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"20 secondi sono troppi per reagire ad una violenza": la seconda sentenza shock che scagiona un molestatore

Anche la Corte d'Appello di Milano, dopo la sentenza del tribunale di Busto Arsizio, assolve l'ex-sindacalista accusato di molestie nei confronti di una hostess. Il motivo? 20 secondi sono un tempo troppo lungo per reagire alle violenze subite.

E dopo l'assoluzione del 2022 del Tribunale di Busto Arsizio arriva anche la sentenza della Corte d'Appello di Milano che scagiona il sindacalista dell'aeroporto di Malpensa accusato di violenza sessuale nei confronti di una hostess. Si tratta di un fatto avvenuto nel 2018, quando la donna, avendo chiesto aiuto all'uomo per una causa di lavoro, si recava assiduamente nel suo ufficio situato in una palazzina dell'aeroporto dedicata ai sindacati. In una di questi incontri lavorativi, Raffaele Meola, il sindacalista per l’appunto, ha messo le mani addosso alla donna, molestandola. Secondo i magistrati, seppur è impossibile negare la credibilità del racconto della vittima, il sindacalista andava assolto per "insussistenza del fatto", motivazione connessa alla reazione di Barbara (la hostess) che non si sarebbe ribellata ai palpeggiamenti per tempo, aspettando almeno venti secondi prima di opporsi e reagire.

Cos'è il victim blaming?

Chi è Barbara D'Astolto, la hostess che ha denunciato la molestia

Barbara D'Astolto, assistente di volo con due figlie, si domanda se ancora esista il diritto di avere paura prima di reagire ad una molestia.
Domanda lecita dopo la duplice assoluzione del suo molestatore, Raffaele Meola, sindacalista, che ha approfittato delle continue visite della hostess, che avrebbe aiutato per una causa legata al lavoro, per abusare di lei.
I giudici di Busto Arsizio avevano ritenuto credibile il racconto della donna in tribunale ma, nonostante questo, avevano assolto l'imputato perché gli elementi di condanna sono insussistenti. Secondo quanto riportato, l'imputato non avrebbe avuto la totale percezione del dissenso della vittima perché si trovava alle sue spalle, ma tra i motivi più concreti dell'assoluzione rientra il tempo di reazione della donna che, secondo i magistrati è stato eccessivo. Si tratta di 20 secondi di reazione, sommati ai mesi che la donna avrebbe impiegato per denunciare l'accaduto, come se una persona dovesse sempre avere la prontezza di reagire alle violenze e dovesse sentirsi totalmente al sicuro quando sporge denuncia, tanto da farlo immediatamente.

La paura di denunciare

Durante l'esposizione degli atti in tribunale, era emerso che la reazione alle molestie non fosse stata del tutto tempestiva ma fosse invece avvenuta dopo solo venti secondi. La donna ha raccontato come sia rimasta impietrita dalla paura prima di rendersi conto di ciò che stava succedendo: "Pensavo: ‘E mo' che faccio? Lui è grande e grosso, gli tiro un ceffone? E se lui me lo ridà più forte?", domande legittime, soprattutto per una donna potrebbe non essere in grado di difendersi da sola in una situazione simile.
Per quel che riguardava la contestazione mossa dai giudici sul ritardo della donna a sporgere denuncia, Barbara si era difesa così: "In quel momento avevo solo la mia parola contro la sua. Mi consumavo tra la rabbia per l’accaduto e il timore di mettermi nei guai", e raccontando che la scelta di rivolgersi alle autorità era dipesa dal racconto di altre donne che sarebbero state vittime delle stesse molestie da parte dello stesso sindacalista.
"Voglio sapere da altri giudici se davvero avevo soltanto venti secondi per decidere come reagire a quelle mani addosso", si interroga giustamente Barbara.

L'inammissibilità del tempo di reazione

"È avvenuto negli uffici di un sindacato. Nessuno che abbia detto qualcosa, che abbia espresso vicinanza. Zero", racconta Barbara D'Astolto, "Una grande delusione, perché io ho sempre creduto nei sindacati. Qualcuno poteva dire almeno un “mi dispiace”".
La domanda che sorge spontanea alla hostess ma anche a tutti noi è: istituiscono sportelli per le donne, le invitano a denunciare sempre e in ogni caso, ma come si fa a crederci se poi sono queste le risposte della giustizia italiana? Domanda lecita, considerando che Barbara è dovuta tornare a casa e spiegare alle sue figlie che venti secondi sono troppi per reagire a degli abusi e che "forse a noi donne tocca ancora sperare che non ci succeda niente".

La prima sentenza shock

È inammissibile che in un tribunale si tenga conto del tempo di reazione di una vittima ai fini dell'assoluzione di un imputato, considerando che in moltissimi casi le donne non reagiscono poiché pietrificate e paralizzate dalla paura delle conseguenze.
Il caso del tribunale di Busto Arsizio aveva sollevato diverse polemiche nell'opinione pubblica: i giudici non avevano minimamente tenuto in conto lo stato emotivo di chi subisce l'abuso, "non conta che una donna, ritrovandosi addosso le mani di un altro uomo, mentre è sola, possa essere per alcuni secondi stordita, confusa, spaventata".

La sentenza della Corte d'Appello scagiona l'ex-sindacalista dall'accusia di molestie

Questo caso farà ancora discutere ora che questa questionabile sentenza è stata confermata dalla Corte d'Appello di Milano?

 L'avvocata Maria Teresa Manente, responsabile del caso e dell'ufficio legale dell'associazione Differenza Donna, ha dichiarato: "Faremo ricorso in Cassazione perché questa sentenza ci riporta indietro di 30 anni e rinnega tutta la giurisprudenza di Cassazione che da oltre dieci anni afferma che un atto sessuale, compiuto in maniera repentina, subdola, improvvisa senza accertarsi del consenso della donna è reato di violenza sessuale e come tale va giudicato".

La necessità di una riforma alla legge contro lo stupro in linea con la Convenzione di Instanbul

Anche Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna, è intervenuta sulla questione: "Questa sentenza è la riprova di quanto la nostra legge 66/96 sia motivo di gravi e continue violenze istituzionali." Questa norma, infatti, favorisce il victim-blaming, la vittimizzazione delle donne che denunciano molestie e violenza. Questo è inaccettabile: urge una riforma del codice penale che definisca in maniera chiara che il reato di stupro è qualsiasi atto sessuale compiuto senza il consenso della donna, il cui dissenso deve essere sempre presunto, così come previsto dalla Convenzione di Istanbul.