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Non chiamateli mostri (o lupi): i violenti non sono creature selvagge

Lupi, mostri e cani non sono e non saranno mai colpevoli di stupro (né di femminicidio): chiamare in questo modo gli uomini violenti significa ostinarsi a non agire

L'ultima volta è stata quando è emersa la notizia dello stupro di Palermo, poi è toccato a Caivano. Storie brutte, storiacce, che si sommano agli oltre 80 femminicidi del solo 2023. Il linguaggio usato per raccontare l'abuso sessuale di gruppo (ma anche un femminicidio a opera di un singolo) è spesso mistificatorio: parlare di "lupi", "mostri", "cani", "branco" è alterare la realtà dei fatti, quindi risponde all'esigenza di prendere le distanze da chi commette questi reati. Che però vengono commessi da uomini, il più delle volte amici, partner, familiari delle vittime. Allora lupo, mostro, cane e branco, sono parole sbagliate per definire i contorni di una violenza commessa da persone.

Lo stupro di gruppo avvenuto a Palermo lo scorso 7 luglio è stato commesso da sette persone, non da animali da compagnia, né da creature immaginarie. Né mostri, né lupi, né cani. Ed è importante tenere a mente che dal linguaggio passano le idee e che dalle idee passa la cultura. 

Anche perché mostri e cani non stuprano

Raccontare gli autori di stupro come bestie o come mostri significa alimentare il (già esistente) mito del mostro. E il mito del mostro o del cane o del lupo che ha una "incontrollabile" voglia di lussuria non è una versione dei fatti realistica. Lo stupro viene immaginato come un desiderio carnale animalesco, come un raptus, quando invece è un atto legato al potere, al possesso, alla cultura dell'abuso del forte sul debole e a quella dell'esaltazione della mascolinità. Questo tipo di linguaggio, quindi questo tipo di pensiero, rafforzano l'idea dello stupro come "naturale" conseguenza di una libido maschile raccontata come altettanto “naturale” e ferina, che quindi viene "naturalizzata" e "normalizzata". Quindi avalla anche l'idea che le donne hanno l'onere di imparare a gestire, a schivare, questa "naturale" espressione di desiderio sessuale. Ma di tutte le specie animali esistenti solo quella umana stupra o uccide per motivi slegati dalla sussistenza o dalla perpetrazione della specie. La caccia, nel mondo animale, è vincolata al bisogno di nutrirsi. E l'accoppiamento senza consenso - commesso in pochissime specie, come il Gemano Reale o il rospo, il delfino e il coniglio - avviene in casi eccezionali e in espressione dell'istinto riproduttivo, non per esercizio di potere né per desiderio sessuale.

"sono fatti così", la colpa quindi è delle vittime

La giustificazione dello stupro parte sempre dal fatto che nella nostra cultura abbiamo imparato a dire che "gli uomini sono fatti così", quando non sanno cucinare un piatto di pasta, quando non sanno trovare la camicia nell'armadio, quando menano, quando sono gelosi e arrivano perfino a ucciderci, quando abusano di amiche, sorelle, figlie, partner o estranee. Di conseguenza, sono le donne a dover capire come proteggersi dalla "naturale" predisposizione degli uomini all'abuso. Allora per mettere una distanza tra l'uomo che non sa cucinare "perché sono fatti così" e lo stupratore ci spingiamo in un ennesimo atto giustificativo: il secondo lo chiamiamo "mostro"

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Lo stupratore “mostro” o "lupo", viene quindi raccontato come una creatura delle favole a cui manca la volontà o la capacità di controllarsi e di gestire il proprio desiderio sessuale a causa della sua natura “selvaggia”, viene deresponsabilizzato. È uguale a dire che il mostro, poverino, non ha modo di capire cosa fa al contrario delle donne, che sapendo con chi condividono le strade e le case possono evitare. Se vogliono. Il che, per transitività, significa dire che le vittime di stupro hanno ignorato le regole del gioco e volontariamente si sono prestate alla "naturale" inclinazione degli uomini a stuprare.

Il linguaggio è importante

Cosa si può fare per parlare degli stupratori evitando di alimentare le idee racchiuse nei termini “mostro” e "lupo" e "branco"? In primo luogo, ricordarsi che lo stupro non è una questione relativa alla sessualità. La voglia di fare sesso con lo stupro non c'entra niente. E l’uomo che commette il reato di abuso sessuale non è un mostro. È un essere umano cresciuto in una cultura che gli ha insegnato che può stuprare anzi che deve, per esercitare potere, per dimostrare di essere maschio. Non lupo. Quindi umanizzare il violento è il primo passo per creare invece una società consapevole del fatto che lo stupro e il femminicidio sono frutti di una cultura, non di una natura. E che sulla cultura si deve agire, quella degli uomini.