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In memoria di Aggiornato alle 3 minuti di lettura

Addio a Giorgio Armani: il re della moda italiana è morto a 91 anni

Giorgio Armani alla sfilata Armani Prive, durante la Women's Haute-Couture Spring/Summer 2025 Fashion Week a Parigi
Giorgio Armani alla sfilata Armani Prive, durante la Women's Haute-Couture Spring/Summer 2025 Fashion Week a Parigi  (getty images)
Una giacca destrutturata ha cambiato per sempre il modo di vestire il mondo. Con la scomparsa di Giorgio Armani si chiude un’epoca: ripercorriamo una vita lunga 70 anni di moda, tra intuizioni radicali, indipendenza imprenditoriale e un’idea di eleganza capace di parlare a generazioni diverse
di Giulia Mariani

Il 4 settembre 2025 è morto a Milano Giorgio Armani, 91 anni. La nota del gruppo parla di una fine serena, “circondato dai suoi cari”, e ribadisce la volontà di proseguire nel solco dell’indipendenza che ha definito il marchio. La camera ardente sarà aperta all’Armani/Teatro (via Bergognone 59, Milano) il 6–7 settembre, dalle 9 alle 18; i funerali si terranno in forma privata. La causa del decesso non è stata specificata

"One Night Only", l'omaggio di Giorgio Armani alla città di Venezia

L’uomo prima dello stilista: origini, vocazione, primi passi

Nato a Piacenza l’11 luglio 1934, Giorgio Armani cresce in una famiglia che gli trasmette misura e sobrietà — qualità che diventeranno il suo marchio di fabbrica. A Milano inizia gli studi di Medicina ma li abbandona; la sua “gavetta” passa per La Rinascente, dove lavora come vetrinista e addetto vendite: lì affina l’occhio, il senso delle proporzioni, la capacità di raccontare un capo nella sua cornice quotidiana. Più tardi lavora con Nino Cerruti, esperienza fondamentale che gli insegnò la disciplina sartoriale e lo convinse della strada del prêt-à-porter elegante.

Armani raccontava spesso che la sua formazione non era fatta solo di tecnica, ma di ascolto: osservare chi indossava i vestiti, capire come il tessuto doveva muoversi insieme al corpo. Questa attenzione all’uomo e alla donna “reale” lo distinguerà sempre dagli stilisti che privilegiano più il teatro che l’uso.

Dalla sala di prova alla notorierà in tutto il mondo: la nascita di un marchio

Il passaggio decisivo arriva negli anni Settanta: dopo il debutto come stilista nel 1974 (Palazzo Pitti) e la fondazione ufficiale della sua maison nel 1975 insieme a Sergio Galeotti, Armani costruisce in pochi anni non solo collezioni ma una grammatica stilistica riconoscibile. La sua è una scelta strategica ma anche etica: “Scelsi la strada del togliere anziché aggiungere”, ripeteva lo stilista, indicando una filosofia limpida — togliere l’eccesso per esaltare la persona.

Nel 1981 nascono Emporio Armani e linee diffuse che permettono alla maison di parlare a target diversi senza snaturarsi; nel 2005 arriva Armani Privé per l’Alta Moda: segmentazione, ma sempre con un filo rosso estetico condiviso.

Giorgio Armani nel suo studio nel 1979
Giorgio Armani nel suo studio nel 1979  (getty images)

Il metodo: cosa significava “vestire” per Armani

Due idee chiave spiegano il suo impatto duraturo: la destrutturazione della giacca e un’identità cromatica sobria. La giacca “a pelle”, morbida, senza spalline rigide né controfodere opprimenti, è stata la sua rivoluzione tecnica — e culturale: restituiva al corpo naturalezza invece di costrizione. Il colore, spesso tra grigio e beige — il famoso “greige” — divenne linguaggio: non urlava, dialogava con l’ambiente e con chi indossava il capo.

Questa estetica non era minimalismo intellettualistico: era una pratica quotidiana, pensata per chi lavora, vive, ama. Armani sapeva trasformare funzionalità in eleganza — e l’eleganza in desiderio collettivo.

Hollywood e la consacrazione pop: quando la moda entra nel racconto collettivo

C’è un episodio che tutti ricordano: il 1980, American Gigolò di Paul Schrader. Il protagonista, Richard Gere, indossa esclusivamente completi Armani e il mondo nota: la giacca destrutturata diventa simbolo di una mascolinità nuova, sofisticata e disinvolta. Da lì la maison non sarà più solo alta sartoria, ma anche mito pop: tappezzerie di set, red carpet e guardaroba di decine di film.

Negli anni le grandi attrici e attrattori del cinema mondiale hanno scelto Armani per i momenti più visibili: dagli smoking maschili reinterpretati per il corpo femminile fino alle scenografie sul tappeto rosso di Privé, Armani ha saputo leggere il linguaggio della fama e trasformarlo in stile.

Richard Gere indossa un completo di Giorgio Armani, 1980
Richard Gere indossa un completo di Giorgio Armani, 1980  (getty images)

Il regno di re Giorgio che non assomiglia a una corporation

Parlare di Armani come di una maison è riduttivo: sotto il suo nome convive moda, accessori, profumi, ristorazione, ospitalità e progetti culturali. Ha creato un modello di brand totale, con hotel, ristoranti e persino l’Armani/Silos (il museo milanese inaugurato nel 2015 che conserva e racconta il suo archivio creativo), ma lo ha fatto mantenendo una direzione familiare e indipendente. Questo controllo serrato lo ha reso raro nel panorama del lusso: poche grandi firme restano così “nelle mani” del loro fondatore.

Negli ultimi anni Armani aveva anche delineato un piano di successione graduale, affidando responsabilità ai collaboratori più stretti e alla famiglia — una scelta pensata e preannunciata, che ora assume una nuova centralità nella prospettiva di continuità del marchio.

Gli ultimi anni: il lavoro, il ritiro e la continuità

Nonostante qualche problema di salute che lo aveva costretto a saltare per la prima volta le passerelle, Armani aveva dichiarato l’intenzione di tornare e di seguire personalmente la transizione della guida creativa e manageriale della sua azienda. Lavorava con il ritmo lento e rigoroso che lo aveva sempre caratterizzato, con attenzione ai dettagli e alla tutela della sua eredità.

Alla sua morte la famiglia e i dipendenti hanno espresso la volontà di portare avanti il gruppo “nel rispetto e nella continuità dei suoi valori”: autonomia, rispetto per il lavoro artigianale e per la figura umana che indossa il capo.

L’addio: camera ardente e funerali

Secondo le comunicazioni ufficiali, la camera ardente è stata allestita all’Armani/Teatro in via Bergognone 59 a Milano il 6 e 7 settembre; i funerali si svolgeranno in forma privata, come da volontà espressa dallo stilista. In una nota ufficiale l’azienda ha ricordato la dedizione “instancabile” di Armani al lavoro e ai progetti.

Perché Armani vivrà per sempre: un’eredità pratica e simbolica

Se proviamo a tradurre il suo lascito in tre parole: uso, misura e autonomia. Uso perché i suoi capi erano pensati per la vita vera; misura perché rifiutavano l’eccesso e la teatricalità fine a sé stessa; autonomia perché ha costruito un’azienda che ancora oggi prescrive il proprio ritmo creativo senza cedere a commistioni speculative immediate. Il mondo della moda perde una bussola: ma conserva il suo catalogo di lezioni stilistiche e un modello di impresa culturalmente radicato.