Patate bollenti e olandesi grasse
Shitstorm sui colleghi per le battute sessiste (e razziste) durante i mondiali di nuoto. Ma che dire del victim blaming, dello slut shaming e di tutte le volte che il sessimo nei media è più evidente che mai?
I commenti sessisti che abbiamo ascoltato nel corso della finale dei mondiali di nuoto ("olandesi grosse", "a letto sono tutte uguali") sono solo l'ultimo dei casi in cui si sperimenta il sessismo nel giornalismo.
L’arma più potente contro pregiudizi e razzismo? La conoscenza
Il pacchetto di aggiornamenti
I giornalisti Rai, Leonarduzzi e Mazzucchi, che si sono lasciati andare a commenti sessisti ma anche a espressioni razziste e a body shaming insomma sono solo gli ultimi due esponenti di un folto gruppo di commentatori, editorialisti, cronisti e redattori – e titolisti! - che, volontariamente o inconsapevolmente, danno prova di quanto sessismo c'è ancora. E non solo nell'ambiente del giornalismo, ovvio. Le redazioni sono solo uno spazio tra infiniti spazi che ospitano persone e le persone sono ancora parecchio sessiste. Evidentemente.
Poche settimane fa è successo in un'altra occasione, il Gran premio di Spagna: dallo studio in Italia due ex sportivi si sono collegati con la collega presente all'evento per commentare il sedere di una ragazza che rientrava nell'inquadratura. “Vediamo un bel pacchetto di aggiornamenti”. Protagonisti erano gli ex piloti Matteo Bobbi e Davide Valsecchi (ora commentatori sportivi). La collega in collegamento, Federica Masolin, era in evidente disagio e tentava di sedare i due. Ma ovviamente, loro, grasse risate e minimizzazioni. Era il 6 giugno 2023.
Mi facci il piacere
E mentre viene cancellato il programma di Filippo Facci per via del suo commento sul caso La Russa jr (“era fatta di cocaina”), sappiamo che prime pagine hanno fatto anche di peggio. A cominciare dalla ex sindaca di Roma Virginia Raggi, chiamata solo “Virginia” a fianco di Carlo Calenda e Roberto Gualtieri, chiamati invece per cognome, o anche “patata bollente”.
Sappiamo che il victim blaming e lo slut shaming nei casi di femminicidio e di violenza sessuale non è visibile in rare eccezioni dovute a stanchezza, ignoranza o volontà di colpevolizzare la vittima: ma è ricorrente per via della mentalità di college e colleghi che scrivono e titolano i pezzi. I femminicidi vengono raccontati ancora con quel fuorviante alone di romanticismo che giustifica l'oggettivizzazione della donna: troppo amore, era pazzo di gelosia, lei voleva lasciarlo. Frasi che sono coltellate perché neutralizzano il gesto criminale.
Thelma e louise della chimica
Ma abbiamo anche visto colleghe molestate. Per esempio da tifosi, come Greta Baccaglia, che nel 2021 durante Empoli-Fiorentina è stata molestata sessualmente, fisicamente e verbalmente con quel “Non te la prendere”, aggiunto come ciliegina. Al solito, ecco la doppia violenza sulle vittime di molestie.
Il sessismo nei media si palesa quando le due scienziate vincitrici del Nobel, Jennifer Doudna (Università di Berkeley) e Emmanuelle Charpentier (Max Planck di Berlino) vengono raccontate in prima pagina come le “Thelma e Louse della Chimica": in un triste paragone con le due donne protagoniste del film, prive di strumenti, che perfino scelgono di morire piuttosto che restare vittime del sistema. Non esattamente la stessa cosa.
astrosamantha e le "mamme atlete"
Ma le donne le raccontiamo troppo spesso ancora come fossero oggetti, principesse di favolette a lieto fine o come eroine di psicodrammi, come se non riuscissimo a dare a una donna – sì, a una donna a caso – la dignità di stare in prima pagina perché ottiene un risultato. Racontiamo la maternità e la sfera relazionale di politiche, scienziate, atlete e artiste come se c'entrasse qualcosa con la notizia che si portano addosso, che poi è il motivo per cui stanno sul giornale. Invece no.
Non basta vincere un nobel, partecipare ai mondiali: raccontiamo il lato sexy, il lato intimo, il lato divertente, il lato familiare di donne, il lato pruriginoso di persone che hanno tutto il diritto di essere raccontate invece, esclusivamente per la notizia: vanno sulla luna, vincono un campionato, diventano sindache. Proprio come faremmo con un uomo, che non ci sogneremmo mai di chiamare “il Rodolfo Valentino dello spazio”.
La donna a caso
L'uomo non è oggettivato, non è sessualizzato: il suo nome e il suo cognome, sommati all'evento di cui è protagonista sono bastevoli. L'uomo basta a sé stesso. La donna no. E i commenti a microfono aperto sono commenti che quei due uomini fanno evidentemente anche nel loro quotidiano. Come può accadere nelle agenzie di pubblicità, come tra amici al bar o allo stadio, come nel cinema, nel teatro, negli spogliatori. Il fatto che il microfono fosse aperto è solo un caso. Il guaio è che c'è chi tratta ogni caso come un caso a sé e non vede il filo che li collega tutti. La cultura sessista è radicata a fondo nelle case, nei luoghi di lavoro, nei bar e negli spogliatoi. E nelle redazioni, ovvio.