La storia dei kit antistupro che cambierebbero la vita delle ragazze (ma nessuno sa che fine hanno fatto)
Difendersi da uno stupro: oltre ai kit che rilevano le droghe nei cocktail sono stati inventati due dispositivi metallici che ferirebbero l'aggressore costringendolo ad autodenunciarsi.
Ma nessun kit viene mai realmente commercializzato.
Avrebbero cambiato la realtà molto più di leggi e attivismo, invece nessuno sa bene che fine abbiano fatto: nel 2000, circa, sono stati inventati due kit antistupro che funzionavano realmente come deterrente e conducevano direttamente all'autodenuncia dell'abuser. Utilissimi. Ma tant'è.
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dispositivi di metallo che feriscono l'aggressore
All’inizio degli anni Duemila, in Sudafrica, un medico di nome Jaap Haumann immaginò un congegno che la stampa soprannominò subito "killer tampon": un cilindro rigido da inserire in vagina e dotato di una lama a molla che avrebbe dovuto mutilare il pene dello stupratore durante la penetrazione forzata.
Pochi anni dopo, nel 2005, un’altra sudafricana, Sonette Ehlers, ex tecnica medica, presentò il Rape-aXe: un dispositivo in lattice, simile a un preservativo interno, munito di piccoli uncini che avrebbero dovuto agganciarsi al pene dell’aggressore provocare non solo dolore ma anche ferite, così da costringerlo a farsi medicare e, quindi, ad autodenunciarsi. Inoltre sarebbero rimaste tracce del DNA sul dispositivo facilitando l'identificazione dell'uomo.
Non sono dispositivi del tutto assurdi perché nascono dall'esigenza di proteggersi dagli abuser ma pure da una società in cui la violenza sessuale non viene trattata sistematicamente ma emergenzialmente. Nel senso: stupri e femminicidi vengono, ancora troppo spesso e in troppi Paesi, trattati come reati da punire e non da prevenire, per esempio agendo sulla cultura che li legittima.
Nel glorioso Paese di Elon Musk il contesto era ed è segnato da tassi altissimi di denunce di stupro e tassi bassissimi di condanne: le statistiche ufficiali hanno continuato a registrare decine di migliaia di casi l’anno, con oltre 40 mila stupri denunciati nel biennio 2017 / 2019. Haumann ed Ehlers quindi non inventano due giocattoli per sadiche, ma due risposte curative a un fallimento collettivo.
Se la strada è pericolosa e se la legge non basta, ma soprattutto se la cultura continua a proteggere gli aggressori più delle vittime, allora il corpo femminile deve diventare un fortino.
i problemi politici e la commercializzazione
Ed è esattamente su questo punto, sembra, che si sono concentrate molte analisi sul rischio di tali tecnologie anti-stupro che promettono protezione individuale ma nei fatti spostano - ancora - il peso della prevenzione sulle donne. Due studiose (Deborah White e Gethin Rees), per esempio, hanno discusso proprio i limiti di questa promessa di autodifesa, mostrando quanto sia ambiguo affidare a un dispositivo il compito di contrastare una violenza che nasce da rapporti di potere molto più ampi e, inoltre, lo stupro non è certamente solo quello penetrativo.
Infatti tra le obiezioni mosse anche quelle legate al pericolo che questi dispositivi rafforzino un’idea ristretta di stupro come sola penetrazione vaginale da parte di uno sconosciuto, lasciando fuori la complessità reale della violenza sessuale dentro le sfere amicali e familiari (molto più frequente in effetti). Ma non c'è bisogno di fare filosofia, sempre. In questo caso c'è solo da chiedersi quale disperazione sociale faccia apparire sensata una simile idea, perché a chi scrive sembra sensata eccome.
che fine hanno fatto i (tantissimi) kit anti stupro
Il progetto del Rape-aXe fece il giro del mondo, fu rilanciato come possibile strumento di autodifesa, venne presentato come dispositivo che avrebbe potuto marchiare l’aggressore costringendolo a un intervento medico ma non risulta che abbia avuto una vera diffusione commerciale. È rimasto soprattutto un prototipo potentissimo sul piano simbolico e mediatico.
Del progetto del medico Haumann, forse ancora più violento nella concezione, si parlò soprattutto come di una provocazione estrema, un oggetto che già all’epoca suscitò resistenze e obiezioni. Insomma non se ne sa più niente di nessuno dei due. Ma forse i tempi non erano maturi, forse le donne non erano, nei primi del Duemila, ancora tanto sfiancate quanto lo sono oggi.
Eppure, anche oggi, qualsiasi progetto di kit antistupro sparisce nel vuoto. Il gadget copri bicchiere che consente di proteggere il proprio drink durante una serata, per evitare che qualcuno possa infilare al suo interno delle sostanze stupefacenti? Nessuno ne sa più niente. I braccialetti antiviolenza che attraverso un tocco ripetuto possono attivare una sirena ad alta frequenza e contattare i numeri registrati come d’emergenza? Nessuno ne sa niente.