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Il licenziamento per allusioni sessuali sul lavoro è legittimo: lo ha stabilito la Cassazione

La sentenza è arrivata a seguito del ricorso di un dipendente, licenziato per aver fatto allusioni sessuali a una collega sul luogo di lavoro. La Cassazione ha deciso che rientra nella sfera delle molestie.

La Corte di Cassazione ha stabilito che è legittimo per un'azienda licenziare un dipendente se questi si è spinto a fare allusioni sessuali sul luogo di lavoro. La sentenza, che ha fatto parlare questa volta in positivo, segna un nuovo precedente, facendo rientrare i discorsi a sfondo sessuale nella sfera delle molestie, punite dal codice penale.

Il caso trattato vedeva protagonista il ricorso di un dipendente originario della Toscana, licenziato proprio dopo essere stato accusato da una collega di molestie per aver fatto allusioni sessuali mentre parlavano sul luogo di lavoro.

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Allusioni sessuali sul lavoro: cosa è successo

Il nome del dipendente in questione è stato tenuto riservato ma la vicenda è ben nota. L'uomo è stato denunciato sia dalla collega che dalla stessa azienda per allusioni sessuali, sia verbali che fisiche. Si tratta di una giovane collega, neoassunta e con contratto a termine. Dopo la denuncia della giovane, l'azienda ha preso immediatamente un provvedimento disciplinare.

Nella motivazione si legge che l'atteggiamento dell'uomo è stato "indesiderato e oggettivamente idoneo a ledere a violare la dignità della collega di lavoro".

La posizione dell'azienda è stata avvalorata dal giudice, che ha sottolineato come il clima goliardico testimoniato tra i colleghi all'interno dell'azienda e la mancanza di una volontà offensiva da parte dell'uomo non costituiscono una giustificazione al suo comportamento.

Allusioni sessuali sul lavoro: cosa stabilisce la sentenza della Cassazione

Il dipendente aveva subito fatto ricorso e il suo avvocato ha basato la difesa sull'inattendibilità della denuncia della donna, citando un'altra sua denuncia per violenza sessuale e stalking archiviata dal gip. Il giudice tuttavia non ne ha tenuto conto, sostenendo che tali denunce fossero al di fuori della sfera giuridica in questione e che la denuncia per violenza era stata archiviata solo per essere fuori tempo limite perché la querela fosse valida.

La sentenza ha quindi stabilito che le allusioni, fisiche o verbali, sul luogo di lavoro costituiscono una motivazione valida per il licenziamento rientrando nella sfera delle molestie, già contemplate dal codice penale. Nel testo della Cassione si legge:

"[La Corte d'Appello correttamente] ha considerato le molestie come quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l'effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo"

Le allusioni sessuali, quindi, come le molestie, ledono la dignità della vittima e turbano il clima sereno che dovrebbe caratterizzare l'ambiente di lavoro. Le molestie a sfondo sessuale sul luogo di lavoro sono disciplinate dalla Direttiva 2002/73/CE che le definisce come "discriminazioni fondate sul sesso" e stabilisce che può essere licenziato chiunque leda dignità, reputazione e sicurezza dei colleghi.