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“Non mi basta un solo film”: Caterina Ferioli e la sua nuova sfida nel Rione Sanità dopo 'Il Fabbricante di Lacrime'

Cresciuta con Netflix e ora su Rai 1: Caterina Ferioli, protagonista de Il Fabbricante di Lacrime e volto di Noi del Rione Sanità (in onda dal 23 ottobre), ci racconta la sua voglia di costruire una carriera che duri più di un successo.

Da Nica, la protagonista del film Netflix più visto al mondo, a Caterina, la ragazza del Vomero catapultata nel cuore popolare di Napoli: Caterina Ferioli torna sullo schermo con Noi del Rione Sanità, in onda dal 23 ottobre su Rai 1. Star internazionale dall'età di diciannove anni, oggi si racconta come un'attrice che si sta ancora costruendo e ci parla di crescita, vulnerabilità e dell’importanza di restare veri in un mondo dove tutto dura un istante.

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Caterina Ferioli: dalla favola di Netflix alla realtà di Rai 1

Dalla favola moderna di Il Fabbricante di Lacrime, che l’ha trasformata in una delle attrici italiane più riconoscibili su Netflix, alla realtà viva, ruvida e collettiva di Noi del Rione Sanità: Caterina Ferioli torna sullo schermo con un ruolo di svolta. In onda dal 23 ottobre su Rai 1, la nuova fiction ispirata a una storia vera la vede interpretare una ragazza del Vomero catapultata, da un giorno all’altro, nel cuore popolare di Napoli. Un cambio di mondo — e di linguaggio — che l’attrice bolognese affronta con la freschezza di chi sta imparando a conoscersi attraverso i personaggi che interpreta. Dopo aver abitato i toni fiabeschi e romantici del film tratto dal bestseller di Erin Doom, Caterina sceglie un racconto più concreto, più vicino alla vita vera: la periferia, l’amicizia, la scoperta di sé e la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo.

Le abbiamo chiesto come sta vivendo questo attraversamento di mondi.

Caterina Ferioli: l'intervista

Partiamo dal tuo ultimo progetto, Noi del Rione Sanità. Raccontaci il tuo personaggio, Caterina, e cosa ti ha colpito di più di lei?

Caterina – che oltretutto si chiama come me – è una ragazza che viene da un quartiere molto benestante di Napoli. Ha vissuto la maggior parte della sua vita al Nord, quindi già il passaggio Nord-Napoli per lei è stato una follia. Poi si ritrova improvvisamente nella Sanità, e chiaramente non era più abituata a quel mondo. Abbiamo cercato di far emergere questa differenza, anche attraverso un po’ di antipatia: Caterina nasce come una ragazza chiusa, senza stimolo verso l’altro, senza voglia di accogliere nessuno. La cosa più bella, però, è il percorso che fa: riesce a trovare la sua strada, le sue idee, non più manovrate dai genitori o dal contesto. E grazie alle amicizie nate alla Sanità, alla fine non vorrà più andare via.

Mi meritavo di calarmi nei panni di un personaggio respingente, è stato divertente.

Caterina attraversa un percorso di crescita importante, divisa tra due mondi e con una storia d’amore che la aiuta a superare le proprie barriere. Qual è stata la sfida più grande nel portarla sullo schermo?

Penso sicuramente la parte in cui Caterina si avvicina alle sue passioni, come il teatro e la scrittura. Tutta la sua crescita non è stata difficile, ma delicata da affrontare. Mi ricordo bene quel periodo dei diciassette-diciott’anni: non sei più bambina, ma non sei ancora adulta, sei un po’ allo sbaraglio e cerchi di capire cosa vuoi fare o non fare.

Il cast di "Noi del Rione Sanità", fiction Rai 

La serie è tratta da una storia vera. Avete avuto modo di conoscere le persone che l’hanno ispirata?

Durante le letture abbiamo incontrato Don Antonio Loffredo, che ci ha raccontato tutto e ci ha portati nei luoghi reali. I nostri camerini erano proprio nel teatro! Molti dei personaggi della serie sono esattamente le persone vere. Parlando con uno dei ragazzi che fanno parte della storia originale, mi ha detto che Caterina è un mix di due ragazze reali, unite in un unico personaggio. Non so chi siano, ma mi piace così.

È una serie molto corale e con un cast giovanissimo. C’è un ricordo del set a cui sei particolarmente legata?

Ho avuto la fortuna di lavorare con compagni di set meravigliosi. Gian Piero De Concilio (che interpreta Mimmo, il suo love interest, ndr), è un attore e una persona splendida. È stato molto più facile incastrare i due personaggi e trovare punti in comune, perché leggendo la sceneggiatura ti chiedi: “Ma cosa c’entra una del Vomero con un macellaio?”. E invece ce l’abbiamo fatta.

