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Mostro di Firenze, il DNA svela una nuova verità: il bimbo sopravvissuto non era figlio di Mele

Mostro di Firenze, il DNA riscrive la storia: Natalino Mele non era figlio di Stefano 

Clamorosa svolta sul Mostro di Firenze: il DNA rivela il segreto del bimbo sopravvissuto. Dopo 57 anni, ecco la verità nascosta che riemerge dal passato...

Una scoperta destinata a riaprire uno dei cold case più intricati d’Italia: il DNA rivela che Natalino Mele, il bambino sopravvissuto al primo duplice omicidio del Mostro di Firenze, non era figlio di Stefano Mele ma di Giovanni Vinci, legato alla "pista sarda". Un dettaglio che cambia tutto, 57 anni dopo quella notte del 1968.

"Il Mostro"- La serie tv sul serial killer di Firenze firmata Stefano Sollima arriva il 22 ottobre su Netflix

Il DNA riscrive il primo delitto del Mostro di Firenze: Natalino Mele non era figlio di Stefano

Una rivelazione destinata a scuotere decenni di indagini: Natalino Mele, oggi 63 anni, unico sopravvissuto al primo omicidio del Mostro di Firenze, non era figlio di Stefano Mele – il manovale condannato nel 1973 – ma di Giovanni Vinci, fratello di Francesco e Salvatore, nomi centrali nella cosiddetta “pista sarda”.

Lo ha stabilito un accertamento genetico eseguito nei mesi scorsi su disposizione della Procura di Firenze, che ha riaperto il fascicolo con le pm Ornella Galeotti e Beatrice Giunti. Il genetista Ugo Ricci, specialista in cold case, ha analizzato il DNA prelevato da Natalino e confrontato con quello estratto dalla riesumazione di Francesco Vinci. Il match ha riscritto l’albero genealogico di una vicenda che da oltre mezzo secolo ossessiona investigatori e opinione pubblica.

Il delitto di Signa (Barbara Locci e Antonio Lo Bianco) e la domanda che tormenta da 57 anni

Chi era il piccolo Natalino Mele, il bimbo sopravvissuto al Mostro?

Era il 21 agosto 1968. Barbara Locci – madre di Natalino – e il suo amante Antonio Lo Bianco vennero uccisi in auto nei pressi del cimitero di Signa. Il piccolo, allora sei anni, fu risparmiato: fu trovato a piedi nudi, ma con i calzini puliti, in un casolare a oltre due chilometri. Disse una frase che sembrava imparata: "Aprimi la porta, ho sonno e il mio babbo è ammalato a letto. La mia mamma e lo zio sono morti in macchina".

Chi lo portò lì? Perché fu risparmiato? Domande mai risolte, che oggi si intrecciano con la scoperta del vero padre biologico. Giovanni Vinci – a differenza dei fratelli Francesco e Salvatore – non fu mai indagato a fondo. Ora la Procura intende verificare se la sua esclusione fu una dimenticanza o una lacuna investigativa.

Una pista che torna: cosa cambia con la scoperta della paternità di Giovanni Vinci e perché fu escluso dalle indagini

Il nuovo elemento rafforza la pista sarda, finita sotto i riflettori negli anni '80 ma poi accantonata. Giovanni Vinci, nato in Sardegna e trasferitosi a Lastra a Signa nel 1952, ebbe una relazione con Barbara Locci prima della nascita di Natalino, ma si era sempre detto estraneo.

Ora, a distanza di decenni, si riapre la riflessione sull’intero quadro investigativo: chi ha davvero ucciso nel 1968? Stefano Mele, condannato all’epoca per gelosia, era davvero solo un capro espiatorio? E chi ha portato avanti la lunga scia di sangue fino al 1985 con la stessa pistola calibro .22?

Mostro di Firenze, il DNA svela una nuova verità: il bimbo sopravvissuto non era figlio di Mele 

Che cos'è la pista sarda

La "pista sarda" è uno dei principali filoni investigativi seguiti nelle indagini sul Mostro di Firenze, il serial killer che tra il 1968 e il 1985 ha ucciso otto coppie nella campagna toscana. 

Il nome deriva dal fatto che alcuni dei principali sospettati — coinvolti direttamente o indirettamente nel primo duplice delitto del 1968 (Barbara Locci e Antonio Lo Bianco) — erano originari della Sardegna. In particolare:

Barbara Locci, la donna uccisa nel primo delitto, era sposata con Stefano Mele, un manovale sardo. Ma frequentava anche altri uomini, quasi tutti sardi, tra cui Francesco Vinci, Giovanni Vinci e Salvatore Vinci. Inizialmente fu condannato Mele, ma quando il killer tornò a colpire nel 1974 e Mele era in carcere, gli inquirenti cominciarono a sospettare che non fosse un assassino isolato, ma parte di un contesto più ampio.

Gli investigatori ipotizzarono che un gruppo di uomini sardi legati sentimentalmente alla Locci (o in rivalità tra loro) potesse essere coinvolto nell’omicidio del 1968, e forse anche nei successivi. Si parlò persino di una sorta di "setta familiare" o cerchia chiusa di connazionali, che avrebbe potuto tramandarsi l’arma del delitto o avere una dinamica interna oscura.

Negli anni ‘80 la pista fu lentamente abbandonata in favore di altri sospettati, tra cui Pietro Pacciani e i cosiddetti “compagni di merende” (Lotti e Vanni), ma mai completamente archiviata. Con la nuova scoperta sul DNA di Natalino Mele, la pista sarda potrebbe tornare al centro delle indagini.

Un caso ancora aperto, tra silenzi, errori e una pistola mai trovata

Tutti i protagonisti della pista originale sono morti. Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti: condannati, assolti, morti prima di un verdetto definitivo. Eppure il Mostro resta senza un volto certo. La pistola, mai recuperata, è forse l’unico vero oggetto che possa unire tutte le vittime.

Ora, con questa scoperta, la Procura potrebbe rileggere quel primo delitto non come l’eccezione, ma come l’inizio di un disegno più ampio. Una mano che ha ucciso nel 1968, ma che forse ha continuato a colpire per anni. Natalino Mele, informato dalla procura, ha dichiarato: “Non ho mai conosciuto quell’uomo”.