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Il gruppo Facebook “Mia moglie”: quando il corpo delle donne diventa terreno di abuso online

Il gruppo Facebook “Mia moglie”: quando il corpo delle donne diventa terreno di abuso online
Un gruppo Facebook pubblico, con oltre 30.000 iscritti, che espone foto intime e osé di donne, spesso all’oscuro di tutto. Si chiama “Mia moglie” e, nonostante segnalazioni, proteste e perfino denunce alla Polizia Postale, continua a restare online, accessibile a chiunque.
 
di Alice Michielon

Dietro a un’apparente “community” maschile, si nasconde un fenomeno che ha un nome ben preciso: pornografia non consensuale, una forma di abuso che riduce le donne a oggetti da esibire e commentare, violando la loro libertà e la loro intimità.

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Come funziona il gruppo

Gli iscritti (oltre 30.000, anche se in calo dopo le ultime segnalazioni) condividono immagini definite come “delle proprie mogli”. Foto intime, in lingerie, in costume o addirittura scattate di nascosto. In molti casi è evidente che si tratta di contenuti presi online, già diffusi altrove. Ma il dubbio più inquietante resta: quante di queste immagini sono state pubblicate senza alcun consenso?

La dinamica è sempre la stessa: un post che allude a un’immagine provocatoria, e nei commenti la foto esplicita. In alcuni casi chi pubblica resta anonimo, in altri si mostra a volto scoperto, convinto di non rischiare nulla.

Commenti misogini e violenza verbale

Accanto alle foto, i commenti: un concentrato di misoginia e sessismo. Battute volgari, offese gratuite, inviti a “rimettere le donne al loro posto”. Quando alcune utenti esterne hanno iniziato a denunciare la pagina scrivendo frasi come “Siete uomini deplorevoli, non possessori di corpi femminili”, le risposte sono state derisorie, intrise di violenza verbale.

Non mancano riferimenti che vanno ben oltre la semplice maleducazione: veri e propri insulti che riducono le donne a oggetti sessuali, corredati da un linguaggio aggressivo e disumanizzante.

Il problema del consenso

Il punto centrale è uno: il consenso. Pubblicare immagini intime senza il permesso delle persone ritratte è un reato. L’articolo 612-ter del codice penale parla chiaro: chi diffonde contenuti sessualmente espliciti destinati a rimanere privati senza autorizzazione rischia da uno a sei anni di carcere e multe fino a 15.000 euro.

Eppure, la facilità con cui un gruppo del genere prospera su una piattaforma pubblica come Facebook mostra quanto ancora sia sottovalutata la gravità della pornografia non consensuale.

Una denuncia che diventa collettiva

La prima a segnalare la vicenda è stata la scrittrice Carolina Capria, attraverso il suo profilo Instagram @lhascrittounafemmina. Da lì la notizia si è diffusa, ripresa anche da altre pagine e comunità online che lottano contro la violenza di genere digitale.

Il gruppo è stato inondato di commenti di protesta: “Senza consenso siete solo spazzatura umana”, scrive un’utente. Ma gli amministratori sembrano già pronti a riorganizzarsi, annunciando la creazione di un nuovo spazio “più sicuro” per i membri.

Una questione di cultura (e responsabilità)

La vicenda di “Mia moglie” non è un episodio isolato. Rientra in un fenomeno più ampio in cui il corpo delle donne diventa merce di scambio, usato per ottenere approvazione, complicità o semplicemente per esercitare controllo e violenza simbolica.

Il problema non è solo la singola pagina Facebook, ma la cultura patriarcale che la rende possibile: uomini che pensano di avere diritto sui corpi delle proprie compagne, piattaforme che non intervengono e un sistema che lascia sole le donne che subiscono questi abusi.