esperienza indimenticabile, un esempio concreto per capire come si seleziona un pubblico parlante per un talk-show.
Una delle puntate più intense, a cui ho avuto il privilegio di partecipare come pubblico parlante, è stata quella che prevedeva il racconto della storia dove seduta c’era una sola persona e in quel caso mancava la controparte.
Eravamo a Londra negli studi della BBC e l’ospite era Monica Lewinsky. La ragazza, come ho raccontato nel mio libro, era nell’occhio del ciclone per la storia arcinota del rapporto con il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton: lo scandalo aveva fatto il giro del mondo.
Era stato organizzato una sorta di ping-pong tra il pubblico dell’emittente inglese e quello di Uomini e Donne. Ricordo che mi contattò l’autrice di Amici che mi invitò alla puntata. In quella puntata ci fu un attento lavoro e si fece un mix fra i ragazzi di Amici e una ristretta delegazione del pubblico parlante di Uomini e Donne.
Da “Amici” a “Uomini e Donne” i talk-show in famiglia: genitori e figli, moglie e marito
Parlando di Uomini e donne: dopo il successo del talk Amici, che portava alla ribalta problemi tra genitori e figli, lo staff autoriale portò con lo stesso format un altro talk chiamato Uomini e Donne dove venivano affrontate e sviscerate le problematiche di coppia marito e moglie, tra uomo e donna.
Per quel tipo di argomenti affrontati, gli opinionisti avevano un’età diversa, per lo più adulti, sposati, conviventi, che potevano mettere becco sugli argomenti famigliari e un gruppo di ragazzi universitari.
Quando si è pensato alla puntata di Londra, gli autori che erano nel programma, avevano lavorato in modo tale che ci fosse varietà anagrafica e generazionale, oltre che di pensiero in sé e per sé.
Sono passati tanti anni ormai da quella lontana primavera del ’99 e da quella puntata cosi particolare. Ricordo il viaggio in aereo, ricordo gli studi della BBC, la tensione che si respirava in studio per la delicatezza del caso.
Autore e conduttore: un sapiente gioco di squadra
Una collaborazione di successo tra l'autore e il conduttore è la chiave di un buon programma, ma è anche un rapporto che riesce a essere fruttuoso solo lavorando con professionalità, ascoltando e selezionando. Potrebbe sembrare tutto affidato al caso e invece c’è un lavoro che solo insieme a un team porta al successo .
Ricordo, per esempio, che ci fu una saggia e ponderata scelta sugli interventi delle opinioniste.
Per quella speciale puntata il pubblico era solo femminile. Evidentemente quel contesto che vivevo ormai da anni mi piaceva al punto tale che oltre ad esprimere il mio punto di vista davanti alle telecamere ero curiosa di guardare da una posizione privilegiata come i professionisti lavoravano da dietro le quinte.
Nella puntata su Lewinsky io parlai poco, ma ci furono interventi più tonici e più pronti a sostenere una ragazza obiettivamente in difficoltà.
Chi la sosteneva erano donne più adulte che come linea di pensiero avevano la comprensione non per l’episodio scandalistico di per sé, ma per una visione ancora più ampia: erano donne libere, emancipate e autonome.
Era facile condannare la protagonista dell’affaire alla Casa Bianca ed era molto meno semplice avere un atteggiamento di protezione o comprensione per la Lewinsky, travolta nella bufera e gogna mediatica.
La scelta autoriale di convocare un pubblico di quel tipo mi fece capire quanto lavoro di concetto c’era dietro la scelta di un opinionista in un talk-show; se si fossero convocate opinioniste a caso probabilmente in quel momento la stragrande maggioranza in studio avrebbe condannato la stagista. La conduttrice avrebbe raccontato la storia scandalo del momento e la stragrande maggioranza sarebbe intervenuta in una unica direzione.
Con un ragionato lavoro d’identikit delle opinioniste ci fu una puntata che ricordo si rivelò moderata e bilanciata.
Qual è il segreto per arrivare al punto senza tanti giri di parole?
Coraggio, determinazione, coerenza una forma chiara, un linguaggio semplice e comprensibile: questi alcuni degli ingredienti principali di un talk di successo.
Tornando ai miei esordi da opinionista e pubblico parlante ho sempre avuto coraggio e determinazione nel portare avanti le mie idee. Coraggio perché lo studio di Amici conteneva tanti miei coetanei che di solito ogni volta che parlavo iniziavano ad inveire.
Ero determinata nel seguire quello che avevo in testa, quello che per me era giusto, importante ed in cui credevo. Coraggio e determinazione con l’obiettivo di portare avanti la mia verità. Non sono mai scesa a compromessi con le mie idee e non mi sono mai fatta intimorire anche se a volte i miei interventi venivano accolti con fischi, con urla di miei coetanei che in gruppo si facevano forza. Sono sempre rimasta in studio seduta da una parte, quasi in disparte e ho sempre serenamente espresso quello che pensavo. Credevo in quello che dicevo, veramente e fermamente.
Concludo con un ricordo che a distanza di più di 30 anni mi fa sorridere, presente anche nel mio libro. All’inizio quando la conduttrice era alle prime armi in studio vicino all’autore capo, Alberto Silvestri, era presente anche Maurizio Costanzo, una potenza. Le storie raccontate erano cosi avvincenti tra genitori disperati e figli ribelli che si creavano delle fazioni. Capitò anche che durante un mio intervento, dove difesi a spada tratta un genitore, ci fosse tra le voci di dissenso anche quella del dott. Costanzo che diceva: "Ma che dici?!”.
Ecco, in quel caso io piccola piccola, lui grande grande con tutto lo studio e i miei coetanei contro; ma io proseguivo per quello che reputavo essere la parte della ragione.
Per costruire questo pezzo come un autore ho lavorato di ricordi e di riferimenti attuali: nel mio caso ogni lettura, ogni articolo per curiosità, sete di approfondimento, fame di sapere mi porta a cliccare, aprire, leggere, aggiungere. A margine di questo mio intervento lascio alle lettrici questi link: