Che fretta c'era di spiegare alle devote che Maria non è uguale a Gesù (ma inferiore)?
Alcune istituzioni, alcuni sistemi, pefino alcuni individui sono destinati a rimanere immobili o il loro immobilismo. E se si dovessero spegnere, svuotare, scomparire, non ci resterebbe niente da dire se non "Amen". Si vede che doveva andare così.
Quando si parla di “titoli mariani”, si entra in un territorio ibrido, fra devozione popolare, teologia dottrinale e rappresentazione simbolica del femminile. I titoli sono appellativi attribuiti a Maria di Nazaret — per esempio “Madre del Popolo fedele”, “Mediatrice”, “Corredentrice”, “Madre della grazia” — che cercavano di esprimere il suo ruolo nel mistero cristiano della salvezza, la sua partecipazione all’opera di Cristo, la sua maternità nei confronti dei credenti.
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il documento del Vaticano
Il documento Mater Populi Fidelis, dello scorso 4 novembre 2025, interviene qui con chiarezza nel dire che sì, Maria ha un ruolo eminente nella storia della salvezza, ma che quel ruolo deve essere compreso in modo da non offuscare l’unico mediatore, Cristo: «quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni … non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente».
In altre parole: non tutti i titoli “funzionano” sul piano teologico-pastorale. Il documento argomenta che alcuni appellativi — in particolare “Co-Redemptrix” (co-redentrice) — non siano “appropriati” perché rischiano di suggerire che Maria abbia un ruolo paragonabile a quello di Cristo nella redenzione. Il che non significa, ovvio, che Maria sia degradata, demansionata: anzi, il documento ribadisce che Maria è la «manifestazione femminile di tutto quanto può obrare la grazia di Cristo in un essere umano».
Questo spostamento — o meglio questa ridefinizione — ha però una conseguenza: il titolo di Madre del Popolo fedel assume centralità non solo perché esalta la maternità spirituale di Maria (e possiamo dirlo: la maternità in generale), ma perché la colloca nel contesto della Chiesa come popolo in cammino e non al livello di Cristo che è quello di Salvatore finale. Il documento richiama il fatto che la devozione a Maria è «un tesoro della Chiesa» ma che occorre interpretarla in modo che conduca al Cristo, non lo sostituisca.
ricordare Michela Murgia
Ora non possiamo fare a meno di pensare alla visione di Michela Murgia: nel suo saggio Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna (2011) l’autrice, che si definiva credente e femminista, propone che la Chiesa cattolica abbia contribuito enormemente a costruire una figura della donna che è al tempo stesso idealizzata e marginalizzata. La Vergine Maria appare, in questa lettura, come modello alto, spesso lontano dalla realtà concreta delle donne. Murgia sostiene che la religione ha creato un’immagine “perfetta” della donna — pura, materna, obbediente — e che questa immagine ha avuto conseguenze culturali profondissime: rischia di normalizzare, esaltandolo, il ruolo secondario delle donne che comunque rimane soffocato di aspettative legate al mito della "madre sacrificata”, “della vergine” o della “custode”.
Che sorpresa: una religione occidentale maschiocentrica
Se combiniamo l’intervento del documento vaticano e la riflessione di Murgia, possiamo porci una domanda: in che modo la ridefinizione dei titoli mariani incide sull’immaginario delle donne? Da un lato il documento riduce l’uso di termini come “Co-Redemptrix”, e ciò può essere letto come una moderazione del linguaggio che chiamava Maria non solo “madre” e “corredentrice” ma quasi co-salvatrice. Dall’altro, Murgia farebbe notare che quel linguaggio forte parlava sì alle donne ma anche delle donne, spesso secondo categorie importate dall’istituzione.
Lei invita a vedere che la figura di Maria può diventare strumento, anche simbolico, di una costruzione culturale del femminile che non è neutra rispetto al potere, al genere, alla rappresentazione sociale.
E qui allarghiamo la prospettiva perché, in buona parte, sembra che le religioni monoteiste, soprattutto quando portate all'estremismo, abbiano una relazione problematica con le donne e con i corpi femminili. E non scriviamo che sembra proprio che le donne siano odiate perché l'odio è qualcosa di personale. Qui è più un tema di gestione, controllo, gabbie sociali. Le religioni monoteiste hanno spesso un fondamento simile le une alle altre: la base è in una figura divina, un unico mediatore e una storia salvifica. In quel contesto, il corpo della donna legato biograficamente, simbolicamente, socialmente alla nascita, alla maternità, al ciclo, alla sessualità è nemico oppure è allievo. Nelle religioni monoteiste il corpo femminile che non è pari, è "altro" rispetto al corpo maschile che è la norma, e quindi va costantemente nascosto, ripulito, regolato, controllato. È un peccato di per sé.
Tirando le somme
La conseguenza, oggi, è una distanza crescente fra il linguaggio delle religioni e la consapevolezza del mondo contemporaneo. Le donne credenti in questa frattura ci vivono (alcune, almeno): riconoscono la potenza spirituale della figura mariana, ma non si riconoscono più in un modello che chiede perfezione silenziosa. Alcune credenti, come Murgia, propongono nuovi linguaggi e non perché vogliano dissolvere la fede, ma perché desiderano un’immagine divina capace di accogliere le contraddizioni del reale.
Infine,.tra i vari commenti alla notizia, emerge quello di una utente che ha scritto "Non lasciano in pace nemmeno Maria". E ci riporta alla realtà: perfino Maria, altissima, scelta, “presenza” nel mistero cristiano, è soggetta al controllo. E se Maria – la donna per eccellenza nella tradizione cristiana – non è lasciata “in pace” nemmeno lei viene da chiedersi quanto spazio resti per le donne di questa terra, con i loro difetti e limiti.
La posizione di chi scrive è comoda: le religioni non devono necessariamente evolversi in tutto. Alcune istituzioni, alcuni sistemi, pefino alcuni individui sono destinati a rimanere immobili o il loro immobilismo è il risultato di scelte e strategie precissisime. E se si dovessero spegnere, svuotare, scomparire, non ci resterebbe niente da dire se non "Amen". Si vede che doveva andare così.