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Il "ritorno" delle Case Chiuse in Italia: tra corsi professionali e divieti, il Governo mette le zampe sul sex work

Il ritorno delle Case Chiuse in Italia: tra corsi professionali e divieti, il Governo mette le zampe sul sex work
(getty)
Un disegno di legge (ancora da discutere) a firma Forza Italia potrebbe aprire letteralmente le porte di nuove Case Chiuse. 
Il sex work verrebbe regolarmente tassato ma chi lo pratica dovrebbe sottostare a dei/delle manager. E a noi sembra molto simile allo sfruttamento che tanto diciamo di voler combattere.
di Eugenia Nicolosi

In Italia il numero di persone coinvolte nel sex work è stimato tra le 75mila e le 120mila (circa il 65  per cento si prostituisce in strada). Il giro d'affari è immenso: circa 4,7 miliardi di euro all'anno, secondo il Sole 24 Ore. Purtroppo non è possibile quantificare con esattezza la percentuale delle vittime di tratta, un fenomeno esistente e che, pur essendo legato al lavoro sessuale, non è il lavoro sessuale. È sfruttamento.

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Qui invece parliamo di sex work nella sua accezione libera e volontaria perché uno dei partiti di maggioranza al Governo, Forza Italia, sta facendo girare una bozza di disegno di legge che - di fatto - abrogherebbe la Legge Merlin, quella legge che chiuse le Case Chiuse in Italia.

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Siamo forse di fronte al ritorno delle Case Chiuse, un argomento che da decenni resiste sui tavoli (e nei salotti) degli organismi di governo. Stavolta è Forza Italia a rilanciare la proposta: legalizzare la prostituzione, regolamentarla, riaprire le case chiuse. Forza Italia, da parte sua, flirta da un po' con l’idea di abrogare del tutto la Legge Merlin, che nel 1958 ha abolito la regolamentazione della prostituzione e combattuto lo sfruttamento della stessa.

La legge, promossa dalla senatrice Lina Merlin, ha portato alla chiusura delle case di tolleranza e ha introdotto sanzioni per chi induce, favorisce o sfrutta la prostituzione altrui. E così, in nome della sicurezza e della trasparenza fiscale, si torna a parlare di corpi, sesso e controllo. Ah: soprattutto di soldi. Ma attenzione: la posta in gioco è molto più ampia di quanto sembri.

Nel nostro Paese vendere prestazioni sessuali non è reato. Ma organizzarsi per farlo in modo strutturato — che sia tramite agenzie, appartamenti condivisi o cooperative — sì. È qui che la legge Merlin del 1958, pur rivoluzionaria nel suo tempo, mostra tutta la sua ambiguità: tutela la libertà individuale, ma condanna la collettività del sex work. In pratica, costringe chi lo esercita a muoversi ai margini, senza tutele, senza diritti, spesso senza alternative.

La proposta di Forza Italia, almeno formalmente, tenta di colmare questo vuoto: legalizzare, regolamentare, soprattutto - evidentemente - tassare. Ma non è chiaro se dietro ci sia un sincero interesse per la dignità delle sex worker o un più banale riflesso d’ordine: riportare “il problema” tra quattro mura, lontano dallo sguardo pubblico.

Il pensiero è fisso sui soldi, non sulle tutele di chi fa il sex work

L’Europa ci offre una mappa disomogenea ma illuminante. In Germania e Svizzera, la prostituzione è legale e regolata: chi la esercita può iscriversi all’albo, pagare le tasse, ricevere tutele sanitarie e pensionistiche. In Belgio, la recente decriminalizzazione ha spinto verso un modello di welfare inclusivo per i lavoratori del sesso. Tutt’altra storia nei Paesi nordici: in Svezia, Norvegia e Francia, si penalizza il cliente, con l’obiettivo dichiarato di scoraggiare la domanda.

Una strategia che, secondo molte ONG, ha spinto il mercato ancora più nell’ombra, esponendo le persone che fanno il sex work a più rischi e al controllo della criminalità organizzata. E l’Italia? Bloccata in una terra di mezzo ipocrita, dove tutto è permesso ma nulla è davvero legale. Però si pensa a delle soluzioni per trarne profitto. Dove il moralismo istituzionale si allea, di fatto, con lo sfruttamento clandestino. Il sex work è lavoro oppure no? Qui tocchiamo il nodo più profondo e più scomodo.

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Politicamente, riconoscere il sex work come lavoro - come chiedono i collettivi di sex workers - significa accettare che il corpo, anche nella sua dimensione erotica, possa essere merce e che la scelta di venderlo non coincida automaticamente con la vittima. È una posizione controversa, certo. Ma negarla in nome di un paternalismo di Stato è un alibi comodo: per non affrontare la realtà di chi lavora comunque, senza tutele, senza garanzie, senza voce.

Sì, il sex work è lavoro, quando è libero e volontario. Come ogni lavoro che espone a rischi (fisici, psicologici, sociali), merita una cornice legale e sociale che protegga chi lo esercita. Criminalizzare l’organizzazione, ma non l’atto, ha prodotto solo ipocrisia e solitudine.

cosa dice esattamente il testo che gira in gran segreto nei palazzi

Il disegno di legge n. 1523 di Forza Italia intende regolamentare l'esercizio della prostituzione in Italia con un approccio organico e normativo. Volendo riassumere, i punti principali sono: la riapertura delle case chiuse che verrebbero gestite da società, cooperative o liberi/e professionisti/e, sotto rigidi controlli igienico-sanitari stabiliti dal Ministero della Salute. Il che comporterebbe il divieto della prostituzione su strada e dell’adescamento in luoghi pubblici.

L'età consentita per lavorare? Dai 21 ai 65 anni. E ci sarebbe l'obbligo di dotarsi di un attestato professionale (formazione in igiene, sicurezza, pronto soccorso, psicologia) oltre che di Partita IVA e assicurazione sanitaria. Obbligatorio sarebbe anche registrare i siti che ospitano annunci legati alla prostituzione.

Ovviamente non mancano delle rigorose "misure contro lo sfruttamento": le pene severe (fino a 12 anni di carcere e 400mila euro di multa) per chi costringe alla prostituzione con violenza o approfittando di fragilità. Ma ci sono sanzioni anche per chi esercita senza autorizzazione: il rischio sarebbe quello di arresto e della confisca dei profitti. Per chi gestisce attività illegali è prevista la reclusione fino a 4 anni e multa fino a 100mila euro.

I punti critici: chi fa il sex work avrebbe dei/delle manager

Nonostante il DDL dica di puntare sulla libertà individuale sembra invece che costringa le persone a entrare in spazi controllati da altri (società, cooperative, etc) e di fatto non affronta in modo strutturale le disuguaglianze che spingono molte persone alla prostituzione per necessità, non per scelta. Riaprire le case chiuse potrebbe istituzionalizzare l’emarginazione, escludendo chi non può lavorare "in regola". Il rischio è che il controllo si trasformi in una forma di normalizzazione forzata, senza reali tutele per chi è in condizioni vulnerabili.

Riaprire le case chiuse non è, di per sé, una soluzione moderna. È piuttosto una regressione mascherata da riformismo. Una visione rassicurante, quasi nostalgica, di un mondo “ordinato” in cui il sesso si consuma in silenzio, dietro porte numerate e controllate da altre persone. È logica del recinto, lì dove serve garantire autodeterminazione e libertà. Il dibattito sul sex work non può ridursi a una questione di decoro urbano o di incassi fiscali. È, prima di tutto, una questione di libertà individuale e di giustizia sociale. L’abrogazione della legge Merlin può essere un passo, ma forse è un passo indietro se non è seguita da una vera assunzione di responsabilità pubblica.