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Va in stazione per suicidarsi durante la finta laurea: salvata studentessa di Napoli

Studentessa di Napoli finge la laurea e tenta il suicidio, ma si ferma 

Racconta ai genitori che doveva laurearsi, ma aveva abbandonato gli studi anni prima: la giovane trentenne chiede aiuto alla polizia prima di compiere il gesto estremo. 

Una studentessa di Giurisprudenza ha salvato sé stessa, chiedendo aiuto alla polizia dopo essersi recata alla stazione di Napoli per compiere il suicidio: dopo l’abbandono agli studi la giovane, di soli trent’anni, non aveva avuto il coraggio di raccontare la verità alla famiglia ed era arrivata a fingere la laurea. Questa volta, forse, la storia finisce bene. 

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Il coraggio di chiedere aiuto

Racconta ai genitori di dover discutere la tesi, invece quel giorno spegne il telefono e, in stato confusionale, si dirige verso Piazza Garibaldi per togliersi la vita. Durante il lockdown del 2020 la ragazza aveva iniziato a soffrire di un forte disagio psicologico che l’aveva portata ad abbandonare gli studi. Complice la sua condizione di fuorisede, la vergogna ed i sensi di colpa l’hanno dissuasa dal raccontare la verità alla famiglia, alla quale invece comunica il superamento degli esami e, alla fine, la data di laurea. Ma quando giunge alla stazione fortunatamente l’ex-studentessa scorge gli agenti della Polfer e chiede aiuto, in lacrime. Non appena i suoi arrivano sul posto la avvolgono in uno stretto abbraccio. 

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Suicidi per studio: i dati allarmanti

Secondo i dati Istat, ogni anno in Italia vengono compiuti 500 casi di suicidi tra persone under 34 e si assise ad un numero tra 1000 e 15000 casi di tentativi sventati per tempo: un dato che rivela un disagio spaventoso tra le nuove generazioni. La maggior parte dei soggetti coinvolti in questi atti sono studenti ed in particolare studenti universitari.  

Il racconto della ‘finta laurea’ è una messinscena spesso udita oggigiorno; le ricerche provano come nelle università italiane i livelli di depressione ed ansia raggiungano le stelle, superando la media europea ma anche le cifre del resto della popolazione giovanile. Spesso alle fondamenta di questi gesti estremi sta una narrazione tanto diffusa quanto dannosa, quella che equipara il successo al sacrificio di sé stessi (ad esempio la necessità di perseguire una performance accademica ottenuta a discapito del proprio benessere mentale, sociale, fisico). La società finisce spesso per attribuire il valore personale senza basarsi sull'individuo nel suo insieme ma piuttosto sul raggiungimento da parte di costui o costei di obiettivi specifici: il risultato è la costruzione di un insormontabile muro di aspettative attorno ai suoi membri che scaturiscono in un perenne senso di inadeguatezza e certezza di deludere chi ci sta attorno. 

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Sbagliando si impara: come prevenire le tragedie

Occorre re-imparare, come collettività, che l’errore ed il fallimento sono parte della vita umana, e si deve considerarli, pertanto, un’esperienza pregna di valore e di apprendimento; tanto quanto – o anche più di – qualsiasi successo. Perdere un’intera generazione per la pressione dei crediti universitari e per le insormontabili aspettative è un prospetto intollerabile, soprattutto quando al giorno d'oggi finire tutti gli studi nei tempi prestabiliti e avere voti alti non sempre sono le chiavi per il successo lavorativo né per la felicità e la realizzazione individuale. Fortunatamente, episodi come questo dimostrano come sia possibile emergere dal tunnel dell'emarginazione scolastica e chiedere aiuto e la famiglia della giovane si è provata non delusa ma sollevata di non aver perso la propria figlia.