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"Diventare grandi significa anche perdonare le dinamiche che in famiglia ti hanno fatto soffrire": Greta Scarano, 'La vita da grandi'

"La vita da grandi", Greta Scarano: l'intervista sul crescere in una famiglia di genitori separati e la sua carriera di attrice e regista 

"Diventare grandi significa anche imparare a perdonare certi difetti, certe dinamiche che magari ci hanno fatto soffrire. Alla fine, grazie a quelle, siamo le persone che siamo." Greta Scarano presenta la sua opera prima come regista, La vita da grandi. Un film che parla (anche) di autismo, di fratelli e di scendere a compromessi con le proprie "famiglie disfunzionali". 

Ci sono storie che ti si infilano sotto pelle senza preavviso, magari mentre scorri Instagram in una pausa. Così è successo a Greta Scarano quando si è imbattuta nella storia dei Terconauti – alias Damiano e Margherita Tercon – durante la loro esilarante e tenerissima esibizione a Italia’s Got Talent. Lei ride. Poi si commuove. Poi scrive loro un messaggio: “Se nessuno ha ancora opzionato i diritti, vorrei raccontarla io.”

Quattro anni dopo, quel messaggio è diventato un film. Ed è anche il suo esordio alla regia.

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La vita da grandi, una favola moderna, realista, che va dritta al cuore

La vita da grandi, in sala dal 3 aprile, arriva proprio in coincidenza con la Giornata internazionale della consapevolezza sull’autismo. Ma non è un film “sull’autismo”. È un racconto delicato e potente su quello che ci rende umani: la crescita, i legami, le crepe che diventano forza. Protagonisti, Matilda De Angelis e Yuri Tuci, nei panni di Irene e Omar: due fratelli che imparano a diventare grandi insieme, uno cercando l’autonomia, l’altra (ri)scoprendo il senso della cura. Greta Scarano ci restituisce una favola realista, tenera, emozionante.

Greta Scarano: artista eclettica, attrice pluripremiata, Ilary Blasi e ora anche regista esordiente

Attrice amatissima, premiata ed eclettica, Greta Scarano è una di quelle interpreti che sa fare suo ogni ruolo. Dopo gli esordi in Un posto al sole e Romanzo Criminale – La serie, ha conquistato pubblico e critica in film come Suburra, Senza nessuna pietà e La verità sta in cielo. Ha vinto un Nastro d’Argento, un Ciak d’Oro, un premio Flaiano, ed è stata Ilary Blasi nella serie su Francesco Totti, la voce scomoda in Circeo, la giovane malata di cancro in In Treatment, la poliziotta in Squadra Antimafia.

Ma Greta non si ferma mai: ha da poco firmato il suo esordio alla regia con La vita da grandi, un film tenero e spiazzante sull'essere fratelli e diventare grandi insieme, ispirato alla storia vera dei Terconauti. Una prova dietro la macchina da presa che rivela tutta la sua sensibilità.

Quando la intervistiamo, dà lunghe risposte pensate e profonde, riuscendo sempre a toccare tutti i tasti giusti, come ha saputo fare nella sua opera.

Hai detto che per te il valore della bellezza corrisponde a verità e autenticità. Quanta ce n’è in Vita da Grandi?

Moltissima. È un film molto sincero. Noi che l’abbiamo scritto, ci abbiamo messo tanto di nostro. Io l’ho girato chiedendomi sempre se quello che vedevo fosse credibile, prima di tutto per me. Siamo partiti da una storia vera, da cui ci siamo parzialmente distaccati – alcune realtà sono state un po’ modificate – ma siamo rimasti fedeli al nucleo centrale della vicenda. L’autenticità è il motivo per cui le persone che vedono il film si ritrovano molto in esso. Non ho mai avuto la sensazione che qualcuno mi dicesse che il film non fosse sincero. Anzi, è proprio la prima cosa che mi dicono, e ne sono molto orgogliosa.

I fratelli Tercon (Margherita e Damiano, nda), quanto sono intervenuti?

Loro sono stati sempre presenti in tutte le fasi dello sviluppo del film, proprio perché io volevo assicurarmi che si sentissero rappresentati.