È stata la mia prima serie corale, quindi non avevo idea di quanto fosse impegnativo. Più persone ci sono, più la scena è lunga, più richiede tempo. Però è stato stupendo, perché ogni giorno ero circondata da tanta gente, e secondo me è proprio quello a rendere vivo il lavoro. Penso che si veda anche il nostro rapporto sullo schermo.
Il mio ricordo più bello sono le pause pranzo: non ho un ricordo di questo set come di un “lavoro”, ma come di un gruppo di amici. Eravamo sempre insieme. La prima volta che abbiamo mangiato nei camerini del teatro, tutti seduti sulle scale, in calzini, è stato bellissimo. E poi l’abbiamo fatto tutti i giorni.

Hai già lavorato con Carmine Recano in Belcanto. Com’è stato ritrovarlo sul set nei panni di Don Giuseppe?

È stato più facile. Quando lavori con attori che hanno tanta esperienza, è naturale chiedere un consiglio o una mano. Io credo che sia sempre utile prenderli come punti di riferimento: è come avere un professore sul set. C'è da dire che in Belcanto i nostri personaggi avevano un rapporto di odio puro.

In Belcanto interpretavi Antonia, un talento schiacciato dalle aspettative materne. Ti sei riconosciuta nelle sue insicurezze o nel desiderio di essere all’altezza, o era un personaggio molto lontano da te?

Belcanto è stato quasi magico per me, catartico. Non ho vissuto una vita simile ad Antonia, soprattutto nel rapporto con la madre, ma mi ha lasciato tanto. Durante le riprese avevo spesso la voglia di dirle: “Ti voglio bene, va bene così”. Perché era tristissimo vederla cercare costantemente di dire “Mamma, guardami, sono come mi vuoi” e non riuscirci mai.

Il legame con la sorella Carolina è un asse fondamentale della storia. Com’è stato costruire questa relazione, così intima e poi competitiva, con Adriana Savarese?

Divertente, sicuramente. Io e Adriana vivevamo insieme e avevamo un rapporto pazzesco. Litigare così, anche se non è piacevole sul momento, è stato interessante. Adriana è molto sincera e vera quando recita, quindi vederla stare male in scena faceva quasi impressione. È stata un’esperienza molto autentica.

Con Il Fabbricante di Lacrime di Netflix sei diventata, a soli vent’anni, protagonista di un film visto in tutto il mondo. C’è stato un momento in cui hai realizzato che stava accadendo qualcosa di enorme?

Mi ricordo che avevo diciott’anni quando mi è arrivato il sì, poi ho iniziato a girare a diciannove. Non c’è stato un momento preciso in cui ho detto “wow”. Forse le prime foto, le prime conferenze… Tutti mi chiedevano: “Com’è questo successo internazionale?”, ma forse non me ne sono mai accorta davvero.

Caterina Ferioli in "Il Fabbricante di Lacrime" di Netflix 

Come è cambiata la tua quotidianità dopo l’uscita del film?

Mi capitava di essere riconosciuta per strada più subito dopo l’uscita del film, ora molto meno. È importante capire che tutto è passeggero. Questa fama che abbiamo noi non è vera fama: io sono solo all’inizio, sto ancora costruendo il mio percorso, quindi non mi sento arrivata. Sapere da subito che tutto passa mi ha aiutata a capire come funziona il mondo oggi: tutto è molto veloce. È per questo che voglio costruire un percorso duraturo, che non si basi solo su un film.
Sarò sempre grata a Il Fabbricante di Lacrime, perché mi ha dato la possibilità di iniziare e mi ha regalato persone che mi sostengono dall’inizio. Anche quando qualcuno mi ferma e mi dice “continua così”, è sempre molto bello.

Tra Nica, Antonia e Caterina, quale personaggio ti è sembrato più complesso da portare sullo schermo e quale invece più vicino a te?

Sono tutti diversi. Il Fabbricante di Lacrime è una favola, quindi Nica è lontana da me. È una storia che non capita nella realtà: essere presa da un orfanotrofio e trovare l’amore della tua vita. Caterina invece è più vicina, perché è una storia vera, vissuta, e rappresenta esperienze che abbiamo avuto tutti. Tutto ciò che succede nel Rione Sanità è reale, tratto da storie vere. Io stessa rivedevo in quelle scene cose che facevo a Bologna. Ma Antonia avrà sempre un posto speciale nel mio cuore: è il personaggio che mi ha fatto crescere di più.

Caterina Ferioli: dalla favola di Netflix "Il Fabbricante di Lacrime" alla realtà di Rai 1 "Noi del Rione Sanità" 

In tutte e tre le storie l’amore è un motore forte. Ti piace raccontare storie d’amore?

Sono una romanticona! Mi piace, anche perché penso che in quasi tutti i film ci sia sempre l’amore, trattato in modi diversi. Con Caterina, nel Rione Sanità, lo vedremo in modo vero: sono cose che a diciassette, diciott’anni succedono davvero. È stato dolcissimo, quindi sì, grande sì all’amore nei film.

Guardando avanti, che tipo di ruoli sogni di interpretare nei prossimi anni?

Adesso vorrei fare un bel film. Una pausa dalle serie! Ho voglia di una storia intensa, vera, impegnata. Sono ferma da un paio di mesi e ho proprio voglia di tornare a fare cinema.