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Gli uomini muoiono prima (ma è colpa loro, non della genetica)

Gli uomini muoiono in media dai cinque ai sette anni prima delle donne. Accade a causa di una serie di fattori tra cui la cultura della virilità, l'educazione e i comportamenti pericolosi che ne derivano.
di Eugenia Nicolosi
Robert De Niro è Travis Bickle in Taxi Driver
Robert De Niro è Travis Bickle in "Taxi Driver"  (columbia pictures)

Gli uomini muoiono in media dai cinque ai sette anni prima delle donne a causa di una serie di fattori. Secondo i Centri statunitensi per il controllo delle malattie, gli uomini hanno più probabilità delle donne di morire per la maggior parte delle 10 principali cause di morte. E troppo spesso, secondo Steve Rissman, professore alla Metropolitan State University di Denver, capita a uomini e ragazzi a cui è stato detto che l’unica emozione maschile consentita è la rabbia.

Emozioni come la paura, la necessità o altre considerate da "deboli" sono soffocate nell’uomo, il che può portare a problemi di salute fisica oltre che mentale. "Se non riesci ad ammettere le tue vulnerabilità, difficilmente cercherai aiuto e questo è un problema a lungo termine - spiega ancora Rissman - Insegniamo ai ragazzi sin da piccoli a non esprimere i loro bisogni, a imporsi piuttosto, quindi a dimostrare forza. Ma rileviamo che gli uomini muoiono prima di quanto non dovrebbero. E le cose sono connesse".

"Non è da maschio": la campagna contro gli stereotipi di genere nel lavoro

uomini che muoiono prima

Le convinzioni culturali sui requisiti della virilità possono avere implicazioni per la salute fisica degli uomini. In un esame interculturale fatto su 62 Paesi, è stato analizzato l'impatto delle convinzioni della virilità (e i vari comportamenti che ne derivano) sui rischi sanitari. Nei Paesi con più alti tassi di mascolinità tossica gli uomini avevano tassi più elevati di comportamenti a rischio per la salute (contatto con animali velenosi, risse) e di esiti sanitari correlati al rischio (ad esempio, la mortalità) e in generale un’aspettativa di vita inferiore. 

Nel complesso quindi è scientificamente dimostrato che gli uomini vivono circa sei anni in meno nei territori in cui viene esaltata la virilità rispetto a zone in cui non avviene. Le relazioni tra comportamenti a rischio e risultati sanitari sono minori (ma non inesistenti) dove c'è più uguaglianza di genere. Questi risultati suggeriscono che le convinzioni a livello nazionale sul genere, e non solo sulla mascolinità degli uomini e sulle convinzioni a essa legate, possono avere importanti connessioni con la salute degli uomini

Come molte femministe cercano di spiegare, insomma, il patriarcato fa male anche agli uomini. E c'è un altro studio della Rutgers University a suggerire che il patriarcato sta effettivamente accorciando la durata della vita degli uomini. Lo studio ha indagato sul motivo per cui gli uomini hanno una durata di vita più breve rispetto alle donne e ha scoperto che “gli uomini che avevano credenze tossiche sulla mascolinità – secondo cui gli uomini dovrebbero essere duri, coraggiosi, autosufficienti e moderati nell’espressione delle emozioni – erano più propensi a ignorare i problemi di natura sanitaria.

Inoltre, gli uomini con convinzioni tossiche sulla mascolinità avevano meno probabilità di essere onesti riguardo ai loro problemi di salute perfino con medici uomini nonostante siano propensi a scegliere un medico uomo, perché li credono più competenti delle dottoresse. Ma quando sono visitati da una dottoressa sono più onesti. Una delle ricercatrici, Diana Sanchez, teorizza che gli uomini sono meno aperti con altri uomini perché "non vogliono mostrare debolezza o dipendenza verso un altro uomo, compreso un medico".

Lorenzo Gasparrini
Lorenzo Gasparrini 

lorenzo gasparrini, il filosofo

Sono anche "di più gli uomini che si suicidano e quelli che vanno in depressione, rispetto alle donne. Ma se provi a farlo notare - con dati alla mano - ti prendono per scemo". Dice Lorenzo Gasparrini, filosofo e autore di testi come Perché il femminismo fa bene anche gli uomini. "Ovviamente i risultati delle ricerche non mi colgono di sorpresa: la finta scelta di una vita maschilista, machista e patriarcale è una scelta che fa male perché si tratta di aderire a un paradigma culturale che fa del tuo corpo una macchina che deve essere perfettamente efficiente. Per questo, ad esempio, le malattie croniche maschili non hanno la stessa attenzione dell'equivalente femminile e non abbiamo, privatamente e pubblicamente, strumenti sufficienti per capire quando e se intervenire. Alcuni uomini riflettono pure sull'assenza di campagne contro il cancro alla prostata, osservando l'intensità e la puntualità di quelle per il cancro al seno. Ma cari miei, le donne scendono in piazza a chiedere attenzione: noi quando siamo andati mai in piazza a manifestare? Mai, perché il maschio si vergogna e non ha bisogno di niente".

"L'uomo che non deve chiedere mai" 

Gasparrini analizza anche la questione delle morti sul lavoro. Le donne che hanno perso la vita sul lavoro nei primi otto mesi del 2021 sono 61 su 620. Tutti gli altri erano uomini. E spesso, secondo il filosodo si tratta di "persone che rifiutano di utilizzare i dispositivi di sicurezza perché sono esperti:, bravi. Questo modo di pensarsi provoca una vita peggiore ed esposta a morti rapide e violente. Mettiamoci pure le guerre. Ovvio che la mascolinità tossica ci fa vivere peggio ma purtroppo per molti uomini è l'unico modo di vivere. Ma siamo completamente irrazionali". La soluzione però è semplice: "prima affrontiamo la questione nelle scuole e prima culturalmente, e poi dal punto di vista della salute e della qualità della vita maschile, le cose cambieranno".

Proprio per agire sui più giovani, Gasparrini è appena uscito in libreria con I ragazzi possono essere femministi? Un volume illustrato da Cristina Portolano (edito da Settenove). 

I ragazzi possono essere femministi? di Lorenzo Gasparrini, con le illustrazioni di Cristina Portolano
"I ragazzi possono essere femministi?" di Lorenzo Gasparrini, con le illustrazioni di Cristina Portolano   (settenove)

Il libro si rivolge ai giovani maschi rispondendo alle tante domande che l’autore (e genitore di adolescenti) si è sentito rivolgere negli anni dai ragazzi nelle scuole, dove fa formazione. Diciotto capitoli che affrontano diversi temi con la lente del genere: sport, sessualità, lavoro, cinema, relazioni, web, intersezionalità e tanto altro ancora. Gli argomenti affrontati fanno emergere come i femminismi non siano una pericolosa ideologia “contro gli uomini” ma una spinta liberante anche per i ragazzi e gli uomini contro le pressioni patriarcali che colpiscono tutti gli aspetti della vita quotidiana, dalla divisione dei ruoli di genere in casa alla cultura dello stupro.

Un volume che parte dai dubbi e dalle perplessità dei giovani per proporre un’azione ragionata contro la maschilità tossica e che favorisca la libera espressione di sé, affinché i ragazzi di oggi e gli uomini di domani possano partecipare al cambiamento sociale decidendo in modo critico e autonomo come diventare ragazzi e uomini a modo loro.

Alla fine del libro è presente anche una sezione di note in cui i ragazzi possono segnare le proprie osservazioni, ripensare i propri idoli e fare un brainstorming per avviare una rivoluzione a partire da sé.

I ragazzi possono essere femministi? di Lorenzo Gasparrini, con le illustrazioni di Cristina Portolano
"I ragazzi possono essere femministi?" di Lorenzo Gasparrini, con le illustrazioni di Cristina Portolano   (settenove)

uomini che muoiono perché il femminismo è da femmine

Il libro di Gasparrini inizia proprio con una specifica importante: "La parola può dare molto fastidio perché contiene questa parte iniziale, “femm…” che fa pensare a qualcosa che riguarda solo le donne, in particolare a favore delle donne e contro gli uomini. Ma è falso, si chiama così perché sono state le donne per prime, in gruppi organizzati, ad accorgersi che la società era (ed è ancora) ingiustamente sbilanciata rispetto ai generi, e sono state anche le prime a farne un problema di tutti e di tutte. E questo è successo perché, come gruppo sociale, per prime hanno subito le conseguenze più gravi di questa disparità. È una parola che ha un suo significato storico e non possiamo cambiarla solo perché non ci piace".