Greta Scarano: artista eclettica, attrice pluripremiata, Ilary Blasi e ora anche regista esordiente della favola autentica "La vita da grandi" 

Quando ti sei imbattuta nella loro storia, ti ci sei ritrovata perché ci hai trovato qualcosa della tua vita.

"L’elemento della famiglia che ti complica la vita ma finisce per renderti quella che sei".

Io ho una sensibilità verso i temi familiari; mi sono interrogata e mi interrogo continuamente su quanto la famiglia e il contesto in cui sei cresciuto ti condizionano. Penso che, a un certo punto, diventare grandi significhi acquisire consapevolezza del contesto in cui sei cresciuto e, in qualche modo, imparare a perdonare certi difetti, certe dinamiche che magari ci hanno fatto soffrire. Alla fine, grazie a quelle, siamo le persone che siamo. Quindi, diventare grandi è anche questo: riuscire a superare certi traumi, piccoli o grandi, difficoltà e la convivenza che tutti conosciamo, e avere l’autenticità e la consapevolezza di dire "queste cose mi hanno fatto male in passato, ma se sono così è grazie anche a queste cose". È quello che Damiano e Margherita mi hanno trasmesso con le loro parole, i loro racconti. Margherita è la sorella di una persona con disabilità, nel gergo medico le persone così si chiamano "siblings" e crescono con la consapevolezza di non dover disturbare, perché i genitori sono occupati a prendersi cura dell’altro figlio. Questa invisibilità li fa diventare quasi "i bambini di vetro", che diventano un po' invisibili.

Nella tua “famiglia normalmente disfunzionale”, chi eri, da bambina? Quella invisibile?

Io sono cresciuta in una famiglia di genitori separati. Ho due sorelle, una più grande e una molto più piccola. Con quella più grande, siamo cresciute insieme, con pochi mesi di differenza. Abbiamo cercato di essere bambine bravissime perché i nostri genitori erano occupati a risolvere i loro problemi. Non è paragonabile alla convivenza con una persona con disabilità, ma in qualche modo sono riuscita ad empatizzare con chi vive questa condizione. Per questo ho sentito l’urgenza di raccontare questa storia, perché mi ci sono ritrovata tanto.

Una storia di autismo, ma non sull’autismo.

Ho capito che superava la condizione specifica. Diventava una dinamica familiare che apparteneva anche a me. E nella sua specificità, diventava universale. Questo mi ha entusiasmato come autrice, sentivo che sarebbe stato qualcosa di trasversale, dove le persone si sarebbero potute rivedere.

Chi sono Margherita e Damiano Tercon, i fratelli Terconauti che hanno ispirato "La vita da grandi" 

Prima attrice, poi regista.

Per anni ho pensato che fossero due mestieri simili, due facce della stessa medaglia. In realtà, sono quasi opposti. Da un lato, usi il viso, dall'altro usi tutto il resto tranne che il viso. Ma il viso è uno degli strumenti più importanti dell'attore, insieme alla voce. Quando ti sottrai da te stessa, devi usare tante altre risorse. Scrivere un film richiede tantissima pazienza e per me la scrittura è stata faticosa.

Più faticoso, da attrice, ricevere un personaggio da far tuo o costruirne e guidarne uno da regista, per raccontare qualcosa che ti sta a cuore?

Questo è stato uno dei pochi punti di contatto fra me e l’attrice e il mio mestiere di regista. Quando interpreto un ruolo, cerco sempre una grande coerenza con me stessa. Non potrei interpretare un personaggio che non comprendo. Ci metto sempre molto delle mie emozioni, quindi il personaggio deve essere qualcosa che mi appartiene. Irene, per me, lo è tantissimo. Ma non avevo nessuno a cui rendere conto. Avevo il controllo completo, completa libertà.

Matilda De Angelis è Irene ne "La vita da grandi" di Greta Scarano 

A “ricevere” Irene c’è stata Matilda De Angelis.

C’è molto di Matilda nel personaggio. Quando hai una sceneggiatura solida, puoi spaziare, essere creativa. Ci sono battute che Matilda stessa mi ha suggerito, e le abbiamo messe nel film. Era importante che i personaggi fossero credibili per me e che potessero esserlo anche per il pubblico. La libertà era grandissima, ma c’era anche una grande struttura che evitava che il film deragliasse.

Salto nel tempo: il tuo provino da regista alla Silvio D’Amico, dove pensarono volessi fare recitazione perché eri l’unica donna a tentare regia.

Mi condizionò, non passai la prima selezione. Eppure, sono molto grata al percorso che ho fatto, perché sono arrivata sul set da regista con una grande squadra, a partire dai produttori. Sono riuscita a lavorare con persone di cui mi fidavo, che hanno capito la mia visione e mi hanno aiutato a realizzarla. Questo è un percorso che, a 20 anni, probabilmente non avrei avuto la consapevolezza di fare. La recitazione per me è come respirare; avevo 4 o 5 anni quando ho messo i piedi sul palcoscenico per la prima volta e quindi diciamo che non è mai stata una cosa che ho vissuto come un ripiego. Oggi, le cose stanno cambiando. Spero che la mia esperienza possa ispirare altre giovani donne a perseguire la regia, anche se il cammino è ancora lungo.

È cambiata la “scena”, oggi, per le registe donne?

Oggi credo che le cose siano un po' cambiate, nel senso che, da una parte, ci siamo noi attrici che abbiamo iniziato a fare le nostre opere prime, e spero che questo possa essere un po' di ispirazione non tanto per le attrici, ma per le giovani autrici che ci guardano. È vero che noi abbiamo una strada più spianata, perché abbiamo fatto le attrici per tanti anni. Per esempio, io, la Cortellesi, manco a dirlo, e Micaela Ramazzotti. Però, dall'altra parte, mi auguro che in generale le ragazze possano essere ispirate da questo movimento. Poi ci sono anche registe nate come registe, Maura Del Vero di Vermiglio, che ha fatto un film eccezionale, o la stessa Comencini, che ha fatto Il tempo che ci vuole. Insomma, le cose stanno cambiando, anche se molto lentamente, e la strada è ancora lunga.

Il tuo mito personale?

Per me i veri miti sono quelle persone che fanno lavori difficili e riescono comunque a restare positive nonostante le difficoltà. Persone come i medici che lavorano in condizioni estreme. Quelle sono le persone che ammiro veramente.

E nel cinema?

Ci sono influenze. Ci sono registi che mi hanno ispirato tanto, come Tarantino, Kubrick, e Jane Campion, ma anche registe meno famose ma altrettanto eccezionali, come Tamara Jenkins. Un film che mi ha ispirato molto per il nostro è The Savages, con due fratelli che devono occuparsi di un padre che soffre di demenza.

La vita da grandi, una favola moderna, realista, che va dritta al cuore 

C’è stato un momento in cui hai pensato "non ce la faccio"?

Quando ho visto il film proiettato con il pubblico. È stata un’emozione talmente forte che mi sono detta "non ce la faccio" nel senso che era un contesto bellissimo, con un pubblico che amava il film, ed ero circondata dalle persone che hanno contribuito a realizzarlo. È stato incredibile, ma anche terrorizzante, perché temevo che tutto il lavoro che avevamo fatto non avrebbe avuto successo. La parte più difficile per me da regista è stata quella di vedere il film camminare sulle proprie gambe. È stato difficile pensare se sarebbe piaciuto al pubblico. Ma poi, quando ho visto le reazioni, ho sentito una grande soddisfazione.

Sei riuscita nell’intento, toccare il cuore alle persone.

Il film sta emozionando veramente tutti. Sono contenta di leggere le cose che mi scrivono le persone, autistiche e persone che non hanno a che fare con l'autismo. Mi è capitato diverse volte che, alla fine del film, quando andavo a salutare il pubblico, qualcuno venisse da me con le lacrime agli occhi, senza riuscire a parlare. Questo devo dire che è molto appagante, più di qualsiasi altra cosa. Anche avere il calore delle persone che ho incontrato negli anni, nella vita, è stato davvero incredibile.