Donne oltre lo stereotipo: le (poche) pellicole che le raccontano
Lo sguardo maschile ha spesso stereotipato il ruolo delle donne e i personaggi femminili all’interno dell’immaginario cinematografico, rendendoli tanto ricorrenti quanto piatti e non corrispondenti alla sfaccettata realtà delle cose. Ma qualcosa sta cambiando.
Il cinema recupera la realtà, e viceversa: è un dato di fatto, e funziona così con tutti i media a nostra disposizione. Vale lo stesso anche per i libri, per esempio; l’importanza di raccontare storie non sta solo nel valore della condivisione e dell’insegnamento, per esempio, ma anche nel fatto che queste storie saranno poi un metro per gli ascoltatori, i lettori e gli spettatori, soprattutto i più giovani. La recente decisione di censurare lo scrittore Roald Dahl, modificando alcuni tratti estetici dei suoi personaggi cattivi (grassi, per dirne una) per evitare di compromettere nei più piccoli la seguente associazione mentale: ciò che è grasso, è cattivo. Quest’impresa molto criticata è votata a un obiettivo ben specifico: dire addio una volta per tutte a stereotipi e pregiudizi, e per farlo è necessario smetterla di trasmetterle, una volta per tutte, alle generazioni di oggi e del futuro. La stessa logica si può applicare al mondo del cinema: quando per interpretare la sirenetta Ariel, conosciuta come una bianca ed eterea figura dai capelli rossi grazie alla trasposizione Disney, è stata scelta una giovane attrice nera, il pubblico si è diviso in due poli opposti.
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Ma non siamo qui per parlare degli stereotipi femminili nei film: non avremmo tempo di farlo in un articolo. La domanda che ci siamo posti è: le cose stanno cambiando? Ossia: le donne protagoniste dei film degli ultimi 5, 10 anni, sono “diverse”? E se sì, come è successo e come possiamo continuare a far si che ciò accada e che, anzi, il fenomeno si moltiplichi a ricreare le meritate sfaccettature che tutti i ruoli cinematografici si meriterebbero? Il discorso ovviamente si applica anche agli stereotipi maschili, vedi: l’amico grasso e buffo (gran parte dei ruoli interpretati da Jonah Hill), l’uomo bizzarro e vergine (40 anni vergine), l’uomo gay appassionato di moda (Il diavolo veste Prada), e di nuovo eccetera, eccetera, eccetera.
Partiamo da Gone Girl – L’amore bugiardo, del 2014: un film thriller diretto dal mago del genere, David Fincher, con protagonisti Rosamund Pike e Ben Affleck. Se qualcuno lo ha visto, immaginerà che non stiamo citando l’opera perché la donna rappresentata da Pike possa diventare modello ispirazionale (spoiler: è una psicopatica), ma per un discorso anti – stereotipi che fa durante il film in un monologo, quando si scaglia contro l’idea che gli uomini hanno della “cool girl”.
“Vuol dire che sei gnocca, vivace, divertente; una che adora il football, il poker, le barzellette sporche e i rutti, gioca ai videogiochi, beve birra da due soldi, non disdegna orge e sesso anale, anzi, e trangugia hamburger e hot dog neanche fosse la madrina della più affollata gang bang astronomica del mondo... Riuscendo comunque a rimanere una taglia 38, perché le ‘cool girls’ sono soprattutto gnocche. Gnocche e comprensive. Le ragazze cool non si arrabbiano mai; si limitano a sorridere, rammaricate e amorevoli, e lasciano fare al loro uomo quello che vuole. Vai, cagami pure in testa, nessun problema, sono una ‘cool girl’”. Questo momento potrebbe idealmente rappresentare, oltre a una scena chiave del film, la reazione che tutte noi vorremmo avere davanti all’ennesima Robin della serie tv How I Met Your Mother: un tipo di ragazza che oggi la Gen z chiamerebbe “pick me girl”.
A cos’altro possiamo ambire, quindi, in sala, quando compare un personaggio femminile e non è che speriamo ci somigli, no, vogliamo che viva di personalità propria, che sia vero, umano e variegato? Ce lo hanno detto, in parte e non solo, le registe Chloé Zhao, Greta Gerwig e il film con più candidature agli Oscar 2023, Everything Everywhere All At Once.
Greta Gerwig, classe 1983, ha iniziato la sua carriera cinematografica collaborando con Noah Baumbach a Frances Ha e Mistress America, per esempio. Dopo qualche partecipazione nel ruolo di attrice (l’ultima, in realtà, è piuttosto recente ed è proprio in un film di Baumbach, Rumore Bianco) ha intrapreso la carriera della regista solista, esordendo appunto come regista ma anche sceneggiatrice con la pellicola Lady Bird, nel 2017. La trama si concentra sul coming of age, ossia l’adolescenza più piena, di Christine McPherson che da tutti vuole farsi chiamare “Lady Bird”: è quella la sua nuova identità. Il nome da eroina le si addice, poiché la giovane (interpretata da Saoirse Ronan) ha un piano chiaro in testa: abbandonare la fetida Sacramento per frequentare l’università a New York. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, o per meglio dire: famiglia in difficoltà economica, rapporto turbolento con la madre, primi amori. Nonostante la trama possa apparire come la più classica del genere, categoria filmica in cui sono molti gli stereotipi femminili, Greta Gerwig riesce a rigirare la frittata e ribaltare il risultato, creando un film sui teen nuovo, diverso. Che parla, anche, di una teen nuova e diversa: non perché non esistano altre Lady Bird (anzi), ma perché non vengono raccontate quasi mai, figuriamoci nel ruolo di protagonista. Anche la madre, una stacanovista stressata e pungente che comprendiamo, in realtà, visto il carico da novanta che deve portare sul peso delle sole proprie spalle (recessione economica e marito depresso, oltre che disoccupato), è un personaggio femminile inusuale, variegato tanto quanto la figlia ma non insopportabile come gran parte dei contraltari materni dell’adolescente scocciato.
Il secondo film da regista di Gerwig è Piccole Donne: la base letteraria importante viene utilizzata con intelligenza e contemporaneità da Gerwig, che trasforma le protagoniste in qualcosa di lontano dal classico stereotipo che le ha caratterizzate nel romanzo e che è diventato anche modello in seguito, in vari media, ma anche di simile. Alla fine, gli archetipi ci servono: serve solo crearne di alternativi.
Nomadland è invece il film di Chloé Zhao a cui facciamo riferimento per parlare di donne diverse nel cinema, e di come il racconto di altro dallo stereotipo non possa che renderci più umani, vivi e densi come spettatori e come personaggi. Nel 2021 il film si è aggiudicato l’Oscar nella categoria Miglior film (è solo la seconda volta che succede, per una donna regista). Fern, interpretata dall’attrice Francis McDormand, è una nomade. Il centro abitativo in cui viveva in Nevada è stato dismesso e la sua età la rende una persona inutile, ai fini capitalistici e produttivi della società: è un trama sugli esodati statunitensi figli della recessione e su come si configuri la dignità umana in questi casi, quanto l’orgoglio possa prevalere su tutto, anche scatenando conseguenze negative sulla propria vita e sui rapporti umani. Fern è un personaggio estremamente complesso, non diverso dagli altri suoi coabitanti del film in quanto donna, ma in quanto donna pregno anche di una complessità specificatamente femminile che di rado compare in storie come la sua, di donne “over”, sole e, in qualche modo, magnificamente miserabili.
Agli Oscar di quest’anno, invece, la pellicola Everything Everywhere All At Once ha conquistato l’Academy Awards, guadagnandosi ben 11 candidature in numerose categorie. Ma perché citiamo questo film ora? Difficile parlare della trama dell’opera di Dan Kwan e Daniel Scheinert. Basti sapere che, come già detto in precedente, l’archetipo c’è (è essenziale alla comprensione): oltre a tutto ciò che letteralmente accade ovunque sempre e contemporaneamente, come recita il titolo, il film si concentra molto sul rapporto di questa donna di mezza età, Evelyn, con la figlia, il marito e la propria vita che, quasi sempre, disdegna. Cosa c’è di nuovo? La personalità della protagonista: l’effetto che la sua vita gli fa è di sincera apatia alternata a fastidio, eppure procede. Non vola in India per ritrovare sé stessa, non fa pazzie d’amore ne decide di voler andare a vivere in un van: va avanti con ciò che ha, con la lavanderia a gettoni di sua proprietà, con il padre malato e spesso imbarazzante e con le fantomatiche dichiarazioni dei redditi (che, per questo film, possiamo davvero dire: galeotto furono!). Di nuovo, c’è la normalità di una vita: chi avrebbe mai detto che poteva essere così interessante